Pareggio di bilancio in costituzione, la Consulta mette ” paletti “.

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Storica sentenza della Consulta sul pareggio di bilancio.  Lo scorso 16 dicembre 2016 è stata depositata la sentenza decisa il 19/10/2016 su una questione costituzionale sollevata dal TAR chiamato a decidere su una legge della regione Abruzzo.

Secondo una legge regionale del 1978, la Regione Abruzzo infatti avrebbe dovuto finanziare il 50% delle spese per il trasporto dei disabili a scuola, lasciando il restante ammontare a carico della Provincia di Pescara.

Nel 2004 la legge finanziaria della regione Abruzzo, in ossequio al patto di stabilità, statuisce all’art. 88 che il finanziamento del suddetto trasporto sarebbe dovuto avvenire “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio e iscritta sul pertinente capitolo di spesa”(art. 6, comma 2-bis). Sulla base di questa disposizione la regione nega il finanziamento nell’ammontare stabilito. La Provincia di Pescara ricorre al TAR, che rimette il giudizio sulla legge finanziaria regionale alla Corte Costituzionale. La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2-bis, della legge della Regione Abruzzo 15 dicembre 1978, n. 78, cioè di quella frase in corsivo, dando quindi ragione alla Provincia.

Di seguito alcuni punti chiave tra le ragioni di diritto contenute nella sentenza che hanno un valore ben più pregnante del suo significato a livello regionale e nazionale:

2- Il giudice a quo ritiene che il condizionamento dell’erogazione del contributo alle disponibilità finanziarie, di volta in volta determinate dalla legge di bilancio, trasformi l’onere della Regione in una posta aleatoria e incerta, totalmente rimessa alle scelte finanziarie dell’ente, con il rischio che esse divengano arbitrarie, in difetto di limiti predeterminati dalla legge, risolvendosi nella illegittima compressione del diritto allo studio del disabile, la cui effettività non potrebbe essere finanziariamente condizionata.

4- Il diritto all’istruzione del disabile è consacrato nell’art. 38 Cost., e spetta al legislatore predisporre gli strumenti idonei alla realizzazione ed attuazione di esso, affinché la sua affermazione non si traduca in una mera previsione programmatica, ma venga riempita di contenuto concreto e reale.

11- La pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.

14- Nella materia finanziaria non esiste «un limite assoluto alla cognizione del giudice di costituzionalità delle leggi». Al contrario, ritenere che il sindacato sulla materia sia riconosciuto in Costituzione «non può avere altro significato che affermare che esso rientra nella tavola complessiva dei valori costituzionali», cosicché «non si può ipotizzare che la legge di approvazione del bilancio o qualsiasi altra legge incidente sulla stessa costituiscano una zona franca sfuggente a qualsiasi sindacato del giudice di costituzionalità, dal momento che non vi può essere alcun valore costituzionale la cui attuazione possa essere ritenuta esente dalla inviolabile garanzia rappresentata dal giudizio di legittimità costituzionale».

La Corte non afferma alcun nuovo principio, ne difende uno esistente sin dalla prima approvazione della Carta. L’ adesione allo SME e la cieca attuazione delle politiche euopee in materia di pareggio di bilancio lo avevano semplicemente annichilito sulla base di una presunta insostenibilità dei costi del suo esercizio. La Corte dice: è il meccanismo del pareggio di bilancio (pareggio, l’ equilibrio è un’altra cosa) a dover tener conto dell’esercizio di un diritto e modellarvisi, non il contrario. Perchè? Poichè la prima parte della Costituzione pullula di diritti cosiddetti “incomprimibili”, si pensi al diritto al lavoro, al diritto alla salute, la tutela del risparmio, il diritto al giusto salario. Questi diritti non sono statue di bronzo, cioè cavi al loro interno, quindi ne va tutelata la concreta attuazione affinché non rimangano manifestazioni di principio. Essi hanno valore sovraordinato rispetto a tutti gli altri, per questo non possono essere disattivati da un articolo contenuto nella seconda parte, in species l’ art 81 Cost. sul pareggio di bilancio.

La sentenza si pone nel solco di quanto molti economisti e giuristi affermano da anni invano, cioè la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio è incompatibile con i diritti fondamentali della nostra Carta costituzionale, la quale contiene un preciso manifesto economico ancora inattuato, in cui gli interessi economici sono al servizio dell’interesse pubblico e non viceversa.

http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2016&numero=143#

 

Dopo il Tribunale anche la Cassazione riconosce l’indennizzo per il “tempo tuta”

L’azienda deve retribuire al dipendente il tempo necessario per indossare la divisa imposta sul lavoro e garantire i costi per la lavanderia.

Se il datore di lavoro impone al proprio dipendente di indossare una specifica divisa solo sul luogo di lavoro, o se ciò è auspicabile per motivi di igiene e di pulizia, gli deve pagare il tempo necessario per indossarla e per toglierla alla fine della giornata lavorativa. È quanto chiarito dal Tribunale di Milano con una recente sentenza [1].

Il caso deciso dal giudice lombardo è abbastanza emblematico: si tratta del dipendente di una nota catena di fast food cui l’azienda aveva imposto, durante l’orario di lavoro, di indossare la divisa con i loghi e i colori della società. Senonché, posta la distanza tra lo spogliatoio e la cucina (circa 20 minuti) il lavoratore aveva chiesto al datore di retribuirgli il tempo per cambiarsi, sia all’entrata che all’uscita dai locali. Richiesta respinta al mittente e, quindi, confluita in un ricorso al giudice.

Il dipendente – si legge nella sentenza in commento – ha diritto a vedersi, in busta paga, conteggiato anche il tempo necessario per indossare e dismettere la “tuta” o qualsiasi altra divisa richiesta dall’azienda. In particolare, secondo la giurisprudenza, il tempo necessario per vestire e togliere la divisa aziendale va retribuito solo se il datore di lavoro impone al lavoratore di cambiarsi sul luogo di lavoro; al contrario, non va pagato se al lavoratore è data facoltà di scelta sul tempo e sul luogo ove indossare la divisa: cosa che, quindi, può serenamente avvenire anche da casa, in luogo dei normali abiti.

Il predetto principio opera a prescindere dalle ragioni per cui l’azienda impone i vestiti. Ad esempio, se ragioni di igiene (si pensi al cuoco di una pizzeria che è costantemente a contatto con il cibo, all’infermiere di un laboratorio di analisi private, all’addetto al banco frigo di un supermercato) o criteri di normalità sociale impongono l’obbligo di indossare la divisa sul luogo di lavoro, il tempo necessario per la vestizione e svestizione va, ugualmente, considerato come orario di lavoro e, quindi, retribuito.

L’azienda può imporre ai propri dipendenti l’uso di abiti specifici per diverse ragioni, come:

  • elemento distintivo di appartenenza aziendale, ad esempio uniforme o divise;
  • mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all’espletamento della attività lavorativa:
  • protezione da rischi per la salute e la sicurezza.

In tale ultimo caso, tali indumenti, rientrano tra i dispositivi di sicurezza che assolvono alla funzione di protezione dai rischi.

Non è tutto. Al dipendente cui sia imposto un particolare abito sul luogo di lavoro, l’azienda deve anche rimborsare i costi di lavanderia per la pulizia della “tuta”. Il lavaggio degli indumenti infatti va risarcito se non trova una specifica voce sulla busta paga. Si tratta di un principio chiarito a più riprese dalla giurisprudenza e considerato ormai pacifico. Secondo una recente sentenza, spetta all’azienda, e non al lavoratore, l’obbligo di garantire l’efficienza degli equipaggiamenti in dotazione (per es. i dispositivi di protezione individuale): un obbligo che sussiste non solo per quanto riguarda la prima consegna del suddetto vestiario, ma anche per l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa. Viene così definitivamente riconosciuto, a carico del datore, il dovere di provvedere alla fornitura e manutenzione periodica, compreso il lavaggio, degli indumenti.

A tale scopo è necessario che il datore di lavoro provveda alla loro pulizia stabilendone altresì la periodicità.

Detta pulizia può essere effettuata sia direttamente all’interno dell’azienda, sia ricorrendo ad imprese esterne specializzate, la scelta, ricade sotto la responsabilità del datore di lavoro.

Tornando al problema dei tempi necessari alla vestizione e svestizione, anche la Cassazione, non molto tempo fa, aveva fornito lo stesso principio [2], sancendo che il tempo impiegato per indossare la divisa rientra nell’orario di lavoro se il datore ne impone l’utilizzo in azienda.

Del resto, una tale soluzione è assolutamente conforme allo spirito della legge [3] che, con l’espressione «orario di lavoro» si riferisce a «qualsiasi periodo in cui il lavoratore resta a disposizione del proprio datore di lavoro, nell’esercizio delle sue attività lavorative o delle sue funzioni», con esclusione degli intervalli di tempo in cui il dipendente gode della piena disponibilità.

La Suprema Corte ha precisato che «se tale operazione – la vestizione e la svestizione – è diretta dal datore di lavoro (che ne disciplina, ad esempio, il luogo di esecuzione) rientra nel concetto di lavoro effettivo e di conseguenza il tempo necessario deve essere retribuito» [4]. In caso contrario «l’attività di vestizione rientra nella diligenza preparatoria inclusa nell’obbligazione principale del lavoratore e non dà titolo ad autonomo corrispettivo» [5].

IN PRATICA

Qualora il datore di lavoro imponga ai propri dipendenti l’utilizzo di divise aziendali, ed imponga altresì i tempi ed i luoghi di vestizione (pretendendo che la divisa venga indossata e tolta presso il luogo di lavoro), il tempo necessario per la vestizione/svestizione rientra nell’orario di lavoro, in quanto attività ausiliaria al corretto svolgimento dell’attività lavorativa, imposta dallo stesso datore.

LA SENTENZA

Tribunale di Milano – Sezione lavoro – Sentenza 1 giugno 2016 n. 1660

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO

SEZIONE LAVORO

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Fabrizio Scarzella ha pronunciato la seguente

SENTENZA CONTESTUALE, ex. art. 429 e 281 sexie c.p.c.

nella causa iscritta al n. r.g. 2354/2016 promossa da:

GA.SA. (…), con il patrocinio degli avv. CA.AN. e,

ATTORE;

RICORRENTE

contro

  1. (…), con il patrocinio dell’avv. BE.ST. e

CONVENUTO

CONCISA E CONTESTUALE ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Il ricorso in esame va accolto.

In via preliminare di merito va innanzitutto rilevato, per costante e autorevole giurisprudenza, “che nel rapporto di lavoro subordinato, il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale, ancorché relativo a fase preparatoria del rapporto, deve essere autonomamente retribuito ove la relativa prestazione, pur accessoria e strumentale rispetto alla prestazione lavorativa, debba essere eseguita nell’ambito della disciplina d’impresa e sia autonomamente esigibile dal datore di lavoro, il quale può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria” (v. Cass. num. 19358/2010). La Suprema corte, con recentissima e condivisibile pronuncia avente ad oggetto la riforma di una sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano, specificava “che al fine di valutare se il tempo occorrente per tale operazione debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica. In particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa o gli indumenti (anche eventualmente presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro), la relativa operazione fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale il tempo necessario per il suo compimento non dev’essere retribuito. Se, invece, le modalità esecutive di detta operazione sono imposte dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, l’operazione stessa rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario dev’essere retribuito (così Cass. n. 13706 del 2014, Cass. Sez. U, n. 11828 del 2013, Cass. n. 9215 del 2012, Cass. n. 19358 del 2010 n. 19358, Cass. n. 19273 del 2006, Cass. n. 15734 del 2003). La soluzione è coerente con la previsione contenuta nel D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66, art. 1, comma 2 lett. a), (che recepisce le Direttive 93/104 e 00/34 CE, concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro), secondo la quale per orario di lavoro si intende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”, con definizione sovrapponibile a quella ripetuta nella successiva Direttiva 2003/88/CE, art. 2 n. 1) che, per la sua genericità, impone e consente le specificazioni che già erano state fornite già nel vigore della regola fissata dal R.D.L. 5 marzo 1923, n. 692, art. 3. I criteri sopra enucleati riecheggiano nella stessa giurisprudenza comunitaria. Il fattore determinante che qualifica l’orario di lavoro è stato in genere ritenuto dalla Corte UE il fatto che il lavoratore sia costretto ad essere fisicamente presente nel luogo stabilito dal datore di lavoro e a tenersi a disposizione del medesimo per poter immediatamente fornire le opportune prestazioni in caso di bisogno (v., in tal senso, sentenza De. e a., C-14/04, punto 48, nonché ordinanze Vo., C-437/05, punto 28, e Gr., C- 258/10, punto 63)…. Pertanto, affinché un lavoratore possa essere considerato a disposizione del proprio datore di lavoro, egli deve essere posto in una situazione nella quale è obbligato giuridicamente ad eseguire le istruzioni del proprio datore di lavoro e ad esercitare la propria attività per il medesimo. La soluzione adottata dalla Corte UE conferma quindi l’impostazione assunta da questa Corte anche in relazione alla fattispecie in esame, secondo la quale, riassuntivamente, occorre distinguere nel rapporto di lavoro tra la fase finale, che è direttamente assoggettata al potere di conformazione del datore di lavoro, che ne disciplina il tempo, il luogo e il modo e che rientra nell’orario di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa (art. 2104 c.c., comma 2) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, ma rimesse alla determinazione del prestatore nell’ambito della libertà di disporre del proprio tempo, che non costituisce orario di lavoro. Tale impostazione richiede un’ulteriore precisazione, necessaria al fine di valutare la fattispecie oggetto di causa. L’eterodeterminazione del tempo e del luogo ove indossare la divisa o gli indumenti necessari per la prestazione lavorativa, che fa rientrare il tempo necessario per la vestizione e svestizione nell’ambito del tempo di lavoro, può derivare dall’esplicita disciplina d’impresa, o risultare implicitamente dalla natura degli indumenti da indossare o dalla specifica funzione che essi devono assolvere nello svolgimento della prestazione. Possono quindi determinare un obbligo di indossare la divisa sul luogo di lavoro ragioni d’igiene imposte dalla prestazione da svolgere ed anche la qualità degli indumenti, quando essi siano diversi da quelli utilizzati o utilizzabili nell’abbigliamento secondo un criterio di normalità sociale, sicché non si possa ragionevolmente ipotizzare che siano indossati al di fuori del luogo di lavoro…. …la Corte tuttavia non ha valutato le risultanze di causa onde desumerne quale sia il grado di igiene richiesto per l’espletamento della prestazione (limitandosi a parlare genericamente di “pulizia” della divisa) e se esso possa essere realmente garantito dal tragitto che i lavoratori devono compiere prima di entrare nel luogo di lavoro; inoltre, non ha analizzato le caratteristiche della divisa imposta per l’espletamento della prestazione in tutte le sue componenti (che a pg. 18 del controricorso si specifica consistere in casacca a maniche corte, pantaloni, zoccoli, cuffia per chi somministra gli alimenti) per esaminare se essa potesse essere indossata dai lavoratori in luogo diverso da quello di lavoro, secondo un criterio di “normalità sociale” dell’abbigliamento” (v. Cass. n. 1352/2016).

Nel merito, dalla svolta istruttoria, è innanzitutto emerso che presso il punto vendita cui è assegnato il ricorrente il tempo mediamente necessario per raggiungere lo spogliatoio, indossare la divisa pacificamente richiesta dalla resistente per lo svolgimento dell’attività lavorativa e recarsi alla timbratura è pari, all’incirca, a 10 minuti e che lo stesso tempo è mediamente necessario per effettuare le operazioni contrarie al termine del proprio turno (v. dich. Se.).

Alla luce delle dichiarazioni testimoniali in atti, tenuto anche conto della oggettiva difficoltà processuale di determinare l’esatta durata oraria delle incombenze in esame e della variabilità temporale con cui le stesse possono essere eseguite ora da uno ora da altro dipendente appare equo e congruo determinare proprio in 10 minuti giornalieri il tempo necessario per ogni lavoratore per adempiere agli incombenti in esame presso il negozio per cui è causa (sito a Milano in Piazza (…) tenuto conto che lo spogliatoio è al piano inferiore rispetto alla macchina timbratrice e che per raggiungere quest’ultima è in ogni caso necessario, dopo essere risaliti di un piano, attraversare la cucina e passare dalle casse, ove sostano generalmente 1 clienti in attesa della consegna del cibo (v. dich. Se., Ro.Bo.).

Per quanto concerne il merito della pretesa azionata in giudizio si ritiene che parte ricorrente abbia provato, in maniera sufficientemente attendibile, come era suo onere, ex. art. 2697 c.c., l’eterodeterminazione del tempo e del luogo ove indossare la divisa necessaria per lo svolgimento della prestazione lavorativa affidata visto che, ai sensi dell’art. 134 di settore, le divise speciali da lavoro devono essere indossate dai dipendenti solo durante il servizio; che per divise speciali da lavoro vanno intesi, anche ai sensi dell’art. 98 CCNL 14.7.1976, tutti quelli indumenti che o per specifiche finalità o per precipue caratteristiche non siano già in possesso del dipendente; che nel caso di specie la divisa indossata dai dipendenti della resistente va sicuramente considerata speciale essendo composta da attrezzature destinate a specifiche finalità (scarpe anti – infortunistiche) e connotate da elementi (denominazione della società, colore, motivo, ecc.) propri dell’azienda resistente; che, in assenza di contraria, espressa e specifica disposizione derogatoria contenuta nel regolamento interno della società il ricorrente, al pari dei colleghi, è pertanto tenuto a indossare la propria divisa solo durante il turno di lavoro; che il regolamento aziendale si limita infatti sul punto a stabilire l’obbligo del singolo dipendente di presentarsi in servizio con la divisa in ordine e pulita senza prevedere alcuna espressa deroga della citata disposizione collettiva attraverso il riconoscimento, a titolo esemplificativo, della facoltà del singolo di indossare la divisa durante il tragitto casa lavoro; che il citato regolamento prevede, in particolare, l’obbligo di indossare “uniformi pulite e fresche (gli abiti sporchi sono portatori di germi)”; che il tragitto casa – lavoro, per quanto di seguito esposto, non permette, soprattutto nelle stagioni più calde, la conservazione di una divisa pulita e fresca, priva di eventuali germi; che del resto la stessa resistente, al fine evidente di garantire la freschezza e la pulizia delle divise indossate, con il precedente regolamento aziendale stabiliva l’obbligo, per i dipendenti, di indossare la divisa solo in servizio; che dalla svolta istruttoria non è del resto emerso che la generalità dei dipendenti, dopo l’adozione del nuovo regolamento aziendale, segua regole diverse rispetto all’utilizzo della divisa o che siano anche semplicemente mutate le esigenze aziendali sottese alla precedente disposizione regolamentare; che l’obbligo di indossare la divisa solo durante il proprio turno di lavoro, ex. art. 134 CCNL di settore, a pena dell’adozione, in caso contrario, di sanzioni disciplinari (v. artt. 7 e 8 del regolamento) non costituisce sicuramente una ipotesi di diligenza preparatoria stante l’accertato obbligo (e non il semplice onere) del dipendente di rispettare tale disposizione e di presentarsi in servizio con una divisa pulita e fresca, pena l’adozione di eventuali sanzioni disciplinari. Non sono sul punto dirimenti le eccezioni sollevate dalla resistente nella propria memoria visto che per regolamento aziendale ciascun dipendente è tenuto a presentarsi in azienda con la divisa pulita, fresca e in ordine pena l’irrogazione di eventuali sanzioni disciplinari (v. artt. 7 e 8); che è evidente che ogni lavoratore, per essere sicuro di presentarsi al lavoro con la divisa pulita, in ordine, fresca e priva di germi, è tenuto a cambiarsi nel momento in cui inizia il proprio turno; che, infatti, il tragitto da casa al negozio, implicando un viaggio di svariati minuti, può verosimilmente causare “sporcizia e disordine” alla divisa, anche semplicemente dovuti al contatto con altre persone (in metro o in bus) o con oggetti (moto, biciclette, auto); che, nel periodo primaverile – estivo, a causa del clima caldo, è del resto frequente che le persone, nel tragitto casa – lavoro, presentino una maggiore sudorazione causando, involontariamente, disordine e sporcizia nell’abbigliamento indossato e, quindi, nella divisa da lavoro eventualmente impiegata; che il ricorrente, in sede di interrogatorio libero, confermava che dopo il 2010 solo i manager si cambiano a casa e che la resistente, in caso anche di utilizzo del cappellino fuori dai locali aziendali, effettuava richiami orali; che in genere tutti gli addetti si cambiano al momento del loro arrivo in negozio, in misura quantomeno non inferiore all’80%, 90% (v. dich. Ro.Mi., Pi., Ro.); che presso la resistente non è prevista espressamente la facoltà di arrivare con già indosso la divisa (v. dich. Pi.); che al momento dell’assunzione “in genere si accompagnano i ragazzi nello spogliatoio per farli cambiare e venire su in divisa, poi si timbra” (v. dich. Se.); che la resistente, fin dall’assunzione, rende pertanto edotti i dipendenti sulla implicita necessità di indossare la divisa solo dentro i locali aziendali; che i dipendenti, per cambiarsi, impiegano solo cinque minuti nei locali in cui lo spogliatoio è sullo stesso piano della timbratrice (v. dich. Ro.).

Quanto fin qui esposto è assorbente rispetto all’esame delle restanti istanze ed eccezioni delle parti e comporta la condanna della resistente a corrispondere al ricorrente, a titolo di differenze retributive maturate per il tempo impiegato in ogni turno (20 minuti), dal 1.1.2001 al 31.10.2015, per indossare e togliere la divisa da lavoro, la somma di Euro 1623,03 lordi, tenuto in ogni caso conto che il ricorrente, attraverso la comunicazione via pec del proprio difensore del 5.10.2015, interrompeva validamente il termine prescrizionale stabilito dall’art. 2948 c.c., come autorevolmente affermato dalla Suprema Corte (“in tema di interruzione della prescrizione, posto che l’efficacia interruttiva va riconosciuta all’atto di costituzione in mora anche quando sia indirizzato al rappresentante del debitore, non può essere negata tale efficacia all’atto di costituzione in mora inviato dal creditore al difensore del debitore senza aver prima accertato se il difensore possa considerarsi rappresentante, effettivo o apparente, del debitore medesimo, dovendo ascriversi siffatta qualità di rappresentante all’avvocato il quale, in nome e per conto del debitore, risponda alla richiesta di pagamento del creditore, facendo valere in via stragiudiziale le ragioni del cliente” (v. Cass. n. 15984/2011) e che parte resistente non indicava i giorni, fra quelli conteggiati, in cui il ricorrente sarebbe stato assente o avrebbe già indossato la divisa da casa.

Compensi professionali liquidati nella misura indicata in dispositivo, tenuto conto della natura, del valore e della esigua durata della causa (poco meno di tre mesi dal deposito del ricorso).

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

condanna Mc., in persona del legale rappresentante pro – tempore, a corrispondere al ricorrente Euro 1623,03 lordi, oltre al rimborso dei compensi professionali liquidati in complessivi Euro 1500,00, oltre accessori di legge, in favore della procuratrice antistataria.

Così deciso in Milano l’1 giugno 2016. Depositata in Cancelleria l’1 giugno 2016

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Cassazione sent. n. 1352/16

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Q.A.M.D. e G.C.L.P., unitamente ad altri litisconsorti, tutti dipendenti della Cooperativa sociale K.C.S. Caregiver, che prestavano assistenza ad anziani non autosufficienti presso due residenze per anziani, convenivano in giudizio la cooperativa datore di lavoro per ottenere il pagamento a titolo di lavoro straordinario del tempo necessario per indossare e svestire la divisa loro imposta per lo svolgimento della prestazione, che già dovevano avere indosso nel momento in cui timbravano il cartellino. Argomentavano che si trattava di una prestazione da ritenersi compresa nell’orario lavorativo così come descritto dalla normativa italiana ed europea, anche perchè la divisa era necessaria per l’espletamento delle loro mansioni.

Il Tribunale di Milano rigettava la domanda e la Corte d’appello con la sentenza n. 753 del 2010 confermava il rigetto. La Corte territoriale argomentava che, nulla disponendo sulla specifica questione il contratto collettivo, al fine di ottenere la ricomprensione del tempo occorrente per indossare e dismettere la divisa aziendale nell’orario di lavoro i ricorrenti avrebbero dovuto dimostrare che il datore di lavoro aveva imposto l’effettuazione di tali operazioni sul luogo di lavoro, circostanza che tuttavia non era stata allegata, nè dedotta a prova. Nè valeva in tal senso la particolarità delle mansioni svolte, considerato che gli appellanti non svolgevano mansioni infermieristiche nè lavoravano in strutture ospedaliere, sicchè era sufficiente che si presentassero con la divisa pulita. La qualificazione della divisa come dispositivo di prevenzione individuale era inoltre una prospettazione fatta valere solo in grado d’appello, e peraltro espressamente esclusa dal D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 74.

Per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso le due lavoratici, affidato a quattro motivi, cui ha resistito con controricorso la cooperativa sociale, che ha proposto altresì ricorso incidentale condizionato. Le parti hanno depositato anche memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente il ricorso principale e quello incidentale sono stati riuniti ex art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la medesima sentenza.

Come primo motivo, le ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 1, attuativo della Direttiva comunitaria 1993/104/CE e della Direttiva 2000/34/CE. Le ricorrenti asseriscono che la Corte avrebbe sottovalutato la portata innovativa delle disposizioni richiamate, che determinerebbe la ricomprensione nell’orario di lavoro del tempo durante il quale il lavoratore, per essere a disposizione del datore di lavoro, non può liberamente utilizzare il proprio tempo, e quindi anche il tempo occorrente per indossare la divisa.

Come secondo motivo, lamentano il vizio di motivazione nel quale sarebbe incorsa la Corte d’appello, laddove ha affermato che non sarebbe stata dedotta nè allegata l’obbligatorietà della vestizione e svestizione della divisa sul luogo di lavoro. Riferiscono di avere al contrario valorizzato nel ricorso in appello il fatto di dovere spesso prestare assistenza ad anziani non autosufficienti e con gravi disabilità, che impone l’assoluta igiene della divisa e il contatto con i residui fisiologici e i liquidi biologici.

Come terzo motivo, lamentano l’ulteriore vizio di motivazione, laddove la Corte territoriale avrebbe ignorato le istanze istruttorie proposte nel giudizio di merito, finalizzate a dimostrare la sussistenza dell’obbligo di indossare la divisa sul luogo di lavoro.

Come quarto motivo, deducono la violazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 40 e 43, come integrati del D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 74 e 77, ed addebitano alla Corte d’appello di non avere considerato che la divisa deve ritenersi dispositivo di protezione individuale.

Ribadiscono di occuparsi quotidianamente di anziani non autosufficienti con gravi disabilità e malattie e di entrare in contatto con liquidi biologici ed organici, oltre a coadiuvare altri operatori nella somministrazione di farmaci con terapie mediche, sicchè l’uso della divisa è finalizzato a difendere gli utenti con i quali si viene in contatto nonchè gli operatori stessi.

A fondamento del ricorso incidentale condizionato, K.C.S. Caregiver Cooperativa Sociale ha riproposto, per il caso di accoglimento del ricorso avversario, le eccezioni svolte nei precedenti gradi di giudizio aventi ad oggetto l’erroneità del quantum richiesto in pagamento dalle controparti e la qualificazione del tempo occorrente per indossare la divisa come lavoro straordinario.

I primi tre motivi del ricorso principale sono connessi e possono essere esaminati congiuntamente.

Sulla problematica che ne costituisce oggetto, occorre qui ribadire che la vestizione degli indumenti necessari per lo svolgimento della prestazione di lavoro (e, più in generale, della divisa aziendale) costituisce un’operazione preparatoria della prestazione di lavoro e ad essa strumentale. La consolidata giurisprudenza della Sezione lavoro di questa Corte ritiene che al fine di valutare se il tempo occorrente per tale operazione debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica. In particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa o gli indumenti (anche eventualmente presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro), la relativa operazione fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale il tempo necessario per il suo compimento non dev’essere retribuito.

Se, invece, le modalità esecutive di detta operazione sono imposte dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, l’operazione stessa rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario dev’essere retribuito (così Cass. n. 13706 del 2014, Cass. Sez. U, n. 11828 del 2013, Cass. n. 9215 del 2012, Cass. n. 19358 del 2010 n. 19358, Cass. n. 19273 del 2006, Cass. n. 15734 del 2003).

La soluzione è coerente con la previsione contenuta nel D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66, art. 1, comma 2 lett. a), (che recepisce le Direttive 93/104 e 00/34 CE, concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro), secondo la quale per orario di lavoro si intende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”, con definizione sovrapponibile a quella ripetuta nella successiva Direttiva 2003/88/CE, art. 2 n. 1) che, per la sua genericità, impone e consente le specificazioni che già erano state fornite già nel vigore della regola fissata dal R.D.L. 5 marzo 1923, n. 692, art. 3.

I criteri sopra enucleati riecheggiano nella stessa giurisprudenza comunitaria. Il fattore determinante che qualifica l’orario di lavoro è stato in genere ritenuto dalla Corte UE il fatto che il lavoratore sia costretto ad essere fisicamente presente nel luogo stabilito dal datore di lavoro e a tenersi a disposizione del medesimo per poter immediatamente fornire le opportune prestazioni in caso di bisogno (v., in tal senso, sentenza Dellas e a., C-14/04, punto 48, nonchè ordinanze Vorel, C-437/05, punto 28, e Grigore, C-258/10, punto 63).

Pertanto, affinchè un lavoratore possa essere considerato a disposizione del proprio datore di lavoro, egli deve essere posto in una situazione nella quale è obbligato giuridicamente ad eseguire le istruzioni del proprio datore di lavoro e ad esercitare la propria attività per il medesimo.

Di recente la Corte UE ha sottoposto ad ulteriore verifica tali criteri nella sentenza resa il 10 settembre 2015 nella causa C- 266/14, Federacion de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras (CC.OO.), occupandosi del tempo impiegato dai tecnici dipendenti di una società spagnola che effettuano l’installazione e la manutenzione degli impianti di sicurezza nelle abitazioni e nei locali industriali e commerciali siti nella zona territoriale di loro competenza, senza un luogo di lavoro fisso. Ha affermato che il tempo di spostamento impiegato da tali lavoratori per raggiungere dal proprio domicilio i luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal loro datore di lavoro costituisce orario di lavoro ai sensi della Direttiva 2003/88/CE, in quanto sussistono nel caso i tre elementi costitutivi della nozione di “orario di lavoro” enucleati dall’art. 2, punto 1, della Direttiva 2003/88. Quanto al primo, secondo il quale il lavoratore deve essere nell’esercizio delle sue attività o delle sue funzioni, la Corte ha ritenuto che i lavoratori che si trovano in tale situazione stiano esercitando le loro attività o le loro funzioni durante l’intera durata di tali spostamenti, in quanto essi costituiscono lo strumento necessario per l’esecuzione delle loro prestazioni tecniche nel luogo in cui si trovano tali clienti. Quanto al secondo, secondo il quale il lavoratore deve essere a disposizione del datore di lavoro durante tale periodo, ha rilevato che i lavoratori durante i tragitti sono sottoposti alle istruzioni del loro datore di lavoro, che può cambiare l’ordine dei clienti oppure annullare o aggiungere un appuntamento, sicchè essi non hanno la possibilità di disporre liberamente del loro tempo e di dedicarsi ai loro interessi. Quanto al terzo, secondo il quale nel periodo preso in considerazione il dipendente dev’essere al lavoro, ha rilevato che gli spostamenti sono intrinseci alla qualità di lavoratore che non ha un luogo di lavoro fisso od abituale.

La soluzione adottata dalla Corte UE conferma quindi l’impostazione assunta da questa Corte anche in relazione alla fattispecie in esame, secondo la quale, riassuntivamente, occorre distinguere nel rapporto di lavoro tra la fase finale, che è direttamente assoggettata al potere di conformazione del datore di lavoro, che ne disciplina il tempo, il luogo e il modo e che rientra nell’orario di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa (art. 2104 c.c., comma 2) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, ma rimesse alla determinazione del prestatore nell’ambito della libertà di disporre del proprio tempo, che non costituisce orario di lavoro.

6.1. Tale impostazione richiede un’ulteriore precisazione, necessaria al fine di valutare la fattispecie oggetto di causa.

L’eterodeterminazione del tempo e del luogo ove indossare la divisa o gli indumenti necessari per la prestazione lavorativa, che fa rientrare il tempo necessario per la vestizione e svestizione nell’ambito del tempo di lavoro, può derivare dall’esplicita disciplina d’impresa, o risultare implicitamente dalla natura degli indumenti da indossare o dalla specifica funzione che essi devono assolvere nello svolgimento della prestazione. Possono quindi determinare un obbligo di indossare la divisa sul luogo di lavoro ragioni d’igiene imposte dalla prestazione da svolgere ed anche la qualità degli indumenti, quando essi siano diversi da quelli utilizzati o utilizzabili nell’abbigliamento secondo un criterio di normalità sociale, sicchè non si possa ragionevolmente ipotizzare che siano indossati al di fuori del luogo di lavoro.

La Corte territoriale, tenuto conto del mancato intervento sulla specifica questione della contrattazione collettiva applicabile in azienda, sulla base delle premesse generali esplicitate al superiore punto 6 ha esaminato il quadro fattuale emerso in causa e ne ha concluso che potesse escludersi un obbligo per i lavoratori di indossare la divisa in azienda, in considerazione del fatto che i lavoratori non svolgono mansioni infermieristiche nè lavorano in strutture ospedaliere, “sicchè è sufficiente che si presentino con una divisa pulita”, anche se indossata prima di muoversi da casa. In tal modo, la Corte tuttavia non ha valutato le risultanze di causa onde desumerne quale sia il grado di igiene richiesto per l’espletamento della prestazione (limitandosi a parlare genericamente di “pulizia” della divisa) e se esso possa essere realmente garantito dal tragitto che i lavoratori devono compiere prima di entrare nel luogo di lavoro; inoltre, non ha analizzato le caratteristiche della divisa imposta per l’espletamento della prestazione in tutte le sue componenti (che a pg. 18 del controricorso si specifica consistere in casacca a maniche corte, pantaloni, zoccoli, cuffia per chi somministra gli alimenti) per esaminare se essa potesse essere indossata dai lavoratori in luogo diverso da quello di lavoro, secondo un criterio di “normalità sociale” dell’abbigliamento.

7.1. In tal modo la Corte, pur muovendo dai principi condivisi e consolidati di questa Corte, non ne ha valutato appieno la portata, sicchè i primi tre motivi del ricorso principale devono essere accolti.

In relazione al quarto motivo (laddove si sostiene che le divise sarebbero ricomprese nei dispositivi di protezione individuale di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 74 e segg.) la Corte d’appello si è basata su due autonome rationes decidendi: ha osservato in primo luogo che tale deduzione era stata formulata inammissibilmente soltanto in grado d’appello ed inoltre ha aggiunto che la natura di dispositivo di protezione individuale degli indumenti da lavoro è espressamente esclusa dal D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 74; la prima ratio decidendi non è stata efficacemente contestata del ricorso, laddove si riporta una deduzione contenuta a pag. 9 dell’atto di appello, che risulta quindi tardiva ai sensi dell’art. 437 c.p.c..

Tale deduzione peraltro secondo quanto precisa la parte controricorrente era stata formulata soltanto nel ricorso in appello di Q. e non di G.. Il motivo pertanto risulta inammissibile.

Segue l’accoglimento dei primi tre motivi del ricorso principale, con rigetto del quarto. La sentenza dev’essere quindi cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio alla Corte d’appello di Brescia, che dovrà compiere un nuovo esame, sulla scorta dei principi sopra enunciati, e decidere anche sulle spese del giudizio.

Resta assorbito il ricorso incidentale, il cui esame è condizionato dalla soluzione che la Corte di merito adotterà nella valutazione della questione oggetto del ricorso principale, rimessa al suo esame.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie i primi tre motivi del ricorso principale e rigetta il quarto, assorbito il ricorso incidentale.

Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa anche per le spese alla Corte d’appello di Brescia.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2016

[1] Trib. Milano, sent. n. 1660/2016 del 1.06.2016.

[2] Cass. sent. n. 1352/16.

[3] Art. 1, co. 2, lett. a), Dlgs n. 66/2003.

[4] Cass. sent. n. 15734/2003, n. 15492/2009.

[5] Cass. sent. n. 9215/2012.

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Il personale della scuola bastonato dalla Cassazione

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Le violazioni perpetrate nei confronti dei docenti e del personale Ata a seguito dei contratti a termine reiterati per oltre 36 mesi possono essere sanate direttamente grazie alla riforma della Buona Scuola. La legge n. 107/2015, che prevede un piano straordinario di assunzioni, rappresenta una sanzione sufficiente per compensare la violazione del diritto dell’Unione Europea anche per chi non ha ottenuto ancora il posto ma è in attesa dello scorrimento delle graduatorie.

È quanto emerge dalla sentenza n. 22552/2016, pubblicata oggi dalla sezione lavoro della Cassazione, la prima delle sette sentenze pilota che hanno deciso la prima tranche dell’ottantina di ricorsi presentati contro l’abuso dei contratti a termine.

La questione precariato nel mondo dell’istruzione, si ricorda si è aperta a seguito della decisione della Corte di Giustizia Europea del 2014, seguita da quella della scorsa estate della Corte Costituzionale (la n. 187/2016), che hanno dichiarato illegittima la reiterazione dei contratti a tempo determinato con durata complessiva, anche non continuativa superiore a 3 anni per la copertura di cattedre e posti vacanti.

Ora, per la Cassazione, grazie al piano straordinario di assunzioni avviato per effetto della riforma, ai lavoratori assunti spetta la ricostruzione della carriera ma non il risarcimento. L’assunzione in ruolo, infatti, rappresenterebbe di per sé una sorta di risarcimento. Il piano straordinario previsto dalla Buona Scuola sarebbe misura “proporzionata, effettiva, sufficientemente energica e idonea” a sanzionare debitamente l’illegittimità” giacché consente di “fruire in tempi certi e ravvicinati di un accesso privilegiato al pubblico impiego nel tempo compreso fino al totale scorrimento delle graduatorie a esaurimento”. Lo stesso vale per il personale docente e Ata stabilizzati a seguito dei pregressi concorsi e selezioni.

Chi è stato immesso in ruolo, quindi, potrà chiedere il risarcimento per danni ulteriori e diversi ma l’onere della prova della lesione sarà a suo carico. Per chi invece non ha certezza della stabilizzazione, il risarcimento (ma non la stabilizzazione per via giudiziale) spetterà ma nei limiti del Jobs Act, ossia l’indennità a forfait tra le 2,5 e le 12 mensilità.

cass-22552-2016

Cosa fare se arriva la cartella esattoriale al defunto?

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Capita spesso che una cartella esattoriale arrivi a un genitore defunto. In questo caso l’errore più comune dei familiari è di accettare la cartella e di non respingerla facendovi mettere dal postino la dizione “destinatario defunto“, possibilmente con l’esibizione di un certificato di morte. Lo stesso bisognerebbe fare se la cartella esattoriale è  recapitata da un messo comunale o da un Vigile, i quali potranno approfondire chiedendo se ci sono eredi. Se nessuno ha ereditato qualche cosa, è necessario rispondere che non ci sono eredi.
A questo punto la cartella ritorna all’ufficio mittente.

Se si tratta di una sanzione amministrativa non fiscale, per esempio una contravvenzione stradale, la cartella deve essere archiviata, perché l’ articolo 7 della legge n. 689 del 24/11/1981vieta espressamente la trasmissibilità di ogni sanzione amministrativa agli eredi.

Se invece si tratta di un tributo o del bollo auto ( nessuno si ricorda che la macchina del defunto inutilizzata deve comunque pagare il bollo), l’ufficio tributario dovrebbe verificare se ci sono eredi che hanno effettivamente ereditato. Ma non lo fa mai perché e quindi verifica semplicemente, attraverso il collegamento telematico con l’anagrafe, se il defunto ha coniuge, figli o fratelli: a uno di questi, scelto a caso, invia di nuovo la cartella esattoriale. Può farlo sia perché la legge consente di rivalersi su uno qualsiasi dei potenziali
eredi (il quale a suo volta dovrà poi darsi da fare con gli altri per recuperare quanto pagato), sia
perché sta all’interessato dimostrare che non ha ereditato qualche cosa. Intanto, però, l’ufficio
mittente deve riformulare la cartella esattoriale depennandola dalle sanzioni: infatti, il decreto legislativo n. 472/1997 ( 23/12/1996) ha stabilito che gli eredi devono pagare l’importo delle tasse eventualmente evase o dovute dai defunti, ma non le sanzioni e le soprattasse.
Ecco perché inizialmente è opportuno respingere la cartella indirizzata al defunto.

Se poi la cartella è “pazza” o se l’ufficio mittente se ne infischia di riformulare la cartella depennando sanzioni e soprattasse, l’erede è costretto a ricorrere alla procedura di autotutela.
Bisogna inviare allo stesso ufficio tributario creditore che figura nella cartella – e per conoscenza all’esattoria – una raccomandata AR, allegando fotocopia della cartella stessa e chiedendone la corretta riformulazione senza le sanzioni, ai sensi sia del decreto ministeriale n. 37/1997 per errore palese (è il cosiddetto decreto sulla “autotutela”), sia degli articoli 8 e 25 del decreto legislativo n. 472/1997 per non trasmissibilità agli eredi delle sanzioni.

Tuttavia in molti casi i cosiddetti eredi non hanno ereditato nulla e, quindi, non essendo eredi non dovrebbero pagare la cartella esattoriale. Come si fa a provare di non aver ereditato nulla?
Di nuovo, il fisco non se ne preoccupa, nella presunzione che i familiari possano anche aver ereditato i gioielli o un pacco di soldi che il defunto teneva sotto il materasso, senza alcun atto formale.
L’articolo 474 del Codice civile stabilisce infatti che l’accettazione dell’eredità può essere espressa (con dichiarazione formale di accettazione) o tacita. In quest’ultimo caso sta al presunto erede dimostrare che, pur tacendo, non ha ereditato nulla, ma è una prova diabolica, perché potrebbe anche aver ereditato il portafoglio del defunto con qualche spicciolo. A rigore, anche se non esiste alcun bene da ereditare, bisognerebbe fare una “rinunzia all’eredità” con dichiarazione al cancelliere del tribunale civile, che in base all’articolo 519 del Codice civile tiene il “registro delle successioni” diviso in tre parti, di cui la prima riguarda le acccttazioni, la seconda le rinunce e la terza le nomine dei curatori testamenrari.

Per rinunciare all’eredità, anche se è inesistente, c’è tempo dieci anni e l’articolo 521 del Codice civile stabilisce che la rannida è retroattiva, quindi si può opporre a qualsiasi pretesa del fisco o di eventuali creditori.

I beni che Equitalia e i creditori non possono pignorare

I beni che Equitalia e i creditori non possono pignorare

Vi sono beni che non possono mai costituire oggetto di pignoramento, anche se le regole sono parzialmente diverse a seconda che il creditore sia Equitalia o qualsiasi altro soggetto privato come la banca, il fornitore, ecc. Cerchiamo di sintetizzarle qui di seguito.

Non possono mai essere pignorati i seguenti beni:

LIMITI PER EQUITALIA

Equitalia non può mai pignorare:

La prima casa, se è anche l’unica, non è di lusso, è a uso abitativo e il debitore vi ha fissato la residenza. Tuttavia, vi può iscrivere ipoteca se il suo credito è superiore a 20mila euro.

Se mancano i predetti presupposti, Equitalia, oltre a iscrivere ipoteca, può pignorare l’immobile (ossia metterlo all’asta con la procedura in tribunale), a condizione che il suo credito sia superiore a 120mila euro.

Lo stipendio: Equitalia non può pignorarne un importo superiore a un decimo se lo stipendio non supera 2.500 euro al mese; non può pignorarne più di un settimo se è compreso tra 2.5001 euro e 5.000; non può pignorarne più di un quinto se è superiore a 5.001 euro.

La pensione: in generale Equitalia non può mai pignorare la pensione se essa è inferiore all’importo pari all’assegno sociale (per il 2015 è pari a 448,52 euro ) aumentato della metà (ossia 224,26). Pertanto la pensione non può mai scendere al disotto di 672,78. È il cosiddetto minimo vitale.

Per l’eccedenza, Equitalia incontra le stesse regole dello stipendio. Ossia, il pignoramento della parte eccedente il tetto di 672,78 euro può avvenire entro massimo 1/10 per pensioni non superiori a 2.500 euro; entro massimo 1/7 per pensioni tra 2.5001 e 5.000 euro; fino a 1/5 per pensioni superiori a 5.001 euro.

Il conto corrente: Equitalia non può pignorare l’ultimo emolumento di pensione o stipendio accreditato in conto al momento del pignoramento.

LIMITI PER I CREDITORI PRIVATI

Lo stipendio e la pensione: sono pignorabili entro massimo un quinto, fatto salvo, per la pensione, il minimo vitale.

 

LIMITI COMUNI A EQUITALIA E I CREDITORI PRIVATI

Il fondo patrimoniale: Equitalia può pignorarlo solo a condizione che il debito tributario derivi da esigenze della famiglia, come ad esempio il mancato pagamento delle imposte sulla casa o sul reddito del lavoratore il cui stipendio serve per mantenere la famiglia.

Tuttavia, se viene dimostrato che il debitore ha creato il fondo patrimoniale solo per evitare di pagare un debito già preesistente con Equitalia, quest’ultima può ugualmente pignorare i beni in esso contenuti previo esperimento della cosiddetta azione revocatoria.

Addirittura, se si tratta di un pignoramento iscritto entro un anno dalla costituzione del fondo stesso, non c’è neanche bisogno dell’azione revocatoria.

 

Il conto corrente su cui viene versato lo stipendio o la pensione

a) per le somme già presenti sul conto all’atto in cui viene notificato il pignoramento, il creditore non può mai pignorare una importo pari al triplo l’assegno sociale (l’assegno sociale per il 2015 è pari a 448,52, per cui il triplo, impignorabile, è pari a 1.345,56);

b) per le somme successivamente accreditate dall’ente di previdenza o dal datore di lavoro, il pignoramento non può essere superiore a un quinto.

 

Il conto corrente su cui non viene versato solo lo stipendio o la pensione

In questi casi il pignoramento delle somme già presenti in conto e dei successivi accrediti può essere del 100%.

 

Le polizze vita: non sono pignorabili.

 

Non sono anche pignorabili letti, tavoli da pranzo con le relative sedie, armadi guardaroba, cassettoni, frigorifero, stufe, fornelli di cucina anche se a gas o elettrici, lavatrice, utensili di casa e di cucina insieme ad un mobile idoneo a contenerli.

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Non c’è evasione se si preferisce il carcere alla moglie

La CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE VI, SENTENZA 4 NOVEMBRE 2015, N. 44595. LA RATIO CHE SORREGGE LA NORMA DI CUI ALL’ART. 385 COD. PEN. CONSISTE NELL’OBBLIGO IMPOSTO ALLA PERSONA SOTTOPOSTA ALLA MISURA DETENTIVA DOMICILIARE DI RIMANERE NEL LUOGO INDICATO E NON ALLONTANARSENE SENZA AUTORIZZAZIONE, PERCHÉ RITENUTO IDONEO A SODDISFARE LE ESIGENZE CAUTELARE DI CUI ALL’ART. 274 COD. PROC. PEN. E NEL CONTEMPO NEL CONSENTIRE AGEVOLMENTE I PRESCRITTI CONTROLLI DA PARTE DELL’AUTORITÀ DI POLIZIA GIUDIZIARIA ADDETTA. SE L’IMPUTATO VIENE TROVATO FUORI DELL’ABITAZIONE IN ATTESA DELL’ARRIVO DEI CARABINIERI, PRONTAMENTE INFORMATI DELLA SUA INTENZIONE DI VOLERE ANDARE IN CARCERE, SI DEVE NECESSARIAMENTE CONCLUDERE PER L’ASSENZA DI OFFENSIVITÀ CONCRETA (ART. 49, COMMA 2 COD. PEN.), ATTESO CHE IN NESSUN MOMENTO EGLI SI È SOTTRATTO ALLA POSSIBILITÀ PER GLI ADDETTI AL CONTROLLO DI EFFETTUARE LE DOVUTE VERIFICHE, RESTANDO NELLE IMMEDIATE VICINANZE DEL DOMICILIO COATTO. LA STRETTA CONNESSIONE TRA COMUNICAZIONE DELL’IMMINENTE VIOLAZIONE DEI DIVIETO DI ALLONTANAMENTO, PERMANENZA NEI PRESSI DEI DOMICILIO AL PRECIPUO SCOPO DI FAR RILEVARE L’ALLONTANAMENTO STESSO E MANIFESTAZIONE DELL’INTENTO DI VOLERSI ASSOGGETTARE AD UN REGIME CAUTELARE ADDIRITTURA PIÙ RIGOROSO, DETERMINA L’IRRILEVANZA DELL’INFRAZIONE, NON RISULTANDO, INFATTI, VIOLATA LA RATIO GIUSTIFICATIVA DEI PRECETTO.

Cassazione 14

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 4 novembre 2015, n. 44595

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Messina ha confermato quella emessa in data 26/034/2008 dal locale Tribunale che, in esito a giudizio abbreviato, aveva condannato R.F. alla pena di quattro mesi di reclusione per il reato di evasione dagli arresti domiciliari.
La Corte territoriale ha rilevato che all’atto del controllo, l’imputato si trovava fuori della propria abitazione e il motivo che lo aveva a ciò indotto (un litigio con la moglie seguito da comunicazione all’utenza 113 dell’imminente allontanamento per tale ragione dal domicilio coatto) non incide sull’elemento soggettivo del reato, che richiede unicamente il dolo generico, potendo essere valorizzato unicamente ai fini della determinazione della pena, come in concreto avvenuto.
2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato che deduce l’insussistenza del reato, non avendo in realtà mai voluto sottrarsi al controllo dell’Autorità, essendosi la condotta con­cretizzata nell’avere, dopo un litigio con la moglie, telefonato ai Carabinieri informandoli della maturata decisione di volere andare in carcere.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato e deve essere accolto.
E’ corretto il rilievo difensivo secondo cui la ratio che sorregge la norma di cui all’art. 385 cod. pen. consiste nell’obbligo imposto alla persona sottoposta alla misura detentiva domiciliare di rimanere nel luogo indicato e non allontanarsene senza autorizzazione, perché ritenuto idoneo a soddisfare le esigenze cautelare di cui all’art. 274 cod. proc. pen. e nel contempo nel consentire agevolmente i prescritti controlli da parte dell’autorità di polizia giudiziaria addetta.
Delimitata a contrario la condotta illecita tipica, consistente nell’allontanamento senza auto­rizzazione dal domicilio coatto e nella sottrazione ai controlli dell’autorità di P.G., pare evidente come nella fattispecie il reato non possa affatto configurarsi.
La Corte territoriale ha ritenuto che l’intervenuto litigio con la moglie all’interno del domicilio condiviso (e coatto per il ricorrente) e la comunicazione dell’imminente allontanamento alla utenza 113 dovessero essere apprezzate unicamente riguardo al movente della condotta tipica, consistente nell’indebito allontanamento dall’abitazione, come tale incidente esclusivamente sul trattamento sanzionatorio in concreto applicato dal giudice.
Se tuttavia la condotta in addebito viene apprezzata nel suo insieme, considerando cioè che l’imputato venne trovato fuori dell’abitazione in attesa dell’arrivo dei Carabinieri, prontamente informati della sua intenzione di volere andare in carcere, si deve necessariamente concludere per l’assenza di offensività concreta (art. 49, comma 2 cod. pen.), atteso che in nessun momento egli si è sottratto alla possibilità per gli addetti al controllo di effettuare le dovute verifiche, restando nelle immediate vicinanze del domicilio coatto.
La stretta connessione tra comunicazione dell’imminente violazione dei divieto di allontanamento, permanenza nei pressi dei domicilio al precipuo scopo di far rilevare l’allontanamento stesso e manifestazione dell’intento di volersi assoggettare ad un regime cautelare addirittura più rigoroso, determina l’irrilevanza dell’infrazione, non risultando, infatti, violata la ratio giustificativa dei precetto.
2. All’accoglimento del ricorso per le ragioni anzidette segue l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

La riforma dei reati tributari ex d.lgs. 158/2015

La riforma dei reati tributari è legge. È stato infatti appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale (in data 7 ottobre 2015) il d.lgs. 24 settembre 2015, n. 158 – per leggere il quale clicca qui – con cui il governo ha esercitato la delega conferitagli con l’art. 8 co. 1 dellalegge 11 marzo 2014, n. 23.

http://www.penalecontemporaneo.it/area/2-economia/-/-/4200-la_riforma_dei_reati_tributari__un_primo_sguardo_al_d_lgs__158_2015_appena_pubblicato/

Tenuità del fatto

Prime applicazioni della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto

Dopo che la Cassazione ha riconosciuto la possibilità che la nuova disciplina in tema di non punibilità per la speciale tenuità del fatto trovi applicazione anche nei procedimenti in corso, iniziano ad essere emanate le prime pronunce in materia. Particolare attenzione è dedicata alla possibilità che tale decisione venga assunta anche in sede predibattimentale pur senza il consenso e con l’opposizione del pubblico ministero.

Come è noto, con il decreto delegato n. 28 del 2015 – emanato in ottemperanza alla legge delega n. 67 del 104, art. 1, comma 1, lett. m) – è stata introdotta, all’art. 131-bis c.p. una nuova causa di non punibilità operante quando il fatto di reato – sicuramente sussistente nei suoi profili oggettivi e soggettivi – presenti profili di particolare tenuità. In particolare, secondo il primo comma della citata disposizione, tale valutazione va operata quando per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale; tale provvedimento non può essere assunto laddove il reato sia punito con la pena della reclusione superiore nel massimo a cinque anni,  quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona, quando l’autore del fatto sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.

La norma avrà sicuramente un significativo impatto sul funzionamento dell’Amministrazione della Giustizia e sulla nuova disciplina la Cassazione si è già pronunciata, sostenendo che la stessa “può trovare applicazione anche nei procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, stante il principio di retroattività delle legge penale più favorevole ed è proponibile anche per la prima volta in sede di giudizio di cassazione nella misura in cui non sia stata possibile dedurla nelle fase antecedenti” (Cass., sez. III, 15 aprile 2015, n. 15449).

Alla declaratoria di non punibilità per la particolare tenuità del fatto può procedersi sia nel corso delle indagini preliminari, sia dopo l’esercizio dell’azione penale. Nel primo caso, provvede con ordinanza o decreto di «archiviazione» il giudice per le indagini preliminari, su richiesta del pubblico ministero (art. 411, commi 1 e 1-bis, c.p.p.); nel secondo caso, a provvedere con «sentenza» è il giudice, o prima del dibattimento nella ricorrenza dei presupposti di cui all’articolo 469 c.p.p. ovvero all’esito del giudizio.

In particolare, quando la causa di non punibilità formulata in sede dibattimentale possono darsi due ipotesi. In primo luogo, il giudice può rilevare la tenuità del fatto all’esito dell’istruttoria dibattimentale: in tale ipotesi, deve trovare applicazione il nuovo art. 651-bis c.p.p. giusto il quale “la sentenza penale irrevocabile di proscioglimento pronunciata per particolare tenuità del fatto in seguito a dibattimento ha efficacia di giudicato quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni e il risarcimento del danno promosso nei confronti del condannato e del responsabile civile che sia stato citato ovvero sia intervenuto nel processo penale”. Comprensibili le ragioni che hanno portato all’adozione di tale disciplina: una volta giudizialmente accertati i profili della vicenda ed individuate le responsabilità dell’imputato, il quale non merita una sanzione in sede penale solo per l’irrisorietà del danno arrecato, rimanendo comunque dimostrata la fondatezza delle pretese della persona offesa, non si vede per quale motivo non prevedere l’utilizzabilità in altra sede giurisdizionale di tali acquisizioni probatorie, non influendo certo sulla correttezza della ricostruzione giudiziale dell’accaduto la circostanza che i fatti sia andati esenti da punizione in ragione della tenuità del fatto.

Esemplificativa dell’ipotesi anzidetta è la decisione del Tribunale di Torino, IV sezione penale, 9 aprile 2015, giudice dr. Reynaud, il quale, verificata la sussistenza di tutti gli elementi necessari per il perfezionarsi del reato di bancarotta semplice per omessa tenuta della contabilità, conclude nel senso della tenuità del fatto. In particolare, il Tribunale di Torino incentra la sua valutazione sui seguenti elementi: a) la non connotazione in termini di gravità della condotta meramente omissiva e altrimenti contraddistinta dalla regolare tenuta della contabilità prescritta dalle leggi fiscali; b) la entità del danno arrecato alla massa dei creditori, oggettivamente di particolare tenuità, in ragione delle insinuazioni al passivo della società, a fronte, comunque, di un attivo comunque apprezzabile; c) la scarsa intensità del dolo o grado della colpa, l’istruttoria avrebbe consentita di evidenziare una rimproverabilità minima e di natura sostanzialmente colposa; d) l’occasionalità della condotta illecita, considerando la natura formale del reato e l’incensuratezza dell’imputato.

Come accennato, la pronuncia di non punibilità può essere formulata in sede predibattimentale, applicando il nuovo comma 1-bis dell’art. 469 c.p.p., in base al quale “la sentenza di non doversi procedere è pronunciata anche quando l’imputato non è punibile ai sensi dell’articolo 131-bis del codice penale, previa audizione in camera di consiglio anche della persona offesa, se compare”. Ovviamente, in tal caso, mancando un esame compiuto della vicenda, la sentenza di assoluzione non ha quell’efficacia che è invece riconosciuta dall’art. 651-bis c.p.p. alla pronuncia che riconosca la tenuità del fatto al termine dell’istruttoria dibattimentale.

Il comma 1-bis dell’art. 469 c.p.p. non precisa se la sentenza predibattimentale possa essere pronunciata anche in assenza del consenso delle parti ed in particolare del pubblico ministero. Infatti, mentre la precedente versione dell’art. 469 c.p.p. prevedeva la possibilità per il Tribunale di pronunciare sentenza predibattimentale inappellabile “sentiti il pubblico ministero e l’imputato e se questi non si oppongono” e quindi non vi era dubbio che la sentenza predibattimentale di proscioglimento potesse essere pronunziata solo previo contraddittorio fra le parti e in assenza di espressa opposizione di taluna di esse, il nuovo citato comma 1-bis di tale disposizione non menziona né l’imputato né il pubblico ministero, limitandosi a prescrivere la necessaria audizione in camera di consiglio “anche della persona offesa, se compare” ma non contiene nessun riferimento alla facoltà – per taluna delle parti processuali – di opporsi alla sentenza predibattimentale.

Secondo alcuni Tribunali, la disciplina della sentenza predibattimentale di non punibilità per particolare tenuità, contenuta in un comma autonomo e regolata in forma differente rispetto al “vecchio” proscioglimento predibattimentale, non richiamando espressamente la facoltà delle parti di opporsi alla sentenza in camera di consiglio, non contempla affatto tale potere, né per la difesa né per il pubblico ministero.

Tale conclusione è in primo luogo meglio rispondente alla volontà del legislatore di introdurre un meccanismo che consenta un vaglio  preventivo della punibilità del fatto, senza necessità di procedere al dibattimento, in quanto la necessità di svolgere l’istruttoria dibattimentale vanificherebbe la finalità deflattiva della norma.

In secondo luogo a favore di tale conclusione militerebbe la circostanza che l’art. 411 c.p.p. perevede per il pubblico ministero la possibilità di richiedere l’archiviazione del procedimento per particolare tenuità: se l’accusa non ha ritenuto di fare applicazione dello strumento risultante dal nuovo art. 411 c.p.p. e non ha richiesto l’archiviazione per speciale tenuità, è implausibile che la stessa modifichi tale impostazione in sede di atti preliminari all’apertura del dibattimento, richiedendo la pronuncia di non doversi procedere, ma allora subordinare la pronuncia predibattimentale al consenso del pubblico ministero significherebbe rendere inoperativo l’istituto in parola, con buona pace delle esigenze deflattive e di contenimento dei costi, poste dal legislatore alla base della modifica normativa.

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La decisione in sintesi

 

Esito del ricorso:

Sentenza di assoluzione per la tenuità del fatto emessa a termine del dibattimento con applicazione dell’art. 651-bis c.p.p.

 

Precedenti giurisprudenziali:

Cassazione penale, Sezione III, 15 aprile 2015, n. 15449

 

Divorzio, i sei o dodici mesi di separazione decorrono dalla prima udienza

Il condannato con il decreto penale, può essere assolto

Più chance per essere assolti

Una chance in più di essere assolti. Il condannato con decreto penale può aspirare al proscioglimento per innocenza evidente, quando si oppone al decreto e contestualmente chiede l’oblazione. È quanto ha stabilito la corte costituzionale con la sentenza n. 14 del 13 febbraio 2015. Al vaglio della Corte è stata sottoposto l’art. 464, comma 2 cpp, che secondo il giudice che ha sollevato il caso non consentirebbe di prosciogliere l’imputato. Il caso ha riguardato tre persone condannate con un decreto penale a una ammenda per reati ambientali. La procedura per decreto implica l’irrogazione della condanna pecuniaria, contro la quale l’imputato può presentare opposizione. In sostanza il pm (in alcuni casi) può chiudere le indagini e chiedere al gip un decreto penale di condanna. Il condannato può decidere se presentare opposizione o accettare la condanna e pagare. Nel presentare l’opposizione si può chiedere il patteggiamento oppure l’oblazione oppure di andare a giudizio. Nel caso specifico gli interessati si sono opposti e hanno chiesto di essere prosciolti per evidenza della non colpevolezza (articolo 129 del codice di procedura penale) e, in subordine, di poter pagare l’oblazione. Il giudice, convinto di dovere assolvere gli imputati per evidente assenza di dolo e colpa, ha ritenuto, però, di non poter pronunciare la sentenza di proscioglimento, in quanto apparentemente vietato da una sentenza della cassazione. Questa sentenza esclude il proscioglimento, ai sensi dell’art. 129 cpp, dopo l’opposizione a decreto penale. Il giudice, che ha sollevato il caso, ha dubitato della costituzionalità di un sistema che imporrebbe al magistrato di disporre il pagamento dell’oblazione anche quando è evidente l’innocenza dell’incolpato. La Corte, tuttavia, ha rilevato che la sentenza della Cassazione deve essere letta diversamente. Anzi, proprio quando si propone l’opposizione a decreto penale e contestualmente si chiede l’oblazione, il giudice è chiamato ad adottare un provvedimento decisorio, che implica un esame del merito dell’imputazione; quindi può applicare anche l’art. 129 e mandare assolto l’imputato. Il potere di giudicare nel merito non c’è, invece, nel caso in cui non si chiede l’oblazione, in quanto il giudice in quale caso non deve fare altro che mandare avanti il giudizio per l’accertamento eventuale della responsabilità penale.

Mediazione, il Ministero blocca le spese di avvio

TAR LAZIO

SENTENZA SUBITO ESECUTIVA

Tribunale di Napoli – Sentenza n. 528 del 21 gennaio 2015

E’ di alcune ore fa il  pronunciamento del Giudice di Napoli sulla stabilizzazione dei precari scuola con più di 36 mesi di servizio. Tale decisione è coerente con la sentenza della Corte di Giustizia Europea dello scorso 26 novembre 2014.

Il giudice, che aveva richiesto l’interpretazione della legittimità delle norme nazionali alla Corte europea, ora sulla base della sentenza del 26 novembre, ha deciso nel merito e trasformato il rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato, oltre al pagamento delle retribuzioni dovute per i periodi di interruzione del lavoro e al riconoscimento dell’anzianità pregressa a favore dei ricorrenti.

Il giudice ha condannato il MIUR al pagamento delle spese di giudizio .

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Sentenza n. 528

Sentenza n. 529

Sentenza n. 530

CORTE DI CASSAZIONE

Sentenza 03 novembre 2014, n. 23378

Lavoro subordinato – Licenziamento per giusta causa –

Consumazione di un atto sessuale durante l’orario di lavoro – Mansioni di responsabilità –

Gestore di sicurezza della stazione metro

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Svolgimento del processo

L.N. dipendente della società M. s.p.a. dal 1/9/2003 con qualifica di operaio e con le mansioni di operatore presso la stazione metropolitana di S.R. veniva licenziato con lettera del 30 ottobre 2007 per giusta causa, individuata nel comportamento descritto nella lettera di contestazione disciplinare del precedente 15 ottobre, Ivi si riferiva che il giorno 11 ottobre 2007 il lavoratore, nel normale orario di lavoro, non presenziava la sua postazione lavorativa presso il banco agenti di stazione, senza avere richiesta la preventiva autorizzazione al DCC/DCO come previsto dal regolamento aziendale per gli agenti di stazione, e veniva sorpreso da un utente nel locale in uso alla ditta di pulizie ubicato al piano banchina in atto sessuale con una donna. Di tale circostanza la cliente aveva sporto denuncia alle forze dell’ordine dalla stessa chiamate in loco.

L’impugnativa proposta avverso il licenziamento veniva respinta dal Tribunale di Napoli all’esito della fase cautelare con sentenza del 21/6/2011 e la Corte d’Appello di Napoli con sentenza n. 7890 del 2012 respingeva l’appello proposto dal lavoratore. La Corte disattendeva i motivi di gravame osservando che la realizzata violazione dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro, unitamente ad un comportamento manifestamente contrario agli interessi dell’impresa, rendeva irrilevante il rispetto (o meno) della garanzia di affissione del codice disciplinare prevista dall’art. 7 primo comma della L. 300 del 1970; argomentava poi che il provvedimento di recesso era stato sottoscritto dal direttore generale, procuratore generale munito dei relativi poteri, con firma leggibile apposta in calce al provvedimento. Un’eventuale mancanza dei poteri di intimazione avrebbe dovuto peraltro essere fatta valere dalla società, che invece nel caso l’aveva ratificata ai sensi dell’articolo 1399 c.c. con la memoria di costituzione in giudizio. Riteneva poi che l’esito dell’istruttoria svolta avesse confermato la fondatezza dell’addebito, che si era concretato in un allontanamento dalla postazione di lavoro per compiere un atto contrario ai doveri del servizio e con pericolo per la sicurezza. Esso rendeva fondata la sanzione irrogata, considerato anche che le mansioni cui il N. era addetto erano di particolare responsabilità per la gestione della sicurezza dell’impianto della stazione di S.R. egli l’unico agente di stazione, il che rendeva la condotta connotata da particolare gravità. Riteneva poi che le previsioni del R.D. n. 148 del 1931, in particolare con riferimento al quelle che individuano le sanzioni disciplinari c la competenza della commissione di disciplina ad irrogare la destituzione dal servizio, dovessero ritenersi superate per effetto della successiva contrattazione collettiva e dell’art. 7 della L. n. 300 del 1970. Né poteva invocarsi il codice etico di M., afferendo la fattispecie non a violazioni del codice etico, ma a licenziamento disciplinare derivante dagli artt. 2118 e 2119 c.c.

Per la cassazione della sentenza L. N. ha proposto ricorso, affidato a dodici motivi, cui ha resistito con controricorso s.p.a. M. che ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

I. Sintesi dei motivi di ricorso

1. Con i primi sette motivi il ricorrente deduce la violazione di legge e di contratto collettivo, con riferimento agli artt. 66 del C.C.N.L. autoferrotranvieri del 1976 e successive modifiche, all’art. 7 della L. n. 300 del 1970, agli artt. 2119 e 2106 c.c., all’art. 1 della L. n. 604 del 1966, ed addebita alla Corte d’appello di avere erroneamente reinterpretato la contestazione disciplinare, che gli imputava il temporaneo non presenziare nel posto di lavoro senza avere ottenuto il necessario permesso; tale addebito coinciderebbe con la previsione dell’articolo 66 del CCNL, che vi correla la sanzione della multa fino a un massimo di quattro ore retribuzione.

Rileva che l’allontanamento contestato infatti era meramente temporaneo, né vi era prova del fatto che il N. fosse ritornato al lavoro perché chiamato tramite interfono e non per sua spontanea volontà. Aggiunge che il magazzino in cui si sarebbe consumato l’atto sessuale era un locale tecnico non accessibile all’utenza e che pertanto era stata rispettata la regola della riservatezza, che egli era inquadrato nel penultimo gradino del CCNL, che l’agente di stazione non è ima guardia giurata né un addetto alla vigilanza pur avendo compiti generici di controllo, che la condotta non aveva determinato conseguenze pregiudizievoli per l’azienda né danno all’immagine, che non si sarebbe dato rilievo all’ assenza di precedenti disciplinari. Tali elementi, per la cui mancata valorizzazione ad opera del giudice di merito deduce anche difetto di motivazione, determinerebbero una diversa valutazione della condotta contestata e della sua gravità.

2. Come ottavo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 7 della L.n. 300 del 1970 e ribadisce che il comportamento sanzionato è contemplato dal contratto collettivo, per cui l’affissione del codice disciplinare si rendeva obbligatoria.

3. Come nono motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 55 del D.lgs. n. 165 del 2001 e fa presente che M. s.p.a. è una società a totale capitale pubblico, controllata dal Comune di Napoli, sicché avrebbero dovuto applicarsi le disposizioni dettate in materia di pubblico impiego e le correlate garanzie ivi riconosciute ai prestatori di lavoro, tra cui l’art. 55 quarto comma che prevede che la parte datoriale debba individuare l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari. L’azienda aveva nel caso affidato l’istruttoria all’organismo di vigilanza, ma questo non risultava essere stato interessato dalla vicenda in esame.

4. Come decimo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 10 della L.n. 300 del 1970 in quanto il provvedimento di irrogazione della sanzione non reca il nominativo del soggetto che lo ha adottato né la funzione e la qualità da questi ricoperta e lamenta che la sentenza, affermando il contrario, negherebbe circostanze documentalmente evidenti. Sostiene poi che l’unico soggetto che in base al codice etico è legittimato ad adottare il provvedimento di recesso è l’amministratore delegato, in mancanza di una comprovata delega di poteri.

5. Come undicesimo motivo lamenta la violazione del R.D. n. 148 del 1931, recante il “Coordinamento delle norme sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro con quelle sul trattamento giuridico – economico del personale delle ferrovie, tranvie e linee di navigazione interna in regime di concessione”, ed in particolare degli arti. 40, 41 e 42 in materia di sanzioni disciplinari e dell’art. 54 che prevede che il provvedimenti di destituzione dal servizio per ragioni disciplinari debba essere adottato dal consiglio di disciplina. Contesta la motivazione della Corte che ha ritenuto inapplicabile il R.D. citato, facendo presente che non ne è intervenuta alcuna espressa abrogazione.

6. Come dodicesimo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 7 L. n. 300 del 1970 e la nullità del procedimento di licenziamento per violazione del codice etico adottato dalla s.p.a. M., ed in particolare delle prescrizioni dell’art. 1.5, che richiama l’art. 2104 c.c., richiamato nel contratto collettivo, e dell’art. 4.1., intitolato “Rilevazione delle violazioni dei codice etico per il personale non dirigente”.

II. Esame dei motivi di ricorso.

1. Esaminando le cesure mosse alla sentenza impugnata con i primi sette motivi di ricorso sotto il profilo della violazione di legge e di contratto collettivo, si rileva che il ricorrente, nel ricondurre l’addebito alla fattispecie dell’interruzione temporanea del servizio, trascura elementi che invece sono stati analizzati dalla Corte di merito e che essa ha considerato decisivi, quali la causale (voluttuaria e contraria ai doveri d’ufficio) dell’abbandono del servizio e la natura dei compiti (di vigilanza) assegnati. Tale sottovalutazione appare in contrasto non solo con il contenuto letterale della contestazione quale si legge nella narrativa della sentenza impugnata, che riporta i diversi profili della condotta, ma anche e soprattutto con i principi espressi da questa Corte in tema di individuazione della giusta causa di recesso e del giudizio di proporzionalità fra fatto addebitato e licenziamento, in ragione dei quali tale valutazione va fatta considerando l’addebito nel complesso dei suoi elementi oggettivi e soggettivi (Cass. Sez. L, n. 2013 del 13/02/2012, Sez. L, n. 22798 del 12/12/2012).

Non è quindi consentito valorizzare uno solo degli aspetti della condotta posta in essere al fine di applicare la sanzione prevista dalla norma del contratto collettivo che prevede quell’ (unico) aspetto.

2. Sotto il profilo del difetto di motivazione, occorre premettere che al presente giudizio si applica ratione temporis la formulazione dell’art. 360 comma 1 n. 5 c.p.c. introdotta dall’art. 54 del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che prevede come quinto motivo di ricorso per cassazione P ’’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. La disposizione ha modificato la precedente locuzione , che contemplava P “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, introdotta dalla riforma del giudizio di Cassazione operata con la legge n. 40 del 2006, che aveva a sua volta sostituito il concetto di “punto decisivo della controversia” con quello di “fatto controverso e decisivo”.

Gli aspetti salienti della riforma consistono in primo luogo nell’eliminazione del riferimento alla motivazione, sicché si è rilevato che l’eventuale carenza o difetto di tale parte della sentenza può avere rilievo solo ove trasmodi in vizio processuale ex art. 360 n. 4) c.p.c.

E’ stato invece mantenuto il riferimento al “fatto controverso e decisivo”, in relazione al quale l’elaborazione sviluppatasi nella giurisprudenza di questa Corte aveva già chiarito che per tale deve intendersi “un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, ossia un fatto principale, ex art. 2697 c.c. (cioè un fatto costitutivo, modificativo impeditivo o estintivo) o anche, secondo parte della dottrina e giurisprudenza, un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purché controverso e decisivo.” (così, Cass. 29 luglio 2011, n. 16655, conf., Sez. L, Sentenza n. 18368 del 31/07/2013; Cass. (ord.) 5 febbraio 2011, n. 2805).

In coerenza con tali premesse, le Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 8053 del 07/04/2014 hanno enunciato il seguente principio di diritto:

“a) La riformulazione dell’art. 360, n. 5), cod. proc. civ., disposta con l’art. 54, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni,dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, secondo cui è deducibile esclusivamente l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti», dev’essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 disp. prel. cod. civ., come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciatale in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”.

b) Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 cod. proc. civ. introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

c) L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

d) parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui agli artt. 366, primo comma, n. 6), c.p.c. e 369, secondo comma, n. 4), c.p.c. – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso”.

La “porta” attraverso la quale la sentenza gravata deve oggi venire valutata sulla base di questo motivo di ricorso è quindi divenuta più “stretta”, potendo la sentenza essere censurata solo quando il decisum non sia sorretto da un percorso logico in relazione ai suoi elementi essenziali e fondanti.

In tal senso, la lacunosità e la contraddittorietà della motivazione possono essere censurate solo quando il vizio sia talmente grave da ridondare in una sostanziale omissione, né può fondare il motivo in questione l’omesso esame di una risultanza probatoria, quando essa attenga ad una circostanza che è stata comunque valutata dal giudice del merito, a meno che l’omissione della sua valutazione non si sia tradotta nell’omesso esame di una circostanza impeditiva di un diverso risultato decisorio.

Nel caso in esame, le circostanze di fatto valorizzate dalla parte ricorrente (la temporaneità dell’allontanamento, l’ubicazione del magazzino, il livello di inquadramento, l’assenza di danni, l’assenza di precedenti disciplinari) sono circostanze che, pur prese in esame dalla Corte, non sono state ritenute significative, considerata la posizione del N. – unico agente presso l’impianto della stazione S.R. con il conseguente dovere di attenzione sotto il profilo della tutela della sicurezza degli utenti – la potenzialità lesiva dell’omissione, il fatto che l’attività cui si stava dedicando è stata effettivamente rilevata da un/utente sicché il magazzino era comunque raggiungibile. Il motivo tende quindi, inammissibilmente, a sollecitare una diversa lettura delle medesime risultanze.

3. Le considerazioni che precedono determinano anche l’infondatezza dell’ottavo motivo di ricorso , considerato che la valutazione complessiva del comportamento addebitato impone di considerare realizzata una violazione dei precetti che derivano dall’obbligo generale di diligenza, senza ricorso alle specifiche previsioni del contratto collettivo.

4. La mancata individuazione dell’ufficio competente per i procedimenti disciplinari ad opera di M. che vi sarebbe stata tenuta in quanto ente di diritto pubblico, è una circostanza che non risulta esaminata dalla Corte di merito, né è stata proposta con i motivi del ricorso in appello quali risultano dalla narrativa alle pp. 3 e 4 della narrativa del ricorso, né la parte riferisce di averla sollevata nel giudizio di merito.

Il nono motivo di ricorso è quindi inammissibile per novità della censura. Nel giudizio di cassazione infatti, che ha per oggetto solo la revisione della sentenza in rapporto alla regolarità formale del processo ed alle questioni di diritto proposte, non sono proponibili nuove questioni di diritto o temi di contestazione diversi da quelli dedotti nel giudizio di merito, a meno che si tratti di questioni rilevabili di ufficio o, nell’ambito delle questioni trattate, di nuovi profili di diritto compresi nel dibattito e fondati sugli stessi elementi di fatto dedotti (Cass. Sez. 1, n. 23675 del 18/10/2013, Sez. 1, n. 4787 del 26/03/2012, Sez. 3, n. 3664 del 21/02/2006).

5. Il decimo motivo è parimenti inammissibile, considerato che esso valorizza il contenuto della lettera di intimazione del licenziamento senza riprodurla, né allegarla al ricorso, né indicarne la collocazione negli atti processuali, né riportare il contenuto della regolamentazione che limiterebbe all’amministratore delegato la legittimazione ad adottare le sanzioni disciplinari.

Risultano quindi violate le prescrizioni desumibili dagli artt. 366 c. 1 n. 6 e 369 c. 2 n. 4 c.p.c. (nel testo che risulta a seguito delle modifiche apportate dal D.l.vo n. 40 del 2006, operante ratione temporis), nell’interpretazione che ne ha in più occasioni ribadito questa Corte, secondo la quale qualora il ricorrente per cassazione si dolga dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice del merito, per rispettare il principio di specificità dei motivi del ricorso – da intendere alla luce del canone generale “della strumentalità delle forme processuali” – ha l’onere di indicare nel ricorso medesimo il contenuto rilevante del documento stesso, fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali: ciò allo scopo di porre il Giudice di legittimità in condizione di verificare la sussistenza del vizio denunciato, senza compiere generali verifiche degli atti ( v. Cass. Sez. L, n. 17168 del 2012, Sez. 6-3, Ord. n. 1391 del 23/01/2014, Sez. L, n. 3224 del 12/02/2014).

Non vi è modo quindi nel caso di esaminare la fondatezza e decisività della doglianze al fine di confutare la motivazione della Corte d’Appello, che ha affermato che la lettera di licenziamento è stata firmata dal direttore generale, procuratore generale munito dei relativi poteri, con sottoscrizione perfettamente leggibile in calce al provvedimento.

5. L’undicesimo motivo è inammissibile e ciò preclude l’esame della questione avente ad oggetto la perdurante vigenza delle richiamate disposizioni del R.D. n. 148/1931.

La gravità della violazione complessivamente considerata e la sua proporzionalità alla massima sanzione espulsiva è stata infatti desunta dal Tribunale dalla violazione degli obblighi di diligenza e fedeltà derivanti direttamente dalla legge, sicché la doglianza in relazione alla mancata applicazione delle previsioni degli artt. 40 ss. del R.D. n. 148 del 1931, che contemplano solo alcuni degli aspetti della condotta realizzata, non attiene a profilo del contendere connotato dal requisito della decisività.

Parimenti inammissibile è la denuncia di violazione dell’art. 54 (che riconosce la competenza all’irrogazione delle sanzioni disciplinari più gravi ai consigli di disciplina, costituiti presso ciascuna azienda o ciascuna dipendenza con direzione autonoma e dei quali prevede la composizione e la nomina). Nel caso, infatti, si riferisce a p. 35 che il consiglio di disciplina non sarebbe stato istituito, senza ancorare tuttavia tale conclusione a precise circostanze di fatto emerse nel giudizio di merito. Non risulta quindi ricavabile dal ricorso, così come imposto dal principio di autosufficienza, la denunciata violazione della norma di cui si sostiene l’applicabilità.

7. Il dodicesimo motivo infine è infondato.

II ricorrente per censurare l’affermazione della Corte d’Appello secondo la quale le disposizioni riportate agli artt. 1.5, 4.1. e 4.6. si riferirebbero alle sole violazioni del codice etico, ne riporta il contenuto, la cui interpretazione è stata tuttavia compiuta dalla Corte in coerenza con il contenuto letterale che a tali violazioni fa specifico riferimento. Né osta la circostanza che tali disposizioni integrerebbero la disciplina in materia di sanzioni disciplinari, in quanto ciò è possibile anche affiancando alla normativa una diversa regolamentazione correlata ad ipotesi particolari.

III. Conclusioni.

1. Alle superiori considerazioni segue il rigetto del ricorso e la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

2. Il ricorso è stato notificato il 30.9.2013 e dunque in data successiva a quella (31.1.2013) di entrata in vigore della L. 24 dicembre 2012, n. 228, il cui art. 1, comma 17, ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater, del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma dell’art. 1 bis. Il giudice da atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso rigettato, deve provvedersi in conformità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, che liquida in € 3.000,00 per compensi professionali, oltre ad € 100,00 per esborsi, spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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Contributo unificato: aumento del 10% dal 1° gennaio 2015

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Al fine di incentivare il ricorso alla negoziazione assistita e all’arbitrato è riconosciuto alle parti un credito di imposta massimo pari a 500 euro per i compensi corrisposti agli avvocati abilitati nel procedimento di negoziazione assistita. Per finanziare il nuovo credito d’imposta, il Governo ha previsto un aumento del Contributo unificato pari al 10%. E’ quanto si legge nel testo dell’emendamento presentato dal governo alla Legge di Stabilità 2015.

L’emendamento n. 19 presentato dal Governo alla Legge di stabilità 2015 contiene modifiche al D.L. n. 132/2014 e reca disposizioni che prevedono meccanismi di incentivazione fiscale della negoziazione assistita e dell’arbitrato.

Il modello proposto è quello del credito di imposta con un meccanismo di finanziamento attraverso l’aumento del Contributo Unificato di iscrizione a ruolo, di cui all’art. 13 del T.U. 115/2002 delle spese di giustizia.

La norma riconosce alle parti un credito di imposta massimo pari a 500 euro per i compensi corrisposti agli avvocati abilitati nel procedimento di negoziazione assistita.

Il credito di imposta è riconosciuto solo in caso di successo della negoziazione, ovvero di conclusione dell’arbitrato con lodo, commisurato al compenso fino a concorrenza di euro 500.

Ai fini della copertura finanziaria si provvede con l’aumento del contributo unificato di iscrizione a ruolo generalizzato nella misura del 10%.

Ecco quanto si legge nell’emendamento:

«All’articolo 3, dopo il comma 82 inserire i seguenti:

82-bis. Alle parti che corrispondono il compenso agli avvocati abilitati ad assisterli nel procedimento di negoziazione assistita ai sensi del capo II del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni dalla legge 10 novembre 2014 n. 162, nonché alle parti che corrispondono il compenso agli arbitri nel procedimento del capo I del medesimo decreto, è riconosciuto, in caso di successo della negoziazione, ovvero di conclusione dell’arbitrato con lodo, un credito di imposta commisurato al compenso fino a concorrenza di euro 500. Il credito d’imposta va indicato nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta nel quale sono sostenute le spese agevolabili ed è utilizzabile esclusivamente in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241.Con decreto del Ministro della giustizia di concerto con il Ministro dell’economia e finanze sono stabilite le modalità e la documentazione da esibire a corredo della richiesta del credito di imposta e i controlli sulla autenticità della stessa.

82-ter. Alla copertura delle minori entrate derivanti dall’attuazione del comma precedente, valutate in complessivi 54 milioni di euro a decorrere dall’anno 2016, si provvede con le maggiori entrate derivanti dall’aumento del contributo unificato, pari a 59,7 milioni di euro, come indicato al comma 82-quater. [omissis]».

 

Scuola, la Corte di Giustizia Ue dà ragione ai precari

La Corte di Giustizia dell’Unione europea dà ragione ai precari della scuola: è ingiustificato il rinnovo illimitato dei contratti a tempo determinato senza che questi si traducano in un’assunzione. “La normativa sui contrati di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione – scrive oggi la Corte di Giustizia pronunciandosi sul caso italiano – Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato”. Non è conforme al diritto dell’Unione una normativa che rinnovi i contratti a tempo determinato senza indicare tempi certi per i concorsi ed escludendo il risarcimento del danno subito da tale rinnovo.

La normativa italiana per le scuole prevede la copertura dei posti effettivamente vacanti e disponibili entro il 31 dicembre mediante supplenze annuali «in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali». I docenti che fanno le supplenze possono essere immessi in ruolo in funzione dei posti disponibili e della loro progressione in tali graduatorie. L’immissione in ruolo può anche avvenire direttamente in seguito al superamento di concorsi. Ma tali concorsi sono stati interrotti tra il 1999 e il 2011. La Corte Costituzionale e il Tribunale di Napoli si sono rivolti alla Corte di Giustizia a partire dalla richiesta di diversi lavoratori, che hanno lavorato con contratti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione e hanno chiesto giudizialmente la riqualificazione dei loro contratti in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la loro immissione in ruolo, il pagamento degli stipendi corrispondenti ai periodi di interruzione tra i contratti nonché il risarcimento del danno subito.

Nella sua sentenza odierna, la Corte ricorda prima di tutto che l’accordo quadro si applica a tutti i lavoratori e dunque si applica ai ai lavoratori – docenti o collaboratori amministrativi – assunti per effettuare supplenze annuali nelle scuole pubbliche. Spiega la Corte: “Al fine di prevenire l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, l’accordo quadro impone agli Stati membri di prevedere, in primo luogo, almeno una delle seguenti misure: l’indicazione delle ragioni obiettive che giustifichino il rinnovo dei contratti ovvero la determinazione della durata massima totale dei contratti o del numero dei loro rinnovi. Peraltro, al fine di garantire la piena efficacia dell’accordo quadro, una misura sanzionatoria deve essere applicata in caso di utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato. Tale misuradeve essere proporzionata, effettiva e dissuasiva”.

Contrariamente a quanto sostiene il Governo italiano, spiega dunque la Corte, il solo fatto che la normativa nazionale, che consente il rinnovo di contratti a tempo determinato per le supplenze in attesa dei concorsi, possa essere giustificato da ragioni obiettive “non è sufficiente a renderla conforme all’accordo quadro, se risulta che l’applicazione concreta di detta normativa conduce, nei fatti, a un ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinatoCiò si verifica quando tali contratti sono utilizzati per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali in materia di personale”. In questo caso l’immissione in ruolo dei docenti è variabile e incerto, perché dipende da circostanze imprevedibili, prosegue la Corte: “Infatti, da un lato, l’immissione in ruolo per effetto dell’avanzamento dei docenti in graduatoria è in funzione della durata complessiva dei contratti di lavoro a tempo determinato nonché dei posti che sono nel frattempo divenuti vacanti. Dall’altro lato, non è previsto alcun termine preciso per l’organizzazione delle procedure concorsuali”. Per la Corte di Giustizia, dunque, “la normativa italiana non prevede alcuna misura diretta a prevenire il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato”.

Questa inoltre esclude il risarcimento del danno danno subito a causa del ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato nel settore dell’insegnamento e non consente neanche la trasformazione di tali contratti in contratti a tempo indeterminato. La Corte sottolinea che “sebbene il settore dell’insegnamento testimoni un’esigenza particolare di flessibilità, lo Stato italiano non può esimersi dall’osservanza dell’obbligo di prevedere una misura adeguata per sanzionare debitamente il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato”.

Per questo la Corte boccia la normativa italiana sostenendo che “l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato non ammette una normativa che, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali dirette all’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, autorizzi il rinnovo di contratti a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti e di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo il risarcimento del danno subito a causa di un siffatto rinnovo. Tale normativa, infatti, non prevede criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo risponda ad un’esigenza reale, sia idoneo a conseguire l’obiettivo perseguito e sia necessario a tal fine. Essa non contempla neanche altre misure dirette a prevenire e a sanzionare il ricorso abusivo a siffatti contratti”.

MUTUI E PRESTITI: SECONDO LA CASSAZIONE (SENT.350/2013) SE SUPERANO IL TASSO SOGLIA STABILITO DA LEGGE ANTIUSURA 108/96, I CONTRATTI SONO ANNULLABILI.

 

LO STRAPOTERE DELLE BANCHE,CHE NEL 2012 HANNO TAGLIATO 44 MLD DI EURO DI FINANZIAMENTI ALLE IMPRESE, PER ACQUISTARE BTP,COMINCIA A VACILLARE SOTTO I COLPI DELLE SENTENZE DI CASSAZIONE. MUTUI E PRESTITI: SECONDO LA CASSAZIONE (SENT.350/2013) SE SUPERANO IL TASSO SOGLIA STABILITO DA LEGGE ANTIUSURA 108/96, I CONTRATTI SONO ANNULLABILI.

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      La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 350/2013 recentemente pubblicata, assesta un ulteriore colpo alla protervia del sistema bancario, che ritiene di esercitare il diritto di vita o di morte per gli utenti ed i consumatori dei servizi bancari e finanziari: quando il tasso di mora, le penali e le varie spese, tutte messe insieme superano il tasso soglia, stabilito dalla legge antiusura 108/96, anche i mutui diventano usurai e possono essere annullati con le relative procedure giudiziali bloccate.      La Corte di Cassazione infatti (Presidente Carnevale, Relatore Didone), con la sentenza n. 350/2013 del 9 gennaio oltre a permettere il recupero integrale degli interessi pagati su mutui, leasing e finanziamenti, quando i tassi o le penali superano la soglia di usura, ha recentemente stabilito che il mutuo ipotecario può essere annullato se ricorrono alcuni estremi che lo riportino a superare il tasso d’usura e quindi usufruendo di tutte le possibilità previste dalla Legge 108/96, tra cui la restituzione di tutte le somme versate con l’applicazione del articolo 1815, richiamato anche dall’art. 644 CP e dell’art. 4 della L108/96 che in sintesi prevedono la nullità della clausola contrattuale.   Recita infatti l’art. 1815 sugli interessi:” Salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante. Per la determinazione degli interessi si osservano le disposizioni dell’articolo 1284.Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.   Per determinare il tasso d’usura bisogna inserire tutte le somme addebitate dalla banca tra spese, penali, interessi di mora ecc., e l’ammontare complessivo rappresenterà la quota precisa che dovrà determinare il cosiddetto TEG “tasso effettivo globale ”,se questo è superiore al Tasso Soglia, (quest’ultimo è il tasso oltre il quale si è in regime di usura) il rapporto è in USURA.    Tale situazione si verifica specie in presenza di insolvenza o di ritardati pagamenti, con le penali applicate precedentemente pattuite in modo sproporzionato rispetto ai limiti del tasso usura, ed oggi con la nuova sentenza diventa molto più agevolato far valere questo principio.    Questa opportunità di poter verificare anche sui mutui i tassi usura,   applicando il principio stabilito già per i rapporti di affidamento bancario dalla   precedente sentenza della II Sezione Penale della Cassazione n. 12028 di marzo 2010 , diventa un elemento di ulteriore verifica da effettuare per far valere i propri diritti e poter sospendere azioni giudiziali in corso ed illegittime.

Auto, dal 3 novembre obbligo aggiornamento carta di circolazione.

carta circolazione

Patente e carta di circolazione dovranno coincidere, questo è quanto previsto dalla nuova norma che entra in vigore il 3 novembre prossimo. Sarà necessario fare annotare sul libretto il nome di chi utilizza, per oltre 30 giorni, l’auto di proprietà altrui. Per chi non si adegua multe da 705 euro e ritiro del libretto.

Importante novità normativa in arrivo per i documenti di guida. Dal prossimo 3 novembre entra in vigore la nuova norma che impone l’obbligo di aggiornare la carta di circolazione per chi usa abitualmente un’auto intestata a una persona diversa. Bisognerà quindi recarsi alla Motorizzazione e fare annotare sul libretto il nome di chi utilizza effettivamente in modo costante (la norma ha fissato il termine in oltre 30 giorni) la vettura di proprietà altrui. In altre parole patente e carta di circolazione dovranno coincidere, riportando il nome della stessa persona. Per chi entro il 3 novembre non si adeguerà alla nuova norma è prevista una sanzione di 705 euro, oltre al ritiro della carta di circolazione.

Per effettuare la nuova registrazione e mettersi al riparo dal rischio sanzione regolarizzando la propria posizione basterà recarsi gli sportelli del Dipartimento dei Trasporti. Ma il nuovo adempimento non riguarda tutti, visto che la norma non ha effetto retroattivo. Infatti chi utilizza già un mezzo non di sua proprietà o possiede un’intestazione non aggiornata antecedente al 3 novembre 2014 è esentato da tale obbligo. Quest’ultimi, così come prevede la legge approvata quattro anni e ora pronta a entrare in vigore, potranno aggiornare la carta di circolazione spontaneamente senza però rischiare multe o sanzioni in caso di mancato aggiornamento. La nuova normativa, una vera e propria rivoluzione rispetto alla legislazione finora vigente, andrà a riguardare più da vicino i professionisti che utilizzano le auto aziendali.

Il Messaggero specifica:

“Cambiamenti in vista per gli automobilisti che usano vetture non intestate a loro nome. A partire dal 3 Novembre la carta di circolazione e la patente dovranno coincidere, cioè essere dello stesso intestatario. La registrazione dovrà essere fatta alla Motorizzazione e sulla carta di circolazione dovrà essere annotato il nome di chi utilizza in modo costante l’auto di proprietà altrui per oltre 30 giorni. Tutti coloro che non aggiorneranno la carta di circolazione saranno punibili con una sanzione di 705 euro, oltre al ritiro della carta di circolazione. Sono esenti coloro che usano già un mezzo non di loro proprietà o possiedono un’intestazione non aggiornata prima della data dell’entrata in vigore delle nuove norme o coloro che usano auto di familiari conviventi (aventi la residenza nello stesso indirizzo). Le categorie che invece saranno maggiormente colpite sono coloro che utilizzano auto aziendali. L’obbligo è per ogni tipo di veicolo e sarà rivolto sia alle persone fisiche che alle persone giuridiche.”

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Da Fisco e Tasse

A partire dal prossimo 3 novembre 2014, ci saranno importanti novità per i veicoli, i motoveicoli ed i rimorchi. Infatti, in caso di variazione delle generalità della persona fisica intestataria della carta di circolazione relativa a veicoli, motoveicoli e rimorchi, o della denominazione dell’ente intestatario della carta di circolazione, o nel caso in cui si verifichi la temporanea disponibilità, per un periodo superiore a 30 giorni, di un veicolo intestato a soggetto terzo (ad esempio, a titolo di comodato, affidamento in custodia giudiziale o locazione senza conducente), il soggetto interessato (l’avente causa) deve richiedere all’ufficio del Dipartimento per i trasporti l’aggiornamento della carta di circolazione.
In caso di mancato rispetto dell’obbligo, scatterà una sanzione che parte da un minimo di € 705.
La novità era stata inserita nel Codice della Strada dalla Legge n. 120/2010 ed il regolamento era stato adottato con D.P.R. n. 198/2012, ma la nuova procedura diverrà operativa solo dal 3 novembre 2014 quando saranno attivate le necessarie procedure informatiche, come reso noto dalla Motorizzazione civile con Circolare n. 15513 del 10 luglio 2014.

Decorrenza

Come chiarito dalla Circolare della Motorizzazione civile, l’obbligo di richiesta di aggiornamento riguarda gli atti posti in essere a decorrere dal 3 novembre 2014 e solo da quel giorno scatteranno le sanzioni nei confronti dell’avente causa (comodatario, affidatario in custodia giudiziale, locatario o sublocatario in caso di locazione senza conducente, erede in caso di veicolo ancora intestato al de cuius nelle more dell’acquisizione della titolarità del bene da parte dell’erede stesso, utilizzatore con contratto di rent to buy). Sono da ritenere comunque legittimamente assolti gli obblighi qualora la comunicazione sia effettuata dal dante causa (l’intestatario) su delega scritta dell’avente causa.
Il soggetto che, invece, in forza di un atto posto in essere prima del 3 novembre 2014, usa già un veicolo non proprio o ha un’intestazione non aggiornata non dovrà far nulla; se lo vorrà, comunque, potrà effettuare lo stesso la registrazione, ma si tratta appunto di una facoltà e non di un obbligo sanzionabile, come lo sarebbe invece per gli atti posti in essere dopo il 3 novembre.

Veicoli non interessati

La Circolare della Motorizzazione Civile ha precisato che, per ora, le procedure informatiche predisposte non si applicano ai veicoli la cui disponibilità sia assoggetta al possesso di titoli autorizzativi, cioè quei veicoli in disponibilità di soggetti che effettuano attività di autotrasporto sulla base di:
  • iscrizione al REN (Registro elettronico nazionale) o all’albo degli autotrasportatori;
  • licenza per il trasporto di cose in conto proprio;
  • autorizzazione al trasporto di presone mediante autobus in uso proprio o mediante autovetture in uso di terzi (es.: taxi o noleggio con conducente).
Per tali tipi di veicoli, infatti, verranno emanate apposite disposizioni.

Registrazione di un’intera flotta aziendale

Se le registrazioni riguardano “n” veicoli per un medesimo soggetto (ad esempio, registrazione di un’intera flotta aziendale), si può fare un’istanza cumulativa con un unico modello TT2120 (pagando, quindi, una sola imposta di bollo per l’istanza – € 16,00).
Tuttavia, le carte di circolazione vanno aggiornate una per una, in quanto l’aggiornamento della denominazione di un veicolo non produce automaticamente anche l’aggiornamento, nell’Archivio nazionale dei veicoli, della denominazione dello stesso intestatario relativamente ai restanti veicoli. Si pagheranno, pertanto, “n” diritti di motorizzazione (“n” x € 9,00) quante sono le carte di circolazione da aggiornare.
La Circolare precisa che, ai fini della regolarità della circolazione del veicolo, non è necessario che l’attestazione di avvenuta annotazione dell’Archivio Nazionale dei Veicoli (rilasciata dall’ufficio a fronte dell’istanza) venga tenuta a bordo del veicolo aziendale. Lo stesso vale anche in caso di comodato di veicoli aziendali.

La Normativa del PCT:

Decreto legge 24 giugno 2014 n. 90 coordinato con la legge di conversione 11 agosto 2014 n. 114.

Circolare 27 giugno 2014 – Adempimenti di cancelleria conseguenti all’entrata in vigore degli obblighi di cui agli artt. 16 bis e sgg. d.l. n.179/2012 e del d.l. n. 90/2014

 

Decreto Legge 24 giugno 2014 n. 90.

 

Specifiche tecniche art. 34 DM 21 febbraio 2011 n. 44 del 16 aprile 2014 pubblicate in Gazzetta Ufficiale n. 99 del 30 aprile 2014

 

Decreto Ministeriale 03 aprile 2013 n. 48 pubblicato nella G.U. del 09 maggio 2013

 

Obbligo deposito telematico (Legge Stabilità 2013)

 

Decreto Ministeriale 15 ottobre 2012 n. 209 pubblicato nella G.U. del 05 dicembre 2012

 

Decreto-Legge 18 ottobre 2012 n. 179 pubblicato nella G.U. del 19 ottobre 2012

 

Regole Tecniche D.M. 21 febbraio 2011 n. 44

 

Specifiche tecniche art. 34 DM 21 febbraio 2011 n. 44 pubblicato per estratto sulla Gazzetta Ufficiale n. 175 del 29-7-2011

 

Decreto-legge 29 dicembre 2009, n. 193

 

Decreto 17 luglio 2008 pubblicato nella G.U. del 2-8-2008 n. 180 – Suppl. Ordinario n.184

 

Decreto Ministeriale 27 maggio 1994

 

Legge 53/94 (notifiche in proprio degli avvocati)

 

Maggiori informazioni http://ilprocessotelematico.webnode.it/la-normativa-del-pct/

 Bruciatura delle stoppie e residui vegetali: finalmente non è più un reato

 

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Con decreto legge del 24 giugno 2014 n.91 la bruciatura non è più un reato. Infatti il comma 8 dell’art.14 del decreto legge 91 modifica l’art.256 bis del dl 152/2006 (cosiddetto Codice ambientale) che norma la combustione illecita di rifiuti, prevede che le disposizioni contenute nel suddetto art. 256 bis “non si applicano al materiale agricolo e forestale derivante da sfalci, o ripuliture in loco delle stesse. Di tale materiale è consentita la combustione in piccoli cumuli ed in quantità non superiori a tre metri cubi per ettaro nelle aree, periodi ed orari individuati con apposita ordinanza del Sindaco competente per territorio. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati per regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata”.

Fino ad oggi, i possessori di terreni, per smaltire i residui vegetali provenienti dalla potatura, da sfalci, da ripuliture di scarpate, incorrevano nell’illecito smaltimento di rifiuti mediante combustione. Sono molte le sentenze di condanna a soggetti colpevoli di avere bruciato qualche ramo proveniente da potatura o bruciato le stoppie per pulire il terreno e prepararlo alle future colture.

Migliaia di piccoli proprietari fino ad oggi privati della possibilità di pulire le campagne e bruciare i prodotti della potatura, possono tirare u sospiro di sollievo in quanto non commettono più illeciti. Con la norma precedente la sanzione colpiva anche chi puliva il piccolo giardino di casa con la potatura di pochi alberi e siepi o appiccava il fuoco alle sterpaglie.

Oggi è possibile bruciare materiale agricolo e forestale in piccoli cumuli in quantità giornaliere di non oltre tre metri cubi.

La norma sana una ingiustizia ed è la risposta logica ad un problema che si trascinava da anni.

Attenzione però ai periodi di massimo rischio di incendi che è quello che va dal 15 giugno al 15 ottobre, in conformità al piano regionale antincendio, durante il quale è severamente vietato appiccare fuochi di qualsiasi genere.

La bruciatura va comunque regolamentata, pertanto si rimanda l’argomento alle prossime ordinanze dei sindaci che si spera siano tempestive.

Si ricorda che chi genera un incendio incorre a pesanti sanzioni, anche penalmente, (artt. 423 e 449 codice penale) e amministrativamente secondo le procedure della legge n.689/81.

NB: Il DL n.91 è stato pubblicato nella GU serie generale del 24/06/2014.

Non paga il pieno di benzina.

Il reato di insolvenza fraudolenta, ex art. 641 c.p., che punisce chi, dissimulando il proprio stato di insolvenza, contrae un’obbligazione col proposito di non adempierla, non può mai progredire nella fattispecie della rapina impropria, di cui all’art. 628, comma 2, c.p., in quanto manca l’elemento obiettivo della sottrazione della cosa mobile altrui. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 18039/14. 

Il caso 

Il giudice monocratico di Livorno dichiarava di non doversi procedere nei confronti di un imputato, accusato di insolvenza fraudolenta, per essere il fatto estinto a seguito dell’adempimento dell’obbligazione, ex art. 641 c.p.. L’uomo aveva fatto un rifornimento di benzina e non aveva provveduto a pagare l’importo dovuto alla dipendente del distributore, minacciandola ed allontanandosi. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione, lamentando che il fatto avrebbe dovuto essere qualificato come rapina impropria, di cui all’art. 628, comma 2, c.p., a causa delle minacce dell’imputato. Analizzando la domanda, la Corte di Cassazione rilevava che la condotta dell’imputato non poteva essere qualificata come sottrazione di cosa mobile altrui, in quanto il rifornimento di carburante è un’azione lecita, compiuta sotto il controllo e con le modalità predisposte dall’avente diritto, da cui sorge l’obbligo di pagare il prezzo. Il rifiuto di adempiere a tale obbligazione integra gli estremi del reato di insolvenza fraudolenta, che non può progredire in rapina impropria, proprio per l’assenza dell’elemento obiettivo della sottrazione della cosa altrui. Reati concorrenti. Eventualmente, se il rifiuto è accompagnato da atteggiamenti minacciosi, concorrono gli autonomi reati corrispondenti ai comportamenti minacciosi o violenti posti in essere dall’agente. Per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiarava inammissibile il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Niente domiciliari con la sospensione condizionale della pena

Niente custodia cautelare in carcere o arresti domiciliari se il giudice ritiene che l’imputato possa beneficiare della sospensione condizionale della pena. Se il giudice ha sufficienti elementi per prevedere che, all’esito del processo, la pena da eseguire non sarà superiore a tre anni di reclusione, non si potrà applicare la custodia cautelare in carcere, ma saranno ammessi gli arresti domiciliari.

Il decreto legge con le misure urgenti in materia di sovraffollamento carcerario, approvato venerdì scorso dal consiglio dei ministri e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.147, spinge decisamente sull’uso di misure cautelari non detentive (quali il divieto di espatrio, l’obbligo di firma, l’obbligo o il divieto di dimora, l’allontanamento dalla casa familiare) per decongestionare i penitenziari italiani.

E in materia minorile eleva da 21 a 25 anni la soglia d’età fino alla quale il minore nel frattempo divenuto maggiorenne nel corso dell’esecuzione della pena, potrà continuare a beneficiare del regime carcerario (misure  cautelari,  misure  alternative,  sanzioni sostitutive, pene detentive e misure di sicurezza) dei minorenni.

Il provvedimento (n.92 del 26 giugno 2014) prende le mosse dalla sentenza Torreggiani con cui l’8 gennaio 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato al nostro paese un anno di tempo per predisporre una serie di misure idonee a rimediare ai pregiudizi da sovraffollamento carcerario sofferti dai detenuti. La soluzione individuata dal decreto prevede uno sconto di pena a chi ha vissuto una carcerazione disumana.

E se non c’è detenzione da espiare, il danno viene monetizzato.

Il detenuto che ha subìto  condizioni carcerarie contrarie alla Convenzione europea per i diritti dell’uomo (Cedu), su istanza presentata personalmente o tramite legale, avrà diritto alla riduzione della pena detentiva, ancora da espiare.

Il decreto fissa la decurtazione in misura pari al 10% della pena residua(«un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subìto il pregiudizio»). Se, però, le condizioni disumane si sono protratte per un periodo inferiore ai quindici giorni o se il periodo di pena ancora da scontare non è tale da consentire l’applicazione dell’intera riduzione percentuale di cui sopra, si liquiderà a favore dell’interessato la somma di 8 euro per ogni giornata di trattamento carcerario illegittimo.

Cassazione: il controllore non infierisca su chi non paga il biglietto

Chi non paga il biglietto sui mezzi pubblici giustamente deve essere multato ma il controllore non deve infierire sul `portoghese´ davanti agli altri passeggeri.

La Cassazione spezza per così dire una lancia nei confronti di chi ha la cattiva abitudine di salire sui mezzi pubblici `da imbucato´ e intima ai controllori di tenere a freno il linguaggio. Ecco perchè la Quinta sezione penale (sentenza 26396) ha accolto il ricorso della Procura presso la Corte d’appello di Catanzaro che ha fatto ricorso contro l’assoluzione accordata a Natale V., un controllore che dopo aver multato con 50 euro una signora che viaggiava sul treno per Sibari sprovvista di biglietto, in presenza di altri passeggeri le aveva detto che era una «recidiva» perchè non aveva pagato «nemmeno tre giorni prima».

Il controllore era stato assolto dal giudice di pace di Cosenza il 3 ottobre 2012 dall’accusa di ingiuria. Contro l’assoluzione la Procura ha fatto ricorso con successo in Cassazione. Ora piazza Cavour ha disposto un nuovo esame della vicenda davanti al giudice di pace cosentino poiché «la motivazione del provvedimento risulta apodittica avendo il giudice ritenuto che le frasi erano offensive e d’altra parte non riconoscendo valore alle dichiarazioni della persona offesa» che si era sentita mettere alla berlina dal controllore.

(Fonte: Adnkronos)

Uno sconto ai detenuti

Sconto di pena a chi ha subito una carcerazione disumana. Il decreto legge del governo, contro il sovraffollamento delle carceri, applica la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) e introduce la riduzione percentuale di pena come risarcimento del danno. Il carcere illegittimo, dunque, si compensa con la decurtazione percentuale della pena. E se non c’è detenzione da espiare, il danno viene monetizzato, riconoscendo 8 euro al giorno. Ma vediamo di illustrare i contenuti del decreto legge approvato dal consiglio dei ministri di ieri, che interviene d’urgenza anche sui presupposti della custodia cautelare (esclusa in caso di prognosi di condanna a pena sospesa o a pena non superiore ai tre anni). Accelerate, poi, anche le procedure per l’entrata in servizio dei poliziotti penitenziari.
La sentenza. Il decreto legge attua quanto stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare nella sentenza dell’8 gennaio 2013 (causa Torreggiani e altri). I giudici europei  hanno stabilito che la situazione di sovraffollamento carcerario viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti).  La sentenza Cedu ha accertato che la situazione di sovraffollamento carcerario ha, in Italia, un carattere sistemico e hanno dato un anno di tempo per rimediare.

Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’8 gennaio 2013 – Causa Torreggiani e altri c. Italia

© Ministero della Giustizia, Direzione generale del contenzioso e dei diritti umani, traduzione effettuata da Rita Carnevali, assistente linguistico, e dalla dott.ssa Rita Pucci, funzionario linguistico.


CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

SECONDA SEZIONE

CAUSA TORREGGIANI E ALTRI c. ITALIA

(Ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10 e 37818/10)

SENTENZA

STRASBURGO
8 gennaio 2013

Questa sentenza diverrà definitiva alle condizioni definite nell’articolo 44 § 2 della Convenzione. Può subire modifiche di forma.
Nella causa Torreggiani e altri c. Italia,
La Corte europea dei diritti dell’uomo (seconda sezione), riunita in una camera composta da

Danutė Jočienė, presidente,
Guido Raimondi,
Peer Lorenzen,
Dragoljub Popović,
Işıl Karakaş,
Paulo Pinto de Albuquerque,
Helen Keller, giudici,
e da Stanley Naismith, cancelliere di sezione,
Dopo aver deliberato in camera di consiglio il 4 dicembre 2012,
Rende la seguente sentenza, adottata in tale data:

PROCEDURA

1. All’origine della causa vi sono sette ricorsi (nn. 57875/09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10 e 37818/10) proposti contro la Repubblica italiana con i quali sette persone («i ricorrenti») (i cui dati figurano sulla lista allegata alla presente sentenza), hanno adito la Corte in virtù dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali («la Convenzione»).

2. I ricorrenti sono stati rappresentati dagli avvocati indicati nella lista allegata. Il governo italiano («il Governo») è stato rappresentato dal suo agente, E. Spatafora, e dal suo co-agente, P. Accardo.

3. In particolare i ricorrenti lamentano le condizioni nelle quali erano stati detenuti rispettivamente negli istituti penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza.

4. Il 2 novembre 2010 e il 5 gennaio 2011 i ricorsi sono stati comunicati al Governo. Come consentito dall’articolo 29 § 1 della Convenzione, è stato inoltre deciso che la camera si sarebbe pronunciata contestualmente sulla ricevibilità e sul merito della causa.

5. Il 5 giugno 2012 la camera ha informato le parti che riteneva opportuno applicare la procedura della «sentenza pilota» in virtù dell’articolo 46 § 1 della Convenzione.

6. Sia il Governo che i ricorrenti hanno depositato osservazioni scritte sull’opportunità di applicare la procedura in questione.

IN FATTO

I.  LE CIRCOSTANZE DEL CASO DI SPECIE

7. Al momento dell’introduzione dei loro ricorsi, i ricorrenti erano ristretti negli istituti penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza dove scontavano la pena della reclusione.

A. Le condizioni di detenzione denunciate dai ricorrenti

1. I ricorrenti detenuti nel carcere di Busto Arsizio (ricorsi nn. 43517/09, 46882/09 e 55400/09)

8. Il sig. Torreggiani (ricorso n. 43517/09) fu detenuto nel carcere di Busto Arsizio dal 13 novembre 2006 al 7 maggio 2011, il sig. Bamba (ricorso n. 46882/09) dal 20 marzo 2008 al 23 giugno 2011 e il sig. Biondi (ricorso n. 55400/09) dal 29 giugno 2009 al 21 giugno 2011. Ciascuno di loro occupava una cella di 9 m² con altre due persone e disponeva quindi di uno spazio personale di 3 m². Nei loro ricorsi i ricorrenti sostenevano inoltre che l’accesso alla doccia nel carcere di Busto Arsizio era limitato a causa della penuria di acqua calda nell’istituto penitenziario.

2. I ricorrenti detenuti nel carcere di Piacenza (ricorsi nn. 57875/09, 35315/10, 37818/10 e 61535/09)

9. Il sig. Sela (ricorso n. 57875/09) fu detenuto a Piacenza dal 14 febbraio 2009 al 19 aprile 2010, il sig. El Haili (ricorso n. 35315/10) dal 15 febbraio 2008 all’8 luglio 2010 e il sig. Hajjoubi (ricorso n. 37818/10) dal 19 ottobre 2009 al 30 marzo 2011. Il sig. Ghisoni (ricorso n. 61535/09), incarcerato il 13 settembre 2007, è tuttora detenuto in questo istituto.

10. I quattro ricorrenti affermano di aver occupato delle celle di 9 m² con altri due detenuti. Denunciano anche che nell’istituto penitenziario mancava l’acqua calda, il che per svariati mesi avrebbe impedito loro di far regolarmente uso della doccia, e che nelle celle non vi era luce sufficiente a causa delle barre metalliche apposte alle finestre.

11. Secondo il Governo, le celle occupate a Piacenza dai ricorrenti hanno una superficie di 11 m².

B.  Le ordinanze del tribunale di sorveglianza di Reggio Emilia

12. Il 10 aprile 2010, il sig. Ghisoni (n. 61535/09) e altre due persone detenute nel carcere di Piacenza si rivolsero al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, sostenendo che le loro condizioni detentive erano mediocri a causa del sovraffollamento nel carcere di Piacenza e denunciando una violazione del principio della parità di condizioni fra i detenuti, garantito dall’articolo 3 della legge n. 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario.

13. Con ordinanze del 16, 20 e 24 agosto 2010, il magistrato di sorveglianza accoglieva i reclami del ricorrente e dei suoi co-detenuti osservando che gli interessati occupavano delle celle che erano state concepite per un solo detenuto e che, a causa della situazione di sovraffollamento nel carcere di Piacenza, ciascuna cella accoglieva quindi tre persone. Il magistrato constatò che la quasi totalità delle celle dell’istituto penitenziario aveva una superficie di 9 m² e che nel corso dell’anno 2010, l’istituto aveva ospitato tra le 411 e le 415 persone, mentre era previsto che potesse accogliere 178 detenuti, per una capienza tollerabile di 376 persone.

14. Facendo riferimento alla sentenza Sulejmanovic c. Italia (n. 22635/03, 16 luglio 2009) e ai principi giurisprudenziali riguardanti la compatibilità tra le condizioni di detenzione e il rispetto dei diritti garantiti dall’articolo 3 della Convenzione, il magistrato di sorveglianza concluse che i reclamanti erano esposti a trattamenti inumani per il fatto che dovevano condividere con altri due detenuti delle celle esigue ed erano oggetto di una discriminazione rispetto ad altri detenuti che condividevano lo stesso tipo di cella con una sola persona.

15. Il magistrato trasmise così i reclami del ricorrente e degli altri detenuti alla direzione del carcere di Piacenza, al Ministero della Giustizia e all’amministrazione penitenziaria competente affinché ciascuno potesse adottare con urgenza le misure adeguate nell’ambito delle proprie rispettive competenze.

16. Nel febbraio 2011 il sig. Ghisoni fu trasferito in una cella concepita per ospitare due persone.

II.  IL DIRITTO E LA PRASSI INTERNI PERTINENTI

A.  La legge sull’ordinamento penitenziario

17. L’articolo 6 della legge n. 354 del 26 luglio 1975 («La legge sull’ordinamento penitenziario»), recita:

«I locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati devono essere di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura; aerati, riscaldati ove le condizioni climatiche lo esigono, e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale. I detti locali devono essere tenuti in buono stato di conservazione e di pulizia. I locali destinati al pernottamento consistono in camere dotate di uno o più posti.

Particolare cura è impiegata nella scelta di quei soggetti che sono collocati in camere a più posti.

Agli imputati deve essere garantito il pernottamento in camere ad un posto a meno che la situazione particolare dell’istituto non lo consenta.

Ciascun detenuto (…) dispone di adeguato corredo per il proprio letto.»

18. Ai sensi dell’articolo 35 della legge n. 354 del 1975, i detenuti possono rivolgere istanze o reclami orali o scritti, anche in busta chiusa, al magistrato di sorveglianza, al direttore dell’istituto penitenziario, nonché agli ispettori, al direttore generale per gli istituti di prevenzione e pena e al Ministro della Giustizia, alle autorità giudiziarie e sanitarie in visita all’istituto, al presidente della Giunta regionale e al Capo dello Stato.

19. Secondo l’articolo 69 di questa stessa legge, il magistrato di sorveglianza è competente per controllare l’organizzazione degli istituti di prevenzione e pena e per prospettare al Ministro della Giustizia le esigenze dei vari servizi, con particolare riguardo alla attuazione del trattamento rieducativo delle persone detenute (comma 1). Esercita altresì la vigilanza diretta ad assicurare che l’esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti (comma 2). Peraltro ha il potere di impartire disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati (comma 5). Il giudice decide sul reclamo con ordinanza impugnabile soltanto per cassazione.

B. Giurisprudenza interna relativa alla possibilità per i detenuti di chiedere un risarcimento in caso di cattive condizioni di detenzione

20. Con ordinanza n. 17 del 9 giugno 2011, il magistrato di sorveglianza di Lecce accolse il reclamo di A.S., un detenuto che lamentava le sue condizioni detentive, inumane, a causa dell’elevato sovraffollamento nel carcere di Lecce. L’interessato aveva anche chiesto un indennizzo per il danno morale subito.
Il giudice constatò che il ricorrente aveva condiviso con altre due persone una cella mal riscaldata e priva di acqua calda, che misurava 11,5 m² compreso il servizio igienico. Inoltre il letto occupato da A.S. era ad appena 50 cm dal soffitto. Il ricorrente era obbligato a trascorrere diciannove ore e mezza al giorno sul suo letto a causa della mancanza di uno spazio destinato alle attività sociali all’esterno della cella.
Con la sua ordinanza, il magistrato di sorveglianza ritenne che le condizioni di detenzione dell’interessato fossero contrarie alla dignità umana e che comportassero violazioni sia della legge italiana sull’ordinamento penitenziario che delle norme fissate dal CPT del Consiglio d’Europa e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, per la prima volta in Italia, si decise che l’amministrazione penitenziaria doveva accordare al detenuto l’importo complessivo di 220 EUR per il danno «esistenziale» derivante dalla detenzione.

21. Il 30 settembre 2011 il Ministero della Giustizia propose ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del magistrato di sorveglianza, sollevando in particolare l’incompetenza di questo giudice in materia di indennizzo dei detenuti. Con sentenza del 5 giugno 2012, la Corte di cassazione dichiarò il ricorso dell’amministrazione inammissibile perché tardivo, dal momento che era stato introdotto oltre il termine di 10 giorni previsto dalle disposizioni legali pertinenti. Di conseguenza l’ordinanza del magistrato di sorveglianza passò in giudicato.

22. Questa giurisprudenza del magistrato di sorveglianza di Lecce, che riconosce ai detenuti un indennizzo per il danno esistenziale derivante dalle condizioni detentive, è rimasta isolata in Italia. Altri magistrati di sorveglianza hanno in effetti considerato che non rientrasse nelle loro prerogative condannare l’amministrazione a risarcire i detenuti per il danno subito durante la detenzione (si vedano, in tal senso, ad esempio, le ordinanze dei magistrati di sorveglianza di Udine e di Vercelli rispettivamente del 24 dicembre 2011 e del 18 aprile 2012).

III.  MISURE ADOTTATE DALLO STATO PER RIMEDIARE AL PROBLEMA DEL SOVRAFFOLLAMENTO NELLE CARCERI

23. Nel 2010 vi erano 67.961 persone detenute nelle 206 carceri italiane, per una capienza massima prevista di 45.000 persone. Il tasso nazionale di sovraffollamento era del 151%.

24. Con decreto del 13 gennaio 2010, il Presidente del Consiglio dei Ministri dichiarò lo stato di emergenza nazionale per la durata di un anno a causa del sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani.

25. Con ordinanza n. 3861 del 19 marzo 2010, intitolata «Disposizioni urgenti di protezione civile dirette a fronteggiare la situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale», il Presidente del Consiglio dei Ministri nominò un Commissario delegato al Ministero della Giustizia incaricato di elaborare un piano di intervento per le carceri («Piano carceri»).

26. Il 29 giugno 2010 un Comitato costituito dal Ministro della Giustizia, dal Ministro delle Infrastrutture e dal Capo del dipartimento della Protezione civile approvò il piano di intervento presentato dal Commissario delegato. Tale piano prevedeva prima di tutto la costruzione di 11 nuovi istituti penitenziari e di 20 padiglioni all’interno di strutture già esistenti, fatto che implicava la creazione di 9.150 posti in più e l’assunzione di 2.000 nuovi agenti di polizia penitenziaria. I lavori dovevano essere portati a termine entro il 31 dicembre 2012

27. Inoltre, con la legge n. 199 del 26 novembre 2010 furono adottate delle disposizioni straordinarie in materia di esecuzione delle pene. Tale legge prevedeva in particolare che la pena detentiva non superiore a dodici mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, poteva essere eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo di accoglienza, pubblico o privato, salvo nei casi di delitti particolarmente gravi
Questa legge resterà in vigore il tempo necessario per mettere in atto il piano di intervento per le carceri ma comunque non oltre il 31 dicembre 2013.

28. Lo stato di emergenza nazionale, inizialmente dichiarato fino al 31 dicembre 2010, è stato prorogato due volte. Attualmente è in vigore fino al 31 dicembre 2012.

29. Alla data del 13 aprile 2012, le carceri italiane accoglievano 66.585 detenuti, ossia un tasso di sovraffollamento del 148%.
Il 42 % dei detenuti sono in attesa di essere giudicati e sono sottoposti a custodia cautelare.

IV.  TESTI INTERNAZIONALI PERTINENTI

30. Le parti pertinenti dei rapporti generali del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti («CPT») sono così formulate:

Secondo rapporto generale (CPT/Inf (92) 3):

« 46. Il sovraffollamento è una questione di diretta attinenza al mandato del CPT. Tutti i servizi e le attività in un carcere sono influenzati negativamente se occorre farsi carico di un numero di detenuti maggiore rispetto a quello per il quale l’istituto è stato progettato; la qualità complessiva della vita in un istituto si abbassa, anche in maniera significativa. Inoltre, il livello di sovraffollamento in un carcere, o in una parte particolare di esso potrebbe essere tale da essere esso stesso inumano o degradante da un punto di vista fisico

47. Un programma soddisfacente di attività (lavoro, istruzione, sport, etc.) è di cruciale importanza per il benessere dei detenuti. Questo è valido per tutti gli istituti, sia per i condannati che per gli imputati. Il CPT ha notato che le attività in molte case circondariali sono estremamente limitate. L’organizzazione di regimi di attività in questi istituti – che hanno un turnover abbastanza rapido di reclusi – non è una questione semplice. Ovviamente, non possono esserci programmi di trattamento personalizzati quali quelli a cui si può aspirare in un istituto per detenuti definitivi. Comunque, i detenuti non possono essere lasciati semplicemente a languire per settimane, a volte mesi, chiusi nelle loro celle, e questo indipendentemente da quanto siano buone o meno le condizioni materiali all’interno delle celle. Il CPT ritiene che bisognerebbe mirare ad assicurare ai detenuti in attesa di giudizio la possibilità di trascorrere una parte ragionevole del giorno (8 ore o più) fuori dalle loro celle, occupati in attività significative di varia natura. Naturalmente, i regimi negli istituti per detenuti la cui sentenza è definitiva dovrebbero essere ancora più favorevoli.

48.  Menzione a parte merita l’esercizio all’aria aperta. La richiesta che venga concessa ai detenuti almeno un’ora di esercizio all’aria aperta ogni giorno è diffusamente accettata quale tutela fondamentale (preferibilmente dovrebbe far parte di un programma più ampio di attività). Il CPT desidera sottolineare che tutti i detenuti senza eccezioni (inclusi quelli sottoposti a isolamento disciplinare) dovrebbero avere la possibilità di fare esercizio all’aria aperta quotidianamente. È inoltre assiomatico che gli spazi per l’esercizio all’aria aperta dovrebbero essere ragionevolmente ampi e, quando possibile, offrire riparo in caso di maltempo
49.  Un facile accesso a strutture adeguate di bagni ed il mantenimento di buoni standard di igiene sono componenti essenziali di un ambiente umano

Riguardo ciò, il CPT deve dichiarare che non è accettabile la pratica radicata in alcuni paesi in base alla quale i detenuti utilizzano per i propri bisogni fisiologici buglioli che tengono nelle loro celle (che vengono in seguito “vuotati” in orari stabiliti). O uno spazio per il gabinetto è collocato nella cella (preferibilmente in un annesso sanitario) o devono esistere dei mezzi per garantire ai detenuti che ne abbiano bisogno di essere fatti uscire dalle loro celle senza alcun ritardo immotivato a qualsiasi ora (inclusa la notte).
Inoltre, i detenuti devono avere accesso adeguato a spazi dove poter fare il bagno o la doccia. È inoltre auspicabile che l’acqua corrente sia resa disponibile all’interno delle celle

50. Il CPT aggiunge di essere particolarmente allarmato quando trova nello stesso istituto una combinazione di sovraffollamento, regime povero di attività e inadeguato accesso al gabinetto/spazi per lavarsi. L’effetto cumulativo di queste condizioni può risultare estremamente nocivo per i detenuti. »

Settimo rapporto generale (CPT/Inf (97) 10)

« 13. Come il CPT ha puntualizzato nel suo 2° Rapporto Generale, il sovraffollamento carcerario è una questione di diretta pertinenza al mandato del Comitato (cfr. CPT/Inf (92) 3, paragrafo 46).
Un carcere sovraffollato implica spazio ristretto e non igienico; una costante mancanza di privacy (anche durante lo svolgimento di funzioni basilari come l’uso del gabinetto), ridotte attività fuori-cella, dovute alla richiesta di aumento del personale e dello spazio disponibili; servizi di assistenza sanitaria sovraccarichi; tensione crescente e quindi più violenza tra i detenuti e il personale. La lista è lungi dall’essere esaustiva
Il CPT ha dovuto concludere in più di un’occasione che gli effetti nocivi del sovraffollamento hanno portato a condizioni di detenzione inumane e degradanti.»

31. Il 30 settembre 1999 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa adottò la Raccomandazione Rec(99)22 riguardante il sovraffollamento delle carceri e l’inflazione carceraria. Tale raccomandazione stabilisce in particolare quanto segue:

« Il Comitato dei Ministri, in virtù dell’articolo 15.b dello Statuto del Consiglio d’Europa,

Considerando che il sovraffollamento delle carceri e la crescita della popolazione carceraria costituiscono una sfida importante per le amministrazioni penitenziarie e per l’intero sistema della giustizia penale sia in termini di diritti umani che di gestione efficace degli istituti penitenziari;

Considerando che la gestione efficace della popolazione carceraria è subordinata ad alcune circostanze come la situazione complessiva della criminalità, le priorità in materia di lotta alla criminalità, la gamma di sanzioni previste dai testi legislativi, la gravità delle pene pronunciate, la frequenza del ricorso a sanzioni e misure applicate nella comunità, l’uso della custodia cautelare, l’efficienza e l’efficacia degli organi della giustizia penale e, in particolare, l’atteggiamento del pubblico nei confronti della criminalità e della sua repressione; (…)

Raccomanda ai governi degli Stati membri:

  • di prendere tutte le misure appropriate in sede di revisione della loro legislazione e della loro prassi relative al sovraffollamento delle carceri e all’inflazione carceraria al fine di applicare i principi enunciati nell’Allegato alla presente Raccomandazione;

Allegato alla Raccomandazione n. R (99) 22

I. Principi di base

  1. La privazione della libertà dovrebbe essere considerata come una sanzione o una misura di ultima istanza e dovrebbe pertanto essere prevista soltanto quando la gravità del reato renderebbe qualsiasi altra sanzione o misura manifestamente inadeguata.
  2. L’ampliamento del parco penitenziario dovrebbe essere piuttosto una misura eccezionale in quanto, in generale, non è adatta ad offrire una soluzione duratura al problema del sovraffollamento. I paesi la cui capacità carceraria potrebbe essere nel complesso sufficiente ma non adeguata ai bisogni locali, dovrebbero sforzarsi di giungere ad una ripartizione più razionale di tale capacità.
  3. È opportuno prevedere un insieme appropriato di sanzioni e di misure applicate nella comunità, eventualmente graduate in termini di gravità; è necessario motivare i procuratori e i giudici a farvi ricorso nel modo più ampio possibile.
  4. Gli Stati membri dovrebbero esaminare l’opportunità di depenalizzare alcuni tipi di delitti o di riqualificarli in modo da evitare che essi richiedano l’applicazione di pene privative della libertà.
  5. Al fine di concepire un’azione coerente contro il sovraffollamento delle carceri e l’inflazione carceraria, dovrebbe essere condotta un’analisi dettagliata dei principali fattori che contribuiscono a questi fenomeni. Un’analisi di questo tipo dovrebbe riguardare, in particolare, le categorie di reati che possono comportare lunghe pene detentive, le priorità in materia di lotta alla criminalità, e gli atteggiamenti e le preoccupazioni del pubblico nonché le prassi esistenti in materia di comminazione delle pene. (…)

III. Misure da applicare prima del processo penale

Evitare l’azione penale – Ridurre il ricorso alla custodia cautelare

10. Alcune misure appropriate dovrebbero essere adottate in vista dell’applicazione integrale dei principi enunciati nella Raccomandazione n. (87) 18 riguardo la semplificazione della giustizia penale, fatto che implica, in particolare, che gli Stati membri, pur tenendo conto dei loro principi costituzionali o delle loro tradizioni giuridiche, applichino il principio dell’opportunità dell’azione penale (o misure aventi lo stesso obiettivo) e ricorrano a procedure semplificate e a transazioni come alternative alle azioni penali nei casi appropriati, al fine di evitare un procedimento penale completo.

11. L’applicazione della custodia cautelare e la sua durata dovrebbero essere ridotte al minimo compatibile con gli interesse della giustizia. Gli Stati membri dovrebbero, al riguardo, assicurarsi che la loro legislazione e la loro prassi siano conformi alle disposizioni pertinenti della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo ed alla giurisprudenza dei suoi organi di controllo e lasciarsi guidare dai principi enunciati nella Raccomandazione n. R (80) 11 in materia di custodia cautelare per quanto riguarda, in particolare, i motivi che consentono l’applicazione della custodia cautelare.

12. È opportuno fare un uso più ampio possibile delle alternative alla custodia cautelare quali ad esempio l’obbligo, per l’indagato, di risiedere ad un indirizzo specificato, il divieto di lasciare o di raggiungere un luogo senza autorizzazione, la scarcerazione su cauzione, o il controllo e il sostegno di un organismo specificato dall’autorità giudiziaria. A tale proposito è opportuno valutare attentamente la possibilità di controllare tramite sistemi di sorveglianza elettronici l’obbligo di dimorare nel luogo precisato.

13.  Per sostenere il ricorso efficace e umano alla custodia cautelare, è necessario impegnare le risorse economiche e umane necessarie e, eventualmente, mettere a punto i mezzi procedurali e tecnici di gestione appropriati.
(…)

V. Misure da applicare dopo il processo penale

L’applicazione delle sanzioni e delle misure applicate nella comunità – L’esecuzione delle pene privative della libertà

22. Per fare in modo che le sanzioni e le misure applicate nella comunità siano delle alternative credibili alle pene detentive di breve durata, è opportuno assicurare una loro efficiente applicazione, in particolare:

  • realizzando l’infrastruttura richiesta per l’esecuzione e il controllo di queste sanzioni comunitarie, in particolare al fine di dare assicurazioni ai giudici e ai procuratori sulla loro efficacia;
  • mettendo a punto e applicando tecniche affidabili di previsione e di valutazione dei rischi nonché strategie di supervisione, al fine di identificare il rischio di recidiva del delinquente e garantire la protezione e la sicurezza del pubblico.

23. Sarebbe opportuno promuovere lo sviluppo di misure volte a ridurre la durata effettiva della pena eseguita, preferendo le misure individuali, quali la liberazione condizionale, alle misure collettive per la gestione del sovraffollamento carcerario (indulti collettivi, amnistie).

24. La liberazione condizionale dovrebbe essere considerata come una delle misure più efficaci e più costruttive che, non soltanto riduce la durata della detenzione, ma contribuisce anche in modo significativo al reinserimento pianificato del delinquente nella comunità.

25. Per promuovere ed estendere il ricorso alla liberazione condizionale, occorrerebbe creare nella comunità migliori condizioni di sostegno e di assistenza al delinquente nonché di controllo di quest’ultimo, in particolare per indurre le istanze giudiziarie o amministrative competenti a considerare questa misura come una opzione valida e responsabile.

26. I programmi di trattamento efficaci nel corso della detenzione così come il controllo e il trattamento dopo la liberazione dovrebbero essere concepiti ed applicati in modo da facilitare il reinserimento dei delinquenti, ridurre la recidiva, garantire la sicurezza e la protezione del pubblico e motivare i giudici e i procuratori a considerare le misure volte a ridurre la durata effettiva della pena da scontare nonché le sanzioni e le misure applicate nella comunità, come opzioni costruttive e responsabili.»

32. La seconda parte della raccomandazione Rec(2006)2 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee (adottata l’11 gennaio 2006, nel corso della 952a riunione dei Delegati dei Ministri) è dedicata alle condizioni di detenzione. Nei suoi passaggi pertinenti al caso di specie essa è così formulata:

« 18.1  I locali di detenzione e, in particolare, quelli destinati ad accogliere i detenuti durante la notte, devono soddisfare le esigenze di rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata, e rispondere alle condizioni minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche, in particolare per quanto riguarda la superficie, la cubatura d’aria, l’illuminazione, il riscaldamento e l’aerazione.

18.2 Nei locali in cui i detenuti devono vivere, lavorare o riunirsi:

  1. le finestre devono essere sufficientemente ampie affinché i detenuti possano leggere e lavorare alla luce naturale in condizioni normali e per permettere l’apporto di aria fresca, a meno che esista un sistema di climatizzazione appropriato
  2. la luce artificiale deve essere conforme alle norme tecniche riconosciute in materia; e
  3. un sistema d’allarme deve permettere ai detenuti di contattare immediatamente il personale.

18.3 La legislazione nazionale deve definire le condizioni minime richieste relative ai punti elencati ai paragrafi 1 e 2.

18.4 Il diritto interno deve prevedere dei meccanismi che garantiscano il rispetto di queste condizioni minime, anche in caso di sovraffollamento carcerario.

18.5 Ogni detenuto, di regola, deve poter disporre durante la notte di una cella individuale, tranne quando si consideri preferibile per lui che condivida la cella con altri detenuti.

18.6 Una cella deve essere condivisa unicamente se è predisposta per l’uso collettivo e deve essere occupata da detenuti riconosciuti atti a convivere.

18.7 Se possibile, i detenuti devono poter scegliere prima di essere costretti a condividere una cella per dormire.

18.8 Nel decidere di alloggiare detenuti in particolari istituti o in particolari sezioni di un carcere bisogna tener conto delle necessità di separare

  1. i detenuti imputati dai detenuti condannati;
  2. i detenuti maschi dalle detenute femmine;
  3. i detenuti giovani adulti dai detenuti più anziani.

18.9 Si può derogare alle disposizioni del paragrafo 8 in materia di separazione dei detenuti per permettere loro di partecipare assieme a delle attività organizzate. Tuttavia i gruppi citati dovranno sempre essere separati durante la notte a meno che gli stessi interessati non consentano a coabitare e che le autorità penitenziarie ritengano che questa misura si iscriva nell’interesse di tutti i detenuti interessati

18.10 Le condizioni di alloggio dei detenuti devono soddisfare le misure di sicurezza meno restrittive possibili e proporzionali al rischio che gli interessati evadano, si feriscano o feriscano altre persone.»

IN DIRITTO

I. SULLA RIUNIONE DEI RICORSI

33. Tenuto conto dell’analogia dei ricorsi per quanto riguarda le doglianze dei ricorrenti e il problema che pongono nel merito, la Corte ritiene necessario riunirli e decide di esaminarli congiuntamente in un’unica sentenza.

II.  SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 3 DELLA CONVENZIONE

34. Invocando l’articolo 3 della Convenzione, i ricorrenti sostengono che le loro rispettive condizioni detentive negli istituti penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza costituiscono trattamenti inumani e degradanti. L’articolo 3 della Convenzione è così redatto:

«Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.»

35. Il Governo si oppone a questa tesi.

A. Sulla ricevibilità

1. L’eccezione relativa al difetto della qualità di vittima

36. Il Governo osserva che tutti i ricorrenti tranne il sig. Ghisoni sono stati scarcerati o trasferiti in altre celle dopo la presentazione dei loro ricorsi. A suo avviso, quei ricorrenti non possono più sostenere di essere vittime della violazione della Convenzione da loro denunciata e i loro ricorsi dovrebbero essere rigettati.

37. I ricorrenti interessati si oppongono a questa osservazione.

38. La Corte rammenta che una decisione o una misura favorevole al ricorrente è sufficiente, in linea di principio, a privarlo della qualità di «vittima» solo quando le autorità nazionali abbiano riconosciuto, esplicitamente o sostanzialmente, la violazione della Convenzione e vi abbiano posto rimedio (si vedano, ad esempio, Eckle c. Germania, 15 luglio 1982, § 69, serie A n. 51; Amuur c. Francia, 25 giugno 1996, § 36, Recueil des arrêts et décisions 1996-III; Dalban c. Romania [GC], n. 28114/95, § 44, CEDU 1999-VI; e Jensen c. Danimarca (dec.), n. 48470/99, CEDU 2001-X).

39. I ricorrenti lamentano davanti alla Corte di essere stati detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza per periodi particolarmente lunghi in condizioni contrarie alla Convenzione. Ora, è vero che, dopo la presentazione dei rispettivi ricorsi, gli interessati sono stati scarcerati o trasferiti in altri istituti penitenziari. Tuttavia, non si può ritenere che, con ciò, le autorità interne abbiano riconosciuto le violazioni denunciate dai ricorrenti e poi riparato il danno che essi avrebbero potuto subire a causa delle situazioni descritte nei loro ricorsi.

40.; La Corte conclude che tutti i ricorrenti possono ancora sostenere di essere «vittime» di una violazione dei loro diritti sanciti dall’articolo 3 della Convenzione.

2.  L’eccezione di mancato esaurimento delle vie di ricorso interne

41. Il Governo eccepisce il mancato esaurimento delle vie di ricorso interne. A suo dire, qualsiasi persona detenuta o internata nelle carceri italiane può rivolgere al magistrato di sorveglianza un reclamo in virtù degli articoli 35 e 69 della legge n. 354 del 1975. Questa via di ricorso sarebbe accessibile ed effettiva e consentirebbe di ottenere decisioni vincolanti e suscettibili di riparare eventuali violazioni dei diritti dei detenuti. Secondo il Governo, il procedimento davanti al magistrato di sorveglianza costituisce un rimedio pienamente giudiziario, all’esito del quale l’autorità adita può prescrivere all’amministrazione penitenziaria misure obbligatorie volte a migliorare le condizioni detentive della persona interessata.

42. Ora, il Governo osserva che soltanto il sig. Ghisoni, ricorrente della causa n. 61535/09, si è avvalso di questa possibilità presentando un reclamo davanti al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia e ottenendo un’ordinanza favorevole. Secondo il Governo, ciò costituisce la prova dell’accessibilità e dell’effettività della via di ricorso in questione. Ne conseguirebbe che i ricorrenti che non si sono avvalsi di detto rimedio non hanno esaurito le vie di ricorso interne.

43. Quanto alla mancata esecuzione da parte dell’amministrazione penitenziaria di detta ordinanza del magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, il Governo afferma che il sig. Ghisoni ha omesso di chiedere alle «autorità giudiziarie interne» la messa in esecuzione di tale decisione. Di conseguenza, esso ritiene che anche il ricorso del sig. Ghisoni debba essere dichiarato irricevibile per mancato esaurimento delle vie di ricorso interne.

44. I ricorrenti sostengono che il sistema italiano non offre alcuna via di ricorso suscettibile di porre rimedio al sovraffollamento delle carceri italiane e di portare a un miglioramento delle condizioni detentive.

45. In particolare, essi denunciano la non effettività del procedimento dinanzi al magistrato di sorveglianza. Osservano innanzitutto che il ricorso in questione non costituisce un rimedio giudiziario, bensì un ricorso di tipo amministrativo, giacché le decisioni del magistrato di sorveglianza non sono affatto vincolanti per le direzioni degli istituti penitenziari. Peraltro, essi sostengono che molti detenuti hanno cercato di migliorare le loro cattive condizioni carcerarie attraverso reclami rivolti al magistrato di sorveglianza, senza tuttavia ottenere alcun risultato. Di conseguenza, essi si ritengono dispensati dall’obbligo di esaurire tale rimedio.

46. Quanto al sig. Ghisoni, egli sostiene di avere esaurito le vie di ricorso interne presentando al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia un reclamo sulla base degli articoli 35 e 69 della legge sull’ordinamento penitenziario. La sua esperienza sarebbe la prova della non effettività della via di ricorso indicata dal Governo.
A suo dire, l’ordinanza emessa dal magistrato di sorveglianza il 20 agosto 2010, che riconosceva che le condizioni detentive nel carcere di Piacenza erano inumane e ordinava alle autorità amministrative competenti di porre in essere tutte le misure necessarie per porvi rimedio con urgenza, è rimasta lettera morta per diversi mesi. Egli non vede quale altro passo avrebbe potuto fare per ottenere un’esecuzione rapida dell’ordinanza.

47. La Corte rammenta che la regola dell’esaurimento delle vie di ricorso interne mira a offrire agli Stati contraenti l’occasione per prevenire o riparare le violazioni denunciate nei loro confronti prima che tali denunce siano portate alla sua attenzione (si vedano, tra molte altre, Remli c. Francia, 23 aprile 1996, § 33, Recueil 1996-II, e Selmouni c. Francia [GC], n. 25803/94, § 74, CEDU 1999-V). La regola si fonda sull’ipotesi, oggetto dell’articolo 13 della Convenzione – e con il quale essa presenta strette affinità -, che l’ordinamento interno offra un ricorso effettivo quanto alla violazione dedotta (Kudła c. Polonia [GC], n. 30210/96, § 152, CEDU 2000-XI).

48. Tuttavia, l’obbligo derivante dall’articolo 35 si limita a quello di fare un uso normale dei ricorsi verosimilmente effettivi, sufficienti ed accessibili (tra altre, Vernillo c. Francia, 20 febbraio 1991, § 27, serie A n. 198). In particolare, la Convenzione prescrive l’esaurimento dei soli ricorsi che siano al tempo stesso relativi alle violazioni denunciate, disponibili e adeguati. Essi devono esistere con un sufficiente grado di certezza non solo nella teoria ma anche nella pratica, altrimenti mancano dell’effettività e dell’accessibilità volute (Dalia c. Francia, 19 febbraio 1998, § 38, Recueil 1998-I). Inoltre, secondo i «principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti», alcune circostanze particolari possono dispensare il ricorrente dall’obbligo di esaurire le vie di ricorso interne che gli si offrono. Allo stesso modo, la regola non si applica quando sia provata l’esistenza di una prassi amministrativa che consiste nella ripetizione di atti vietati dalla Convenzione e dalla tolleranza ufficiale dello Stato, tale da rendere vano o non effettivo qualsiasi procedimento (Aksoy c. Turchia, sentenza del 18 dicembre 1996, Recueil 1996-VI, § 52).

49. Infine, l’articolo 35 § 1 della Convenzione prevede una ripartizione dell’onere della prova. Per quanto riguarda il Governo, quando eccepisce il mancato esaurimento, esso deve convincere la Corte che il ricorso era effettivo e disponibile sia in teoria che in pratica all’epoca dei fatti, vale a dire che era accessibile, era in grado di offrire al ricorrente la riparazione delle doglianze e presentava ragionevoli prospettive di successo (Akdivar e altri c. Turchia, 16 settembre 1996, § 68, Recueil 1996 IV; e Sejdovic c. Italia [GC], n. 56581/00, § 46, CEDU 2006-II).

50. In particolare, la Corte ha già avuto modo di indicare che, nella valutazione dell’effettività dei rimedi riguardanti denunce di cattive condizioni detentive, la questione fondamentale è stabilire se la persona interessata possa ottenere dai giudici interni una riparazione diretta ed appropriata, e non semplicemente una tutela indiretta dei diritti sanciti dall’articolo 3 della Convenzione (si veda, tra l’altro, Mandić e Jović c. Slovenia, nn. 5774/10 e 5985/10, § 107, 20 ottobre 2011). Così, un’azione esclusivamente risarcitoria non può essere considerata sufficiente per quanto riguarda le denunce di condizioni d’internamento o di detenzione asseritamente contrarie all’articolo 3, dal momento che non ha un effetto «preventivo» nel senso che non può impedire il protrarsi della violazione dedotta o  consentire ai detenuti di ottenere un miglioramento delle loro condizioni materiali di detenzione (Cenbauer c. Croazia (dec.), n. 73786/01, 5 febbraio 2004; Norbert Sikorski c. Polonia, n. 17599/05, § 116, 22 ottobre 2009; Mandić e Jović c. Slovenia, sopra citata § 116; Parascineti c. Romania, n. 32060/05, § 38, 13 marzo 2012).
In questo senso, perché un sistema di tutela dei diritti dei detenuti sanciti dall’articolo 3 della Convenzione sia effettivo, i rimedi preventivi e compensativi devono coesistere in modo complementare (Ananyev e altri c. Russia, nn. 42525/07 e 60800/08, § 98, 10 gennaio 2012).

51. Nel caso di specie, la Corte deve stabilire se il reclamo davanti al magistrato di sorveglianza italiano costituisca una via di ricorso rispondente ai criteri da essa stabiliti nella sua giurisprudenza. Innanzitutto, essa rileva che le parti non concordano sulla natura del rimedio in questione: il Governo afferma la natura pienamente giurisdizionale del procedimento davanti al magistrato di sorveglianza, mentre i ricorrenti ritengono che, vista la sua natura meramente amministrativa, non si tratti di un rimedio da esaurire. Ora, secondo la Corte, la questione non è determinante avendo essa già rilevato che, in alcune circostanze, le vie di ricorso di natura amministrativa possono rivelarsi efficaci – e costituire quindi rimedi da esaurire – in caso di doglianze riguardanti l’applicazione della normativa relativa al regime carcerario (Norbert Sikorski c. Polonia, sopra citata, § 111).

52. Ciò premesso, rimane da risolvere la questione dell’effettività, nella pratica, della via di ricorso indicata nel caso di specie dal governo convenuto. Al riguardo, la Corte constata che, nonostante quest’ultimo affermi che le decisioni emesse dai magistrati di sorveglianza nell’ambito del procedimento previsto dalla legge sull’ordinamento penitenziario sono vincolanti per le autorità amministrative competenti, l’ordinanza del magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia del 20 agosto 2010, favorevole al sig. Ghisoni e ai suoi co-detenuti e che comportava l’adozione d’urgenza di misure adeguate, è rimasta a lungo non eseguita. Dal fascicolo emerge che il ricorrente fu trasferito in una cella per due persone, quindi con uno spazio a sua disposizione compatibile con le norme europee, solo nel febbraio 2011. Al riguardo, il Governo si è limitato a sostenere che gli interessati avrebbero dovuto chiedere la pronta esecuzione di detta ordinanza alle «autorità giudiziarie interne», senza peraltro precisare quali.

53. Per la Corte, è difficile conciliare quest’ultima affermazione del Governo con l’asserita effettività della procedura di reclamo dinanzi al magistrato di sorveglianza. Essa osserva che, anche ammesso che esista una via di ricorso riguardante l’esecuzione delle ordinanze dei magistrati di sorveglianza, il che non è stato affatto dimostrato dal Governo, non si può pretendere che un detenuto che ha ottenuto una decisione favorevole proponga ripetutamente ricorsi al fine di ottenere il riconoscimento dei suoi diritti fondamentali a livello dell’amministrazione penitenziaria.

54. Del resto, la Corte ha già osservato che il malfunzionamento dei rimedi «preventivi» in situazioni di sovraffollamento carcerario dipende ampiamente dalla natura strutturale del fenomeno (Ananyev e altri c. Russia, sopra citata, § 111). Ora, dai fascicoli dei presenti ricorsi, nonché dai rapporti sulla situazione del sistema penitenziario italiano, non rimessa in discussione dal Governo davanti alla Corte, emerge che gli istituti penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza sono abbondantemente sovraffollati, così come un gran numero di carceri italiane, al punto che il sovraffollamento carcerario in Italia ha assunto le dimensioni di un fenomeno strutturale e non riguarda esclusivamente il caso particolare dei ricorrenti (si vedano, in particolare, Mamedova c. Russia, n. 7064/05, § 56, 1° giugno 2006; Norbert Sikorski c. Polonia, sopra citata, § 121). Pertanto, è facile immaginare che le autorità penitenziarie italiane non siano in grado di eseguire le decisioni dei magistrati di sorveglianza e di garantire ai detenuti condizioni detentive conformi alla Convenzione.

55. Alla luce di queste circostanze, la Corte ritiene che non sia stato dimostrato che la via di ricorso indicata dal Governo, tenuto conto in particolare della situazione attuale del sistema penitenziario, sia effettiva nella pratica, vale a dire che possa impedire il protrarsi della violazione denunciata e assicurare ai ricorrenti un miglioramento delle loro condizioni materiali di detenzione. Questi non erano quindi tenuti ad esaurirla prima di adire la Corte.

56. Pertanto, la Corte ritiene che sia opportuno rigettare anche l’eccezione di mancato esaurimento sollevata dal Governo. Essa constata che i ricorsi non sono manifestamente infondati ai sensi dell’articolo 35 § 3 a) della Convenzione. Rilevando peraltro che essi non incorrono in altri motivi d’irricevibilità, li dichiara ricevibili.

B. Sul merito

1. Argomenti delle parti

57. I ricorrenti lamentano la mancanza di spazio vitale nelle rispettive celle. Avendo tutti diviso celle di 9 m2 con altre due persone, essi avrebbero avuto a disposizione uno spazio personale di 3 m2. Tale spazio, di per sé insufficiente, era peraltro ulteriormente ridotto dalla presenza di mobilio nelle celle.

58. Inoltre, i ricorrenti denunciano l’esistenza di gravi problemi di distribuzione di acqua calda negli istituti penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza. A loro dire, per molto tempo la mancanza di acqua calda ha limitato a tre volte a settimana l’accesso alla doccia. Infine, i ricorrenti detenuti a Piacenza lamentano l’apposizione alle finestre delle celle di pesanti sbarre metalliche che impediscono all’aria e alla luce del giorno di entrare nei locali.

59. Il Governo si oppone agli argomenti dei ricorrenti, sostenendo genericamente che le condizioni detentive denunciate dagli interessati non raggiungono in nessun caso la soglia minima di gravità richiesta dall’articolo 3 della Convenzione.

60. Quanto all’istituto penitenziario di Busto Arsizio, stando al Governo la situazione è sotto il controllo delle autorità; infatti, il sovraffollamento in quell’istituto non ha raggiunto una soglia preoccupante. Il Governo fa sapere che, alla data dell’8 febbraio 2011, l’istituto, progettato per ospitare 297 persone, accoglieva 439 detenuti. Il Governo ammette che nelle celle è stato aggiunto un terzo letto a causa della situazione di sovraffollamento nell’istituto. Tuttavia, il fatto di dividere una cella di 9 m2 con altre due persone non costituirebbe un trattamento inumano o degradante. Peraltro, il Governo si limita a sostenere che il problema denunciato dai ricorrenti della mancanza di acqua calda nell’istituto è al momento risolto grazie all’installazione di un nuovo sistema di distribuzione idrica.

61. Per quanto concerne le condizioni detentive nel carcere di Piacenza, il Governo sostiene che la capienza massima dell’istituto è di 346 persone. Ora, a suo avviso, esso ospitava 412 persone l’11 marzo 2011. Il Governo ne conclude che il sovraffollamento in quell’istituto, benché reale, non raggiunge dimensioni preoccupanti.

62. Secondo il Governo, le celle del carcere di Piacenza hanno una superficie di 11 m2, contrariamente alle affermazioni dei ricorrenti, e in genere sono occupate da due persone. Tuttavia, esso ammette che in alcune celle del carcere è stato posto un terzo detenuto per periodi limitati e per far fronte alla crescita della popolazione carceraria.

63. Stando al Governo, i ricorrenti non hanno né provato di avere avuto a disposizione uno spazio personale inferiore a 3 m2, né precisato la durata del loro mantenimento nelle condizioni denunciate davanti alla Corte. Pertanto, le loro doglianze non sarebbero sufficientemente provate.

64. Quanto agli altri trattamenti denunciati dai ricorrenti, il Governo afferma che il problema della scarsità di acqua calda nel carcere di Piacenza era legato ad un malfunzionamento della stazione di pompaggio ed è stato risolto dalle autorità e che, quindi, adesso è possibile accedere alla doccia tutti i giorni. Infine, il Governo sostiene che i detenuti nel carcere di Piacenza passano quattro ore al giorno fuori delle loro celle e dedicano due ore in più alle attività sociali.

2.  Principi stabiliti nella giurisprudenza della Corte

65. La Corte rileva che di solito le misure privative della libertà comportano per il detenuto alcuni inconvenienti. Tuttavia, essa rammenta che la carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione. Al contrario, in alcuni casi, la persona incarcerata può avere bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto, l’articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente (Kudła c. Polonia [GC], n. 30210/96, § 94, CEDU 2000-XI; Norbert Sikorski c. Polonia, sopra citata § 131).

66. Quanto alle condizioni detentive, la Corte prende in considerazione gli effetti cumulativi di queste nonché le specifiche affermazioni del ricorrente (Dougoz c. Grecia, n. 40907/98, CEDU 2001-II). In particolare, il tempo durante il quale un individuo è stato detenuto nelle condizioni denunciate costituisce un fattore importante da considerare (Alver c. Estonia, n. 64812/01, 8 novembre 2005).

67. Quando il sovraffollamento carcerario raggiunge un certo livello, la mancanza di spazio in un istituto penitenziario può costituire l’elemento centrale da prendere in considerazione nella valutazione della conformità di una data situazione all’articolo 3 (si veda, in questo senso, Karalevičius c. Lituania, n. 53254/99, 7 aprile 2005).68. Così, quando si è dovuta occupare di casi di sovraffollamento grave, la Corte ha giudicato che tale elemento, da solo, basta a concludere per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Di norma, sebbene lo spazio ritenuto auspicabile dal CPT per le celle collettive sia di 4 m2, si tratta di casi emblematici in cui lo spazio personale concesso ad un ricorrente era inferiore a 3 m2 (Kantyrev c. Russia, n. 37213/02, §§ 50-51, 21 giugno 2007; Andreï Frolov c. Russia, n. 205/02, §§ 47-49, 29 marzo 2007; Kadikis c. Lettonia, n. 62393/00, § 55, 4 maggio 2006; Sulejmanovic c. Italia, n. 22635/03, § 43, 16 luglio 2009).69. Invece, in cause in cui il sovraffollamento non era così serio da sollevare da solo un problema sotto il profilo dell’articolo 3, la Corte ha notato che, nell’esame del rispetto di tale disposizione, andavano presi in considerazione altri aspetti delle condizioni detentive. Tra questi elementi figurano la possibilità di utilizzare i servizi igienici in modo riservato, l’aerazione disponibile, l’accesso alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base (si vedano anche gli elementi risultanti dalle regole penitenziarie europee adottate dal Comitato dei Ministri, citate nel paragrafo 32 supra). Così, persino in cause in cui ciascun detenuto disponeva di uno spazio variabile dai 3 ai 4 m2, la Corte ha concluso per la violazione dell’articolo 3 quando la mancanza di spazio era accompagnata da una mancanza di ventilazione e di luce (Moisseiev c. Russia, n. 62936/00, 9 ottobre 2008; si vedano anche Vlassov c. Russia, n. 78146/01, § 84, 12 giugno 2008; Babouchkine c. Russia, n. 67253/01, § 44, 18 ottobre 2007); da un accesso limitato alla passeggiata all’aria aperta (István Gábor Kovács c. Ungheria, n. 15707/10, § 26, 17 gennaio 2012) o da una mancanza totale d’intimità nelle celle (si vedano, mutatis mutandis, Belevitskiy c. Russia, n. 72967/01, §§ 73-79, 1° marzo 2007; Khudoyorov c. Russia, n. 6847/02, §§ 106-107, CEDU 2005-X (estratti); e Novoselov c. Russia, n. 66460/01, §§ 32 e 40-43, 2 giugno 2005).

3.  Applicazione dei principi summenzionati alle presenti cause

70. La Corte osserva innanzitutto che il Governo non ha contestato che i sigg. Torreggiani, Biondi e Bamba abbiano occupato durante tutta la loro detenzione nel carcere di Busto Arsizio celle di 9 m2, ciascuno con altre due persone.

71.; Le versioni delle parti divergono invece quanto alle dimensioni delle celle occupate dai ricorrenti detenuti nel carcere di Piacenza e al numero di occupanti delle stesse. Ciascuno dei cinque ricorrenti interessati afferma di dividere celle di 9 m2 con altre due persone, mentre il Governo sostiene che le celle in questione misurano 11 m2 e sono di regola occupate da due persone. La Corte nota peraltro che il Governo non ha fornito alcun documento in merito ai ricorrenti interessati né ha presentato informazioni riguardanti le dimensioni reali delle celle da loro occupate. Secondo il Governo, spetta ai ricorrenti provare la realtà delle loro affermazioni riguardanti lo spazio personale a loro disposizione e la durata del trattamento denunciato davanti alla Corte.

72. La Corte, sensibile alla particolare vulnerabilità delle persone che si trovano sotto il controllo esclusivo degli agenti dello Stato, quali le persone detenute, ribadisce che la procedura prevista dalla Convenzione non si presta sempre ad un’applicazione rigorosa del principio affirmanti incumbit probatio (l’onere della prova spetta a colui che afferma) in quanto, inevitabilmente, il governo convenuto è talvolta l’unico ad avere accesso alle informazioni che possono confermare o infirmare le affermazioni del ricorrente (Khoudoyorov c. Russia, n. 6847/02, § 113, CEDU 2005-X (estratti); e Benediktov c. Russia, n. 106/02, § 34, 10 maggio 2007; Brânduşe c. Romania, n. 6586/03, § 48, 7 aprile 2009; Ananyev e altri c. Russia, sopra citata, § 123). Ne consegue che il semplice fatto che la versione del Governo contraddica quella fornita dal ricorrente non può, in mancanza di un qualsiasi documento o spiegazione pertinenti da parte del Governo, indurre la Corte a rigettare le affermazioni dell’interessato come non provate (Ogică c. Romania, n. 24708/03, § 43, 27 maggio 2010).

73. Pertanto, poiché il Governo non ha presentato alla Corte informazioni pertinenti idonee a giustificare le sue affermazioni, la Corte esaminerà la questione delle condizioni detentive dei ricorrenti sulla base delle affermazioni degli interessati e alla luce di tutte quante le informazioni in suo possesso.

74. Al riguardo, essa nota che le versioni dei ricorrenti detenuti a Piacenza sono unanimi quanto alle dimensioni delle loro celle. Inoltre, la circostanza che la maggior parte dei locali di detenzione di quell’istituto misuri 9 m2 è confermata dalle ordinanze del magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia (paragrafo 11 supra). Quanto al numero di persone ospitate nelle celle, il Governo non ha presentato alcun documento pertinente estratto dai registri del carcere, nonostante sia l’unico ad avere accesso a questo tipo d’informazioni, pur riconoscendo che la situazione di sovraffollamento nel carcere di Piacenza ha reso necessario il collocamento di una terza persona in alcune celle dell’istituto.

75. In mancanza di documenti che dimostrino il contrario e tenuto conto della situazione di sovraffollamento generalizzato nel carcere di Piacenza, la Corte non ha alcun motivo di dubitare delle affermazioni dei sigg. Sela, Ghisoni, Hajjoubi e Haili, secondo le quali essi hanno diviso le celle con altre due persone, disponendo così, proprio come i sigg. Torreggiani, Bamba e Biondi (si veda il paragrafo 70 supra), di uno spazio vitale individuale di 3 m2. Essa osserva che tale spazio era peraltro ulteriormente ridotto dalla presenza di mobilio nelle celle.

76. Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene che i ricorrenti non abbiano beneficiato di uno spazio vitale conforme ai criteri da essa ritenuti accettabili con la sua giurisprudenza. Essa desidera rammentare ancora una volta in questo contesto che la norma in materia di spazio abitabile nelle celle collettive raccomandata dal CPT è di quattro metri quadrati (Ananyev e altri, sopra citata, §§ 144 e 145).

77. La Corte osserva poi che la grave mancanza di spazio sperimentata dai sette ricorrenti per periodi variabili dai quattordici ai cinquantaquattro mesi (paragrafi 6 e 7 supra), costitutiva di per sé di un trattamento contrario alla Convenzione, sembra essere stata ulteriormente aggravata da altri trattamenti denunciati dagli interessati. La mancanza di acqua calda nei due istituti per lunghi periodi, ammessa dal Governo, nonché l’illuminazione e la ventilazione insufficienti nelle celle del carcere di Piacenza, sulle quali il Governo non si è espresso, non hanno mancato di causare nei ricorrenti un’ulteriore sofferenza, benché non costituiscano di per sé un trattamento inumano e degradante.

78. Anche se la Corte ammette che nel caso di specie niente suggerisce che vi sia stata intenzione di umiliare o di degradare i ricorrenti, l’assenza di un tale scopo non può escludere una constatazione di violazione dell’articolo 3 (si veda, tra altre, Peers c. Grecia, n. 28524/95, § 74, CEDU 2001 III). La Corte ritiene che le condizioni detentive in questione, tenuto conto anche della durata della carcerazione dei ricorrenti, abbiano sottoposto gli interessati ad una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione.

79. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione.

III.  SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 46 DELLA CONVENZIONE

80. Ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione:

«1. Le Alte Parti contraenti si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti.

2. La sentenza definitiva della Corte è trasmessa al Comitato dei Ministri che ne controlla l’esecuzione.»

A. Argomenti delle parti

81. Il Governo non si oppone all’applicazione della procedura della sentenza pilota prevista dall’articolo 46 della Convenzione, pur facendo osservare che le autorità italiane hanno posto in essere una serie di misure importanti volte a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Esso esorta la Corte a prendere in considerazione gli sforzi fatti dallo Stato italiano.

82. I ricorrenti denunciano l’esistenza in Italia di un problema strutturale e si dichiarano favorevoli all’applicazione della procedura in questione. Soltanto il sig. Torreggiani (ricorso n. 43517/09) si è opposto all’applicazione della procedura della sentenza pilota, in quanto non accetta che il suo caso riceva un trattamento analogo a quello di altri ricorrenti.

B. Valutazione della Corte

1. Principi generali pertinenti

83. La Corte rammenta che, come interpretato alla luce dell’articolo 1 della Convenzione, l’articolo 46 crea per lo Stato convenuto l’obbligo giuridico di porre in atto, sotto il controllo del Comitato dei Ministri, le misure generali e/o individuali che si rendano necessarie per salvaguardare il diritto del ricorrente di cui la Corte ha constatato la violazione. Misure di questo tipo devono essere adottate anche nei confronti di altre persone nella stessa situazione dell’interessato; si presume, infatti, che lo Stato ponga fine ai problemi all’origine delle constatazioni operate dalla Corte (Scozzari e Giunta c. Italia [GC], nn. 39221/98 e 41963/98, § 249, CEDU 2000 VIII; S. e Marper c. Regno Unito [GC], nn. 30562/04 e 30566/04, § 134, 4 dicembre 2008).

84. Al fine di facilitare l’effettiva attuazione delle sue sentenze secondo il principio di cui sopra, la Corte può adottare una procedura di sentenza pilota che le consenta di mettere in luce chiaramente, nella sua sentenza, l’esistenza di problemi strutturali all’origine delle violazioni e di indicare le misure o azioni particolari che lo Stato convenuto dovrà adottare per porvi rimedio (Hutten-Czapska c. Polonia [GC], n. 35014/97, §§ 231-239 e il suo dispositivo, CEDU 2006 VIII, e Broniowski c. Polonia [GC], n. 31443/96, §§ 189-194 e il suo dispositivo, CEDU 2004 V). Quando adotta una simile prassi, la Corte tiene tuttavia in debito conto le rispettive attribuzioni degli organi della Convenzione: in virtù dell’articolo 46 § 2 della Convenzione, spetta al Comitato dei Ministri valutare l’attuazione delle misure individuali o generali adottate in esecuzione della sentenza della Corte (si veda, mutatis mutandis, Broniowski c. Polonia (composizione amichevole) [GC], n. 31443/96, § 42, CEDU 2005 IX).

85. Un altro fine importante perseguito dalla procedura della sentenza pilota è quello di indurre lo Stato convenuto a trovare, a livello nazionale, una soluzione alle numerose cause individuali originate dallo stesso problema strutturale, dando così effetto al principio di sussidiarietà che è alla base del sistema della Convenzione (Bourdov c. Russia (n. 2), n. 33509/04, § 127, CEDU 2009). Infatti, la Corte non assolve necessariamente al meglio il suo compito, che consiste, secondo l’articolo 19 della Convenzione, nell’«assicurare il rispetto degli impegni risultanti per le Alte Parti contraenti dalla (…) Convenzione e dai suoi Protocolli», ripetendo le stesse conclusioni in un gran numero di cause (ibidem).

86. La procedura della sentenza pilota ha lo scopo di facilitare la risoluzione più rapida ed effettiva di un malfunzionamento sistemico che colpisce la tutela del diritto convenzionale in questione nell’ordinamento giuridico interno (Wolkenberg e altri c. Polonia (dec.), n. 50003/99, § 34, CEDU 2007 (estratti)). L’azione dello Stato convenuto deve tendere principalmente alla risoluzione di tali malfunzionamenti e all’attuazione, se necessario, di ricorsi interni effettivi che consentano di denunciare le violazioni commesse. Tuttavia, essa può anche comprendere l’adozione di soluzioni ad hoc quali composizioni amichevoli con i ricorrenti o offerte unilaterali d’indennizzo, in conformità con le esigenze della Convenzione (Bourdov (n. 2), sopra citata, § 127).

2. Applicazione nel caso di specie dei principi summenzionati

a) Sull’esistenza di una situazione incompatibile con la Convenzione che richieda l’applicazione della procedura della sentenza pilota nel caso di specie

87. La Corte ha appena constatato che il sovraffollamento carcerario in Italia non riguarda esclusivamente i casi dei ricorrenti (paragrafo 54 supra). Essa rileva, in particolare, che il carattere strutturale e sistemico del sovraffollamento carcerario in Italia emerge chiaramente dai dati statistici indicati in precedenza nonché dai termini della dichiarazione dello stato di emergenza nazionale proclamata dal presidente del Consiglio dei ministri italiano nel 2010 (paragrafi 23-29 supra).

88. Questi dati nel loro complesso rivelano che la violazione del diritto dei ricorrenti di beneficiare di condizioni detentive adeguate non è la conseguenza di episodi isolati, ma trae origine da un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano, che ha interessato e può interessare ancora in futuro numerose persone (si veda, mutatis mutandis, Broniowski c. Polonia, sopra citata, § 189). Secondo la Corte, la situazione constatata nel caso di specie è, pertanto, costitutiva di una prassi incompatibile con la Convenzione (Bottazzi c. Italia [GC], n. 34884/97, § 22, CEDU 1999 V; Bourdov (n. 2), sopra citata, § 135).

89. Del resto, il carattere strutturale del problema individuato nelle presenti cause è confermato dal fatto che diverse centinaia di ricorsi proposti contro l’Italia al fine di sollevare un problema di compatibilità con l’articolo 3 della Convenzione delle inadeguate condizioni detentive legate al sovraffollamento carcerario in diversi istituti penitenziari italiani sono attualmente pendenti dinanzi ad essa. Il numero di questo tipo di ricorsi è in continuo aumento.

90. Conformemente ai criteri stabiliti nella sua giurisprudenza, la Corte decide di applicare la procedura della sentenza pilota al caso di specie, tenuto conto del crescente numero di persone potenzialmente interessate in Italia e delle sentenze di violazione alle quali i ricorsi in questione potrebbero dare luogo (Maria Atanasiu e altri c. Romania, nn. 30767/05 e 33800/06, §§ 217-218, 12 ottobre 2010). Essa sottolinea anche il bisogno urgente di offrire alle persone interessate una riparazione appropriata su scala nazionale (Bourdov (n. 2), sopra citata, §§ 129-130).

b) Misure di carattere generale

91. La Corte rammenta che le sue sentenze hanno carattere essenzialmente declaratorio e che, in linea di principio, spetta allo Stato convenuto scegliere, sotto il controllo del Comitato dei Ministri, i mezzi per assolvere il suo obbligo giuridico riguardo all’articolo 46 della Convenzione (Scozzari e Giunta, sopra citata, § 249).

92. Essa osserva che, recentemente, lo Stato italiano ha adottato misure che possono contribuire a ridurre il fenomeno del sovraffollamento negli istituti penitenziari e le sue conseguenze. Essa si compiace per i passi compiuti dalle autorità nazionali e non può far altro che incoraggiare lo Stato italiano a proseguire gli sforzi.
Tuttavia, è inevitabile constatare che, nonostante gli sforzi tanto legislativi quanto logistici intrapresi dall’Italia nel 2010, il tasso nazionale di sovraffollamento continuava ad essere molto elevato nell’aprile 2012 (essendo passato dal 151% nel 2010 al 148% nel 2012). La Corte osserva che questo bilancio moderato è tanto più preoccupante in quanto il piano d’intervento d’urgenza elaborato dalle autorità nazionali ha una durata limitata nel tempo, dal momento che la fine dei lavori di costruzione di nuovi istituti penitenziari è prevista per la fine dell’anno 2012 e le disposizioni in materia di esecuzione della pena, che hanno carattere straordinario, sono applicabili solo fino a fine 2013 (paragrafo 27 supra).

93. La Corte è consapevole della necessità di sforzi conseguenti e sostenuti sul lungo periodo per risolvere il problema strutturale del sovraffollamento carcerario. Tuttavia, essa rammenta che, stante l’inviolabilità del diritto tutelato dall’articolo 3 della Convenzione, lo Stato è tenuto ad organizzare il suo sistema penitenziario in modo tale che la dignità dei detenuti sia rispettata (Mamedova c. Russia, n. 7064/05, § 63, 1° giugno 2006).

94. In particolare, quando lo Stato non è in grado di garantire a ciascun detenuto condizioni detentive conformi all’articolo 3 della Convenzione, la Corte lo esorta ad agire in modo da ridurre il numero di persone incarcerate, in particolare attraverso una maggiore applicazione di misure punitive non privative della libertà (Norbert Sikorski, sopra citata, § 158) e una riduzione al minimo del ricorso alla custodia cautelare in carcere (tra l’altro, Ananyev e altri, sopra citata, § 197).A quest’ultimo riguardo, la Corte è colpita dal fatto che il 40% circa dei detenuti nelle carceri italiane siano persone sottoposte a custodia cautelare in attesa di giudizio (paragrafo 29 supra).

95. Non spetta alla Corte suggerire agli Stati delle disposizioni riguardanti le loro politiche penali e l’organizzazione del loro sistema penitenziario. Tali processi sollevano un certo numero di questioni complesse di ordine giuridico e pratico che, in linea di principio, vanno oltre la funzione giudiziaria della Corte. Tuttavia, essa desidera rammentare in questo contesto le raccomandazioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che invitano gli Stati ad esortare i procuratori e i giudici a ricorrere il più possibile alle misure alternative alla detenzione e a riorientare la loro politica penale verso il minimo ricorso alla carcerazione allo scopo, tra l’altro, di risolvere il problema della crescita della popolazione carceraria (si vedano, in particolare, le raccomandazioni del Comitato dei Ministri Rec(99)22 e Rec(2006)13).

96. Quanto alla o alle vie di ricorso interne da adottare per far fronte al problema sistemico riconosciuto nella presente causa, la Corte rammenta che, in materia di condizioni detentive, i rimedi «preventivi» e quelli di natura «compensativa» devono coesistere in modo complementare. Così, quando un ricorrente sia detenuto in condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione, la migliore riparazione possibile è la rapida cessazione della violazione del diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti. Inoltre, chiunque abbia subito una detenzione lesiva della propria dignità deve potere ottenere una riparazione per la violazione subita (Benediktov c. Russia, sopra citata, § 29; e Ananyev e altri, sopra citata, §§ 97-98 e 210-240).

97. La Corte osserva di avere constatato che il solo ricorso indicato dal governo convenuto nelle presenti cause che possa migliorare le condizioni detentive denunciate, vale a dire il reclamo rivolto al magistrato di sorveglianza in virtù degli articoli 35 e 69 della legge sull’ordinamento penitenziario, è un ricorso accessibile, ma non effettivo nella pratica, dato che non consente di porre fine rapidamente alla carcerazione in condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione (paragrafo 55 supra). D’altra parte, il Governo non ha dimostrato l’esistenza di un ricorso in grado di consentire alle persone incarcerate in condizioni lesive della loro dignità di ottenere una qualsiasi forma di riparazione per la violazione subita. Al riguardo, essa osserva che la recente giurisprudenza che attribuisce al magistrato di sorveglianza il potere di condannare l’amministrazione a pagare un indennizzo pecuniario è lungi dal costituire una prassi consolidata e costante delle autorità nazionali (paragrafi 20-22 supra).

98. La Corte non deve suggerire quale sarebbe il modo migliore di instaurare le vie di ricorso interne necessarie (Hutten-Czapska, sopra citata, § 239). Lo Stato può modificare i ricorsi esistenti o crearne di nuovi in modo tale che le violazioni dei diritti tratti dalla Convenzione possano essere riparate in maniera realmente effettiva (Xenides-Arestis c. Turchia, n. 46347/99, § 40, 22 dicembre 2005). Ad esso spetta anche garantire, sotto il controllo del Comitato dei Ministri, che il ricorso o i ricorsi di recente attuazione rispettino, nella teoria come nella pratica, le esigenze della Convenzione.

99. La Corte ne conclude che le autorità nazionali devono creare senza indugio un ricorso o una combinazione di ricorsi che abbiano effetti preventivi e compensativi e garantiscano realmente una riparazione effettiva delle violazioni della Convenzione risultanti dal sovraffollamento carcerario in Italia. Tale o tali ricorsi dovranno essere conformi ai principi della Convenzione, come richiamati in particolare nella presente sentenza (si vedano, tra l’altro, i paragrafi 50 e 95 supra), ed essere posti in essere nel termine di un anno dalla data in cui questa sarà divenuta definitiva (si veda, a titolo di confronto, Xenides-Arestis, sopra citata, § 40, e il punto 5 del dispositivo).

c)  Procedura da seguire nelle cause simili

100. La Corte rammenta di potersi pronunciare, nella sentenza pilota, sulla procedura da seguire nell’esame di tutte le cause simili (si vedano, mutatis mutandis, Broniowski, sopra citata, § 198; e Xenides-Arestis, sopra citata, § 50).

101. Al riguardo, la Corte decide che, in attesa dell’adozione da parte delle autorità interne delle misure necessarie sul piano nazionale, l’esame dei ricorsi non comunicati aventi come unico oggetto il sovraffollamento carcerario in Italia sarà rinviato per il periodo di un anno a decorrere dalla data in cui la presente sentenza sarà divenuta definitiva. La Corte si riserva la facoltà, in qualsiasi momento, di dichiarare irricevibile una causa di questo tipo o di cancellarla dal ruolo in seguito ad un accordo amichevole tra le parti o ad una composizione della controversia con altri mezzi, conformemente agli articoli 37 e 39 della Convenzione. Per quanto riguarda invece i ricorsi già comunicati al governo convenuto, la Corte potrà proseguire il loro esame per la via della procedura normale

IV.  SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE

102. Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione,

«Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli, e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette se non in modo imperfetto di rimuovere le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, se del caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.»

A. Danno

103. I ricorrenti richiedono le seguenti somme per il danno morale che avrebbero subito.
Il sig. Torreggiani chiede 10.600 EUR per una detenzione di 54 mesi in cattive condizioni; il sig. Bamba, detenuto per 39 mesi, si rimette al giudizio della Corte; il sig. Biondi chiede 15.000 EUR per una detenzione di 24 mesi; i sigg. Sela, El Haili e Hajjoubi chiedono 15.000 EUR ciascuno per la detenzione rispettivamente di 14, 39 e 16 mesi; il sig. Ghisoni chiede un risarcimento di 30.000 EUR per un periodo di 17 mesi.

104. Il Governo si oppone a queste richieste.

105. La Corte ritiene che i ricorrenti abbiano subito un danno morale certo e che, per fissare gli importi dei risarcimenti da accordare a questo titolo agli interessati, sia opportuno tener conto del tempo che essi hanno trascorso in cattive condizioni detentive. Decidendo in via equitativa, come vuole l’articolo 41 della Convenzione, essa ritiene opportuno accordare ai sigg. Torreggiani, Biondi e El Haili le somme da essi richieste a titolo di danno morale. Decide peraltro di assegnare 23.500 EUR al sig. Bamba, 11.000 EUR al sig. Sela, 12.000 EUR al sig. Hajjoubi e 12.500 EUR al sig. Ghisoni allo stesso titolo.

B. Spese

106. I ricorrenti chiedono anche il rimborso delle spese corrispondenti alla procedura innanzi alla Corte. Soltanto i sigg. Sela, El Haili, Hajjoubi e Ghisoni hanno fornito documenti giustificativi a sostegno delle loro pretese. Essi chiedono rispettivamente 16.474 EUR, 5.491 EUR, 5.491 EUR e 6.867 EUR.

107. Il Governo si oppone a queste richieste.

108. Secondo la giurisprudenza della Corte, un ricorrente può ottenere il rimborso delle spese sostenute solo nella misura in cui ne siano accertate la realtà e la necessità, e il loro importo sia ragionevole. Nel caso di specie e tenuto conto dei documenti in suo possesso e della sua giurisprudenza, la Corte ritiene ragionevole accordare ai sigg. Sela, El Haili, Hajjoubi e Ghisoni la somma di 1.500 EUR ciascuno per le spere relative alla procedura svoltasi innanzi ad essa. Al contrario, la Corte decide di rigettare le richieste degli altri ricorrenti che erano stati autorizzati a presentarsi personalmente innanzi ad essa e che non hanno prodotto documenti giustificativi a sostegno delle loro pretese.

C. Interessi moratori

109. La Corte ritiene opportuno basare il tasso degli interessi moratori sul tasso di interesse delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea maggiorato di tre punti percentuali.

PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE, ALL’UNANIMITA’

  1. Decide di riunire i ricorsi;
  2. Dichiara i ricorsi ricevibili;
  3. Dichiara che vi è stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione;
  4. Dichiara che lo Stato convenuto dovrà, entro un anno a decorrere dalla data in cui la presente sentenza sarà divenuta definitiva in virtù dell’articolo 44 § 2 della Convenzione, istituire un ricorso o un insieme di ricorsi interni effettivi idonei ad offrire una riparazione adeguata e sufficiente in caso di sovraffollamento carcerario, e ciò conformemente ai principi della Convenzione come stabiliti nella giurisprudenza della Corte;
  5. Dichiara che, in attesa che vengano adottate le misure di cui sopra, la Corte differirà, per la durata di un anno a decorrere dalla data in cui la presente sentenza sarà divenuta definitiva, la procedura in tutte le cause non ancora comunicate aventi unicamente ad oggetto il sovraffollamento carcerario in Italia riservandosi la facoltà, in qualsiasi momento, di dichiarare irricevibile una causa di questo tipo o di cancellarla dal ruolo a seguito di composizione amichevole tra le parti o di definizione della lite con altri mezzi, conformemente agli articoli 37 e 39 della Convenzione;
  6. Dichiara
    1. che lo Stato convenuto deve versare ai ricorrenti, entro tre mesi a decorrere dal giorno in cui la sentenza sarà divenuta definitiva conformemente all’articolo 44 § 2 della Convenzione, le seguenti somme:
      1. 10.600 EUR (diecimilaseicento euro) al sig. Torreggiani; 23.500 EUR (ventitremilacinquecento euro) al sig. Bamba; 15.000 EUR (quindicimila euro) al sig. Biondi; 11.000 EUR (undicimila euro) al sig. Sela; 15.000 EUR (quindicimila euro) al sig. El Haili; 12.000 EUR (dodicimila euro) a Hajjoubi; 12.500 EUR (dodicimilacinquecento euro) al sig. Ghisoni, più l’importo eventualmente dovuto a titolo d’imposta, per il danno morale;
      2. 1.500 EUR (millecinquecento euro) ciascuno ai sigg. Sela, El Haili, Hajjoubi e Ghisoni, più l’importo eventualmente dovuto a titolo d’imposta, per le spese;
    2. che, a decorrere dalla scadenza di detto termine e fino al versamento, tali importi dovranno essere maggiorati di un interesse semplice ad un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea applicabile durante quel periodo, aumentato di tre punti percentuali;
  7. Rigetta la domanda di equa soddisfazione per il resto.

Fatta in francese, poi comunicata per iscritto l’8 gennaio 2013, in applicazione dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.

Danutė Jočienė
Presidente

Stanley Naismith
Cancelliere

Alla presente sentenza è allegata, conformemente agli articoli 45 § 2 della Convenzione e 74 § 2 del regolamento, l’esposizione dell’opinione separata del giudice Jočienė.

D.J.
S.H.N.

LISTA DELLE CAUSE  
Numero di ricorso Data d’introduzione Nome e cognome del ricorrente,
data di nascita e cittadinanza
Nome e cognome del rappresentante  
43517/09 06/08/2009 Fermo-Mino TORREGGIANI
09/05/1948

Italiana
Il ricorrente è stato autorizzato a
rappresentarsi personalmente
dinanzi alla Corte
46882/09 12/08/2009 Bazoumana BAMBA
18/12/1972

Ivoriana
Il ricorrente è stato autorizzato a
rappresentarsi personalmente
dinanzi alla Corte
55400/09 19/09/2009 Raoul Riccardo BIONDI
22/12/1967

Italiana
Il ricorrente è stato autorizzato a
rappresentarsi personalmente
dinanzi alla Corte
57875/09 20/10/2009 Afrim SELA
02/02/1979

Albanese
Avv. Flavia Urciuoli  
61535/09 29/10/2009 Tarcisio GHISONI
26/09/1952

Italiana
Avv. Patrizia Rodi  
35315/10 10/06/2010 Mohamed EL HAILI
01/01/1977

Marocchina
Avv. Giuseppe Rossodivita  
37818/10 01/07/2010 Radouane HAJJOUBI
01/01/1975

Marocchina
Avv. Giuseppe Rossodivita  

OPINIONE CONCORDANTE DEL GIUDICE JOČIENĖ

Nella causa Sulejmanovic c. Italia (n. 22635/03, sentenza del 16 luglio 2009), ho votato contro la violazione dell’articolo 3 della Convenzione per le ragioni esposte nell’opinione dissenziente del giudice Zagrebelsky, alla quale ho aderito.

Dalla data di pubblicazione della sentenza Sulejmanovic, la Corte ha ricevuto un flusso via via crescente di ricorsi riguardanti il sovraffollamento nelle carceri italiane. Le autorità italiane hanno esse stesse chiaramente ammesso a livello nazionale (§ 24 della sentenza) questo problema strutturale delle carceri italiane ed hanno previsto misure concrete ed effettive nel 2010 per rimediare al problema del sovraffollamento carcerario (§§ 23 – 29 della sentenza). Peraltro, è stato anche dichiarato e prorogato due volte lo stato di emergenza nazionale (§ 28 della sentenza). Gli impegni politici dello Stato italiano sono molto importanti per elaborare un piano di azione e per risolvere finalmente il problema del sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani.

In secondo luogo, il magistrato di sorveglianza ha anche riconosciuto molto chiaramente il problema della situazione delle carceri – il giudice ha concluso che i ricorrenti erano esposti a trattamenti inumani per il fatto di dover condividere celle esigue con altri due detenuti, ed erano oggetto di una discriminazione rispetto ad altri detenuti che condividevano lo stesso tipo di cella con una sola persona; è chiaro che, in realtà, lo spazio vitale abitabile nelle celle collettive raccomandato dal CPT non è stato rispettato nel caso dei ricorrenti (§ 14, §§ 74 e 76 della sentenza).

Sono queste le due principali ragioni che mi hanno indotto a modificare la mia opinione e a votare con la maggioranza in questa causa in cui la Corte conclude per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione e indica le misure generali che le autorità italiane devono adottare per risolvere il problema strutturale del sovraffollamento delle carceri italiane.

 

 

Trattamento di fine Rapporto

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(Circolare INPDAP n.29 del 8.6.2000)

Il quadro normativo

Per trattamenti di fine servizio (TFS) si intende sia l’indennità di buonuscita di cui al DPR 1032/73 spettante al personale delle Amministrazioni statali, sia l’indennità premio di servizio di cui alla Legge 152/68 spettante ai dipendenti degli Enti locali e a quelli del comparto della Sanità.
Per trattamento di fine rapporto (TFR) si intende invece la prestazione regolata in base all’art. 2120 del codice civile.
La legge 8 agosto 1995, n. 335, di riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare, all’art. 2, comma 5, estende l’istituto del Trattamento di Fine Rapporto in base all’art. 2120 del codice civile ai nuovi assunti delle pubbliche amministrazioni (inizialmente considerati tali coloro che erano assunti a partire dal 1/1/1996).
Quanto disposto dalla legge 335/95 è stato successivamente integrato dalla legge 27 dicembre 1997, n. 449 e dalla legge 23 dicembre 1998 n. 448, collegando l’introduzione del TFR all’avvio della previdenza complementare per il pubblico impiego.
La successiva L. 448/98, sancisce inoltre che con il DPCM previsto dalla L. 335/95 siano determinate le modalità per l’erogazione del TFR per i periodi di lavoro prestato a tempo determinato e le modalità per rendere operativo il passaggio al nuovo sistema del personale assunto a partire dal 1/1/96.
Va infine aggiunto che l’accordo quadro nazionale in materia di trattamento di fine rapporto e di previdenza complementare per i dipendenti pubblici, sottoscritto il 29 luglio 1999 fra l’ARAN e le Organizzazioni sindacali, stabilisce il differimento del termine del 1/1/1996, in maniera che un lavoratore sia considerato di nuova assunzione con applicazione delle relative regole, alla data di entrata in vigore del predetto DPCM.
Pertanto il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 20 dicembre 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 15 maggio 2000, n. 111, titolato “Trattamento di fine rapporto e istituzione dei fondi pensione dei pubblici dipendenti” ha prodotto situazioni diverse a seconda della posizione del lavoratore.

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Il rito partecipativo

Arriva il cosiddetto rito partecipativo: il giudice cerca l’accordo per le questioni riguardanti i figli nati fuori dal matrimonio.

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 A quanto pare, oltre che un po’ di confusione nelle cancellerie dei Tribunali (gravate d’improvviso da un gran numero di procedimenti prima di competenza del Tribunale per i minorenni) la Legge che ha parificato figli nati e fuori e dentro il matrimonio sta producendo da subito anche buoni frutti.  Il Tribunale di Milano, infatti, si è fatto pioniere di un’iniziativa che sta portando le controversie insorte tra genitori non sposati  a concludersi “in via transattiva” nel 60% dei casi con successo.Si tratta dell’introduzione della cosiddetta udienza-filtro, finalizzata a tentare la conciliazione tra genitori di figli nati fuori dal matrimonio. Essa è un tipo di udienza che offre la possibilità alle parti di gestire, in maniera efficace e veloce, le questioni sorte in materia di potestà genitoriale (ossia relative ai figli), all’insegna di un rito definito “partecipativo“, proprio in quanto presuppone la partecipazione attiva di tutte le parti coinvolte.In pratica, subito dopo il deposito del ricorso, il Tribunale convoca innanzi a sé i genitori, invitandoli a tentare, in via preliminare, una conciliazione, un po’ sull’esempio di quanto già avviene nei procedimenti di separazione e divorzio . Il giudice, in questo contesto, potrà dare alle parti suggerimenti che consentano loro di valutare una soluzione della lite, anche richiamandosi a pronunce consolidate della giurisprudenza relativa alle questioni oggetto di controversia. Inoltre, il magistrato dovrà anche prospettare ai genitori – raccogliendone l’eventuale consenso – la possibilità che essi seguano, anche al fine di accordo da depositare in Tribunale (e perciò non necessariamente per la riconciliazione), un percorso di mediazione familiare. Non è da escludersi, così come già previsto da un provvedimento del Tribunale Meneghino dell’ottobre scorso , (leggi: “Mediazione del giudice su qualsiasi materia: anche su mantenimento figli dopo il divorzio”), che il giudice prospetti alle parti la possibilità di seguire anche altri sistemi di risoluzione della controversia come la “mediazione civile o il diritto collaborativo”. Insomma: un accordo bonario a tutti gli effetti. Il giudice fisserà poi una successiva udienza per il prosieguo della causa che, in base ai risultati ottenuti, potrà concludersi con una soluzione condivisa dalle parti. L’auspicio è che l’alta percentuale di successo di questa iniziativa non rimanga circoscritta a pochi Tribunali, traducendosi, per tutti gli altri, in un adempimento solo formale.

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Contributo unificato, pronto il c/c

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Istituito il conto corrente postale specifico per il versamento del contributo unificato nel processo tributario. A renderlo noto, il Dipartimento delle finanze con un avviso diffuso ieri, in cui si spiega che nel conto corrente devono essere indicati: il numero di conto corrente postale n. 1010376927 e l’intestazione alla «TES.VITERBO-CONTRIB. PROC.TRIB. ART. 37 D.L. 98/2011»; il nome e il cognome del ricorrente o resistente; nel caso in cui dall’atto introduttivo del procedimento risulti più di un ricorrente/resistente va indicato per esteso solo il primo nominativo di essi e il numero in cifra dei restanti. Nello spazio riservato alla causale, è necessario indicare anche il codice fiscale del ricorrente o resistente e il codice della Commissione tributaria adita. I codici della Commissione tributaria sono reperibili via web al seguente percorso: http://www.agenziaentrate.gov.it – Modelli, Modelli versamento – F23 – Codici tributo – «Tabella dei codici degli enti diversi dagli uffici finanziari – pdf»

Penalisti in sciopero a gennaio: basta intercettare le nostre conversazioni con gli assistiti

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I penalisti scendono di nuovo in campo contro i «reiterati casi di aggressione alla funzione difensiva» degli ultimi anni, proclamando l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale dal 13 al 15 gennaio prossimi.

È quanto fa sapere l’Unione delle camere penali in una nota.

Il 13, si legge, è previsto un incontro-manifestazione a Napoli. «Non la prima su questo fronte – scrivono i penalisti – poiché una prima astensione per le stesse ragioni era stata indetta dal 17 al 21 settembre 2012. Da allora la situazione non è migliorata, anzi, se possibile, si è aggravata, con riguardo alle prassi investigative e giudiziarie».

Tra le ragioni, si spiega nella nota, l’abitudine, «illegittima ed anche illecita di ascoltare e registrare le conversazioni tra avvocato e difeso fino al punto di arrivare, in alcuni casi, a ritrovare conversazioni tra avvocato e cliente persino nelle ordinanze di custodia cautelare redatte dai Gip. Ancora, il sistema del cosiddetto doppio binario, che si è da tempo stabilizzato nel nostro ordinamento ed ha preso a dilagare in ambiti che non riguardano più soltanto la criminalità organizzata, diventando il pretesto per la riduzione delle garanzie difensive e di libertà in tutto il processo penale».

Nel mirino anche le «preannunciate iniziative di legge che mirano al totale superamento del principio dell’immutabilità del giudice, così da far emettere la sentenza a chi non ha seguito il dibattimento, cosa contraria al dettato costituzionale anche se attualmente consentita, in via di eccezione, nei processi di criminalità organizzata».

Comm. Garanzia scioperi

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COMUNICATO STAMPA

Giustizia: astensione dei penalisti, reiterati attacchi alla funzione difensiva

Dal 13 al 15 gennaio, con una manifestazione a Napoli

I penalisti scendono di nuovo in campo contro i “reiterati casi di aggressione alla funzione difensiva” degli ultimi anni, proclamando l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale per i giorni 13, 14 e 15 gennaio 2014. Il 13 gennaio, in concomitanza con l’inizio della ‘protesta’, un incontro-manifestazione che si terrà a Napoli. In una delibera della Giunta dell’Unione Camere Penali trasmessa alle più alte cariche dello Stato e ai capi degli uffici giudiziari, si spiegano i motivi della decisione. Non la prima su questo fronte, poiché una prima astensione per le stesse ragioni era stata indetta dal 17 al 21 settembre 2012. Da allora la situazione “non è migliorata, anzi, se possibile, si è aggravata, con riguardo alle prassi investigative e giudiziarie”, si fa notare. Tra le ragioni si evidenzia l’abitudine, “illegittima ed anche illecità”, di “ascoltare e registrare le conversazioni tra avvocato e difeso nonostante le continue proteste delle Camere Penali”, fino al punto di arrivare, in alcuni casi, a “ritrovare conversazioni tra avvocato e cliente persino nelle ordinanze di custodia cautelare redatte dai Gip”. E ciò mentre “permangono nel nostro codice di rito misure che alimentano questo senso di diffidenza verso la difesa, come la mai abbastanza vituperata facoltà del giudice – aggiunge la delibera – di fissare il divieto di colloqui della persona sottoposta a misura cautelare con il proprio difensore, mentre è dovuta intervenire la Corte Costituzionale per abrogare l’assurda limitazione a tre per settimana dei colloqui con i propri avvocati dei ristretti in regime di 41 bis”. E ancora, il sistema del cosiddetto “doppio binario”, nato anni fa come eccezione, che “si è da tempo stabilizzato nel nostro ordinamento ed ha preso a dilagare in ambiti che non riguardano più soltanto la criminalità organizzata, diventando il pretesto per la riduzione delle garanzie difensive e di libertà in tutto il processo penale”. Per non parlare delle “preannunciate iniziative di legge che mirano al totale superamento del principio dell’immutabilità del giudice, così da far emettere la sentenza a chi non ha seguito il dibattimento, cosa contraria al dettato costituzionale anche se attualmente consentita, in via di eccezione, nei processi di criminalità organizzata”. Contro questo degrado, si conclude, per recuperare il rispetto del diritto di difesa costituzionalmente garantito, “appare necessario mettere in atto una iniziativa di forte denuncia politica al fine di arrestare questa deriva ed iniziare una decisa inversione di tendenza negli organi istituzionali che ne sono la causa, oltre che per informare l’opinione pubblica”.
Roma, 20 dicembre 2013

Il caro appello

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Scatta la multa per l’appello respinto, in tutti i casi di impugnazioni presentate dal 31 gennaio 2013 (anche se il processo in primo grado è iniziato prima). All’obbligo non sfugge la pubblica amministrazione che propone l’appello e poi lo perde. Così la Corte di cassazione con la sentenza 26566 del 27 novembre 2013 interpreta la novità, introdotta dall’art. 1, comma 17, della legge di stabilità per il 2013 (228/2012), che ha il chiaro scopo di disincentivare il ricorso al secondo e al terzo grado di giudizio. Due i problemi affrontati dalla Corte di cassazione. Il primo attiene alla possibilità di applicare la disposizione anche alle pubbliche amministrazioni soccombenti in appello. Il secondo attiene alla possibilità di applicare la disposizione ai processi di appello iniziati dopo il 31 gennaio 2013 o se è possibile applicarla ai giudizi che, in primo grado, hanno avuto inizio dopo il 31 gennaio 2013.

La disposizione. L’articolo 1, comma 17, della legge di stabilità per il 2013 ha modificato l’art. del dpr 115/2002 (Testo unico delle spese di giustizia). La norma prevede che, quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale. Abbiamo una parte che, avendo perso in primo grado, intende proporre appello. Per farlo, deve pagare un contributo unificato per l’appello che è aumentato della metà. Se, poi, l’appello è dichiarato inammissibile, improcedibile o è totalmente respinto, l’appellante deve pagare di nuovo il contributo unificato, nell’importo aumentato. Il giudice deve, poi, dichiarare in sentenza che sussistono i presupposti per l’applicazione della multa di soccombenza, il cui obbligo di pagamento sorge, però, solo al momento del deposito della sentenza. Lo stesso meccanismo vale per i ricorsi in Cassazione, con la differenza che il contributo unificato è raddoppiato.

Bracconiere arrestato, ora è un ladro: svolta giudiziaria

Per la giurisprudenza si tratta di «furto venatorio»

Caccia abusiva come reato ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato

cacciatore

 

Articolo originale

Un bracconiere uccellatore è stato arrestato in flagranza per il reato di furto aggravato di fauna selvatica ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato e processato per direttissima. Pena con patteggiamento: sei mesi di reclusione ed € 300,00 di multa. Confisca delle reti e divieto di avvicinarsi ai luoghi ove praticava l’uccellagione illegale. Uccellini liberati.

Siamo di fronte ad una svolta giudiziaria importante che da un lato conferma la piena applicabilità della teoria del bracconaggio come furto ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato, smentendo clamorosamente tutti coloro che fino a ieri hanno sostenuto che vigente l’attuale legge sulla caccia tale teoria era ormai inapplicabile, e dall’altro riapre scenari straordinari nel contrasto a tutte le forme di bracconaggio più sistematiche, seriali e distruttive. La sentenza ha confermato non solo che tale teoria giurisprudenziale è totalmente viva ed applicabile, ma ha anche avallato l’arresto in flagranza per i casi, naturalmente, più gravi di bracconaggio contro ogni regola ed al di fuori di ogni disciplina di legge.

Dalla cronaca “La Provincia di Varese on line” – 20 novembre 2013: “Bracconiere arrestato per furto verso lo Stato: patteggia a sei mesi e a una multa da 300 euro. E si scusa davanti al giudice. Il pubblico ministero Sabrina Ditaranto ha chiesto, e ottenuto dal giudice Anna Azzena, la non sospensione della pena.  (…) L’uomo è comparso in aula ieri mattina in sede di udienza direttissima dopo essere stato arrestato lunedì dai carabinieri di Castiglione Olona in collaborazione con il servizio interprovinciale di tutela animali: il giudice ha convalidato l’arresto. L’imputato, che è accusato di furto aggravato ai danni dello Stato (proprietario dei volatili catturati) e di violazione sulle norme sulla caccia, si è inizialmente avvalso della facoltà di non rispondere. Quindi, si è detto disposto ad un patteggiamento arrivando a fare ammenda in aula: si è scusato davanti all’autorità giudiziaria, dichiarandosi pentito e promettendo di non farlo mai più. L’uomo ha anche il divieto di dimora a Venegono Superiore. (…)  Il provvedimento di fatto lo priva della propria riserva di caccia personale. Anche la non sospensione della pena ha una ragione specifica: lanciare un messaggio chiaro. (…) Sotto sequestro sono finite tre gabbie con uccelli maltrattati: erano vivi ma con le ali piene di ferite. Venivano usati come “esce” vive per altri uccelli attirati dai loro richiami. Confiscati all’uomo anche richiami elettronici e reti utilizzati per la cattura dei volatili.”

L’operazione è stata attivata dal Servizio interprovinciale tutela animali (SITA) e condotta dal responsabile del Francesco Faragò, unitamente ai Carabinieri di Saronno.

Sotto il profilo giuridico, va rilevato che non solo è stata confermata la perfetta ed attuale applicabilità della teoria della caccia abusiva come reato di furto ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato, ma in questo caso la magistratura ha anche convalidato l’arresto in flagranza del responsabile di tale reato. Una conferma – dunque – duplice e di ancora maggiore rilievo se si pensa che fino ad oggi da parte di molti (anche organi di polizia giudiziaria ambientale) si è sostenuto che vigente l’attuale vigenza della legge legge 11 febbraio 1992, n. 157 (“Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma
e per il prelievo venatorio”) la teoria giurisprudenziale del “furto venatorio” non era più applicabile. Tesi molto diffusa, ma drasticamente smentita da caso in commento. Da parte nostra, da sempre, abbiamo sostenuto in ogni sede editoriale[1] e seminariale tesi totalmente opposta, e cioè che anche vigente l’attuale normativa sulla tutela della fauna  e la disciplina della caccia era possibile applicare il “furto venatorio” per tutti quei casi di bracconaggio contro ogni regola.

Questa prassi giurisprudenziale, varata sotto la vigenza della pregressa normativa sulla caccia, all’epoca ha consentito una efficace e diffusa stategia di contrasto alle forme di bracconaggio più svariate. Tuttavia dopo l’entrata in vigore della vigente normativa di settore la sua applicazione si è rarefatta e molti hanno – erratamente – pensato che tale teoria giuridica non fosse più applicabile. E questo solo grazie ad un equivoco di lettura delle disposizioni contenute, appunto, nella successiva ed attuale normativa.

Va infatti ricordato, per chiarezza generale e per meglio inquadrare il problema, che al tempo della originaria applicazione della prassi giurisprudenziale in esame i casi di applicazione furono numerosissimi  e praticamente sistematici su tutto il territorio nazionale. Questo in quanto la pregressa normativa in materia venatoria era del tutto lacunosa e prevedeva sanzioni specifiche assolutamente blande ed irrisorie anche per i casi di bracconaggio più importanti. Questa applicazione diffusa ha comportato, tuttavia, la conseguenza che in alcuni casi è stata applicata anche in ipotesi di illeciti minori. In quel tempo, la sanzione penale per il reato di furto aggravato in casi di violazioni da parte di cacciatori che non rispettavano perfettamente le regole, oltre che a carico di bracconieri conclamati, ha creato dei problemi politici e la reazione delle associazioni venatorie. In effetti, e va detto per onestà intellettuale, essendo questa una teoria giurisprudenziale e non una norma di legge,  vigente la pregressa disciplina era praticamente applicabile sia ai casi minori che ai grandi casi di bracconaggio;  dunque anche in alcuni casi di violazioni modeste alla normativa sulla caccia si rischiava una pesante sanzione penale per violazioni modeste.

La successiva, ed attualmente vigente, normativa in materia, si dunque posta questo problema ed ha cercato di porvi rimedio a livello politico. E per evitare che la teoria del “furto venatorio” potesse essere applicata, oltre che ai bracconieri in senso stretto, anche a carico dei cacciatori nelle ordinarie violazioni alle regole venatorie, in calce alle specifiche sanzioni penali ed amministrative previste dalla medesima normativa ha espressamente posto il divieto di applicazione della teoria giurisprudenziale del furto aggravato di fauna ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato in quei casi in cui la medesima legge sulla caccia già prevede una propria sanzione specifica amministrativa oppure penale. Ma tale legge non ha proibito in senso assoluto e totale l’applicazione del “furto venatorio” ai casi di bracconaggio. Ed è qui l’equivoco di lettura di coloro che sostengono il principio che tale prassi giurisprudenziale oggi non è più applicabile.

Infatti una attenta lettura della legge-quadro 11 febbraio 1992 n. 157 pone in luce che tutto il sistema sanzionatorio (penale ed amministrativo) è rivolto verso il cacciatore munito di regolare concessione (leggi: licenza) che poi viola i parametri di detto accordo contrattuale e dunque viene perseguito ora a livello appunto penale ora a livello amministrativo.

Detta legge non contiene, dunque, una disposizione generale che esclude l’applicabilità delle norme sul furto nella generale materia, ma al contrario prevede tra le esclusione solamente in relazione ai casi specificamente previsti dagli artt. 30 e 31, che non esauriscono tutti quelli di apprensione della fauna da ritenersi vietati in base ad altri precetti contenuti nella legge stessa, ed infatti la norma che proibisce l’applicazione del « furto venatorio » è l’art. 30 n. 3 il quale recita: « Nei casi di cui al comma 1 (dell’art. 30 ndr) non si applicano gli artt. 624, 625, 626 del codice penale »; analoga previsione per gli illeciti amministrativi previsti dall’art. 31. E dunque sembrerebbe di poter dedurre che il reato di furto è stato espressamente escluso soltanto nei casi circoscritti dalla prima parte dell’art. 30 e dell’art. 31 in questione e cioè quelli riguardanti il cacciatore munito di licenza che viola la stessa e caccia di frodo.  La fattispecie di bracconiere totale è fattispecie del tutto diversa.

Va richiamata – a conferma della nostra teoria – la sentenza 34352/04 della IV Sez. pen. della Corte di Cassazione che riconferma la già citata esclusione del furto “venatorio”ai casi riguardanti il cacciatore munito di licenza e che caccia di frodo, ma la ravvisa per il bracconiere senza licenza, peraltro confermando la condanna degli imputati per concorso in furto ai danni del Parco Nazionale del Gran Paradiso, con contestuale riconoscimento del risarcimento del danno subito e la rifusione delle spese di tutti i gradi di giudizio per l’Ente Parco.  Il “furto venatorio” è un reato di competenza di tutta la polizia giudiziaria in generale e non solo di quella operante nel campo delle attività venatorie.  Questo punto è importante e va sottolineato.  Con tutti gli strumenti procedurali connessi a livello rituale.

Si può – dunque – ritenere che il caso in commento riapre scenari molto significativi per il contrasto a tute le forme di bracconaggio più gravi, seriali e devastanti. E dimostra che applicare la teoria del “furto venatorio” è oggi possibile.

di Maurizio Santoloci, Diritto all’ambiente

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Portico condominiale – Servitù di pubblico passaggio

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Di Corte di Cassazione II sez. civ. 21 aprile 2008, n. 10323

Il portico condominiale, pur essendo di proprietà del condominio, è gravato da una servitù di pubblico passaggio il cui uso deve essere regolato esclusivamente dalla amministrazione pubblica. Conseguentemente, la rimozione di un motorino ivi abusivamente parcheggiato può avvenire solo con l’intervento della polizia municipale.
Svolgimento del processo
In esecuzione del contratto di prestazione d’opera stipulato con il Condominio di Via P., Bologna, il Centro Soccorso Stradale (CSS) di M.D. e C. s.a.s. rimuoveva dal portico condominiale il ciclomotore di proprietà di P.S., ivi abusivamente parcheggiato nonostante la presenza di appositi cartelli con l’indicazione di “proprietà privata – divieto di sosta” e con l’avvertimento che i motoveicoli sarebbero stati rimossi a spese dei trasgressori. P.S., proprietario del ciclomotore, ritirava il mezzo, pagando la somma di lire 265.000 per spese di rimozione, trasporto e custodia, e, deducendo l’illegittimità della rimozione in quanto operata da privato e non dall’autorità amministrativa all’uopo preposta, adiva il giudice di pace di Bologna per la condanna del CSS alla restituzione della somma, oltre al risarcimento dei danni. Con sentenza in data 11-21 marzo 2003 il giudice di pace di Bologna accoglieva la domanda e condannava il Centro di Soccorso Stradale di M.D. e C. s.a.s. alla restituzione a P.S. della somma di Euro 136,86, oltre agli interessi legali ed alle spese del giudizio. Avverso detta sentenza il Centro di Soccorso Stradale ha proposto ricorso per cassazione con quattro motivi. P.S. ha resistito con controricorso. Motivi della decisione Con il primo motivo la società ricorrente denuncia mera apparenza ovvero contraddittorietà e perplessità dell’intera motivazione della sentenza impugnata, poiché risulta impossibile ricostruire il processo logico-giuridico seguito dal giudice di pace di Bologna, con una motivazione del tutto perplessa e contraddittoria, che rende dubbia la qualificazione giuridica delle posizioni soggettive e dei rapporti giuridici, che detto giudice ha posto a fondamento del suo iter argomentativo. Secondo il ricorrente il giudice di pace ha preteso “di poter configurare un atipico e non meglio precisato affievolimento del diritto di proprietà che deriverebbe da una servitù d’uso pubblico, – precisamente da un diritto di pubblico passaggio pedonale, – gravante sull’area del portico stesso”. Il motivo è infondato. Non sussiste, infatti, un vizio di motivazione deducibile avverso la sentenza pronunciata secondo equità dal giudice di pace in causa del valore che non superi i millecento euro (art. 113, comma 2, c.p.c.). Il giudice di pace sul punto ha argomentato dell’esistenza di una servitù di pubblico passaggio su area privata, che attribuirebbe alla sola pubblica amministrazione il potere di disciplinare l’uso. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia omesso esame di risultanze probatorie documentali, nonché violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., per avere il giudice di pace omesso di valutare il negozio autorizzativo, con cui il Condominio di via S. di Bologna ha incaricato la società ricorrente, in data 20 giugno 2001, di provvedere alla rimozione dei motocicli abbandonati sotto il portico condominiale. Il motivo è infondato. Il giudice di pace non ha affatto omesso l’esame del provvedimento condominiale, che autorizzava l’amministratore ad incaricare il Centro Soccorso di rimuovere i veicoli parcheggiati sotto il portico. Il giudice di pace ha ritenuto che siffatto potere spettava a ciascun condominio. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia insufficienza e contraddittorietà della motivazione, nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 14, 47, comma 2, e dell’art. 42 della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., poiché la sentenza impugnata sostanzialmente disconosce il fatto che l’arbitraria invasione di un portico di proprietà privata determina, oltre una contravvenzione del codice della strada, anche la commissione di un fatto illecito ed una molestia al godimento dell’immobile. Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato insufficienza e contraddittorietà della motivazione, nonché violazione e falsa applicazione dell’art. 42 della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., e degli artt. 3 (uguaglianza dei cittadini) e 14 (inviolabilità del domicilio). I due motivi, che per la loro connessione logico-giuridica possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati, perché manca una norma costituzionale per affermare il diritto della ricorrente; la quale non ha in alcun modo motivato l’asserita violazione degli artt. 3 e 14 della Costituzione, né ha spiegato come la sentenza impugnata possa avere violato il principio di uguaglianza dei cittadini o il principio di inviolabilità del domicilio, vertendosi su questione riguardante la rimozione, senza intervento della polizia municipale, di un motociclo da un portico gravato da una servitù di pubblico passaggio, che è cosa ben diversa dal domicilio. Erroneamente la ricorrente richiama l’art. 47, comma 2, della Cost., che è norma programmatica, con cui si statuisce che la Repubblica favorisce l’accesso al risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, materia estranea alla presente causa. Infondato è anche il richiamo all’art. 42 della Cost., secondo cui la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti, allo scopo di assicurarne la funzione sociale, perché il giudice di pace non ha mai messo in dubbio la proprietà del portico in capo al condominio. Respinto il ricorso, ricorrono giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio. PQM La Corte respinge il ricorso e compensa le spese.

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MUTUI CON TASSI USURA :la cassazione li annulla ANCHE DI UFFICIO

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I mutui con tassi “usurai” possono essere annullati. E’ quanto si legge nella sentenza 350/2013 della Corte di Cassazione: quando tasso di mora, penali e varie spese, (messi tutti insieme) superano il tasso soglia stabilito dalla legge antiusura 108/96, anche i mutui diventano usurai e possono essere annullati con le relative procedure giudiziali bloccate La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 350/2013  oltre a permettere il recupero integrale degli interessi pagati su mutui, leasing e finanziamenti, quando i tassi o le penali superano la soglia di usura, ha recentemente stabilito che il mutuo ipotecario può essere annullato se ricorrono alcuni estremi che lo riportino a superare il tasso d’usura e quindi usufruendo di tutte le possibilità previste dalla Legge 108/96, tra cui la restituzione di tutte le somme versate con l’applicazione del articolo 1815 c.c., richiamato anche dall’art. 644 CP e dell’art. 4 della L108/96 che in sintesi prevedono la nullità della clausola contrattuale.

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L’assegno di mantenimento a carico del marito può essere ridotto se la donna ha la capacità di trovare una occupazione, anche non stabile.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 23 settembre – 21 ottobre 2013, n. 23797 
Presidente Carnevale – Relatore Giancola
Svolgimento del processo

Con sentenza n. 592 del 6.06-7.08.2007 il Tribunale di Savona pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto il 28.07.1984, dal ricorrente G.F. con A.R., a costei attribuendo l’assegno divorzile di € 500,00 mensili, annualmente rivalutabile.
La sentenza di primo grado veniva impugnata in via principale dal F., che contestava il diritto della R. all’assegno divorzile, ed in via incidentale da quest’ultima, che instava per l’aumento dell’entità del medesimo rapporto e per l’accoglimento della sua ulteriore domanda riconvenzionale volta al conseguimento, sino al settembre del 2005, di un contributo di mantenimento del figlio delle parti, ormai maggiorenne e non più convivente con la madre, domanda che era stata respinta dal Tribunale.
Con sentenza del 7-20.02.2008 la Corte di appello di Genova riduceva l’assegno divorzile ad € 300,00 mensili, confermando nel resto l’appellata pronuncia e compensando le spese processuali in ragione dell’esito del giudizio.
La Corte territoriale premetteva anche che il F. si era doluto che il primo giudice non avesse applicato i principi in tema di assegno divorzile, avendo fondato la decisione solo sul divario reddituale esistente tra le parti, sottolineando pure che la R. non aveva dedotto l’inadeguatezza dei suoi mezzi e l’impossibilità di procurarseli, né provato il tenore di vita della famiglia, ma si era limitata a rilevare l’attività “altamente remunerativa” dell’ex marito, a lamentare difficoltà economiche ed il suo stato di disoccupazione, documentato con l’iscrizione nelle liste di collocamento, salvo poi affermare di aver svolto attività di intermediazione per conto di un’agenzia immobiliare e di svolgere attività di assistenza agli anziani, senza peraltro precisare il corrispettivo percepito. Il F. aveva inoltre sostenuto che il Tribunale non aveva neppure tenuto conto del fatto che dopo la separazione personale consensuale (omologata nel 2001) la situazione economica della R. era migliorata, avendo ella potuto disporre in virtù degli accordi separatizi di una consistente somma di danaro da lui versatale (complessive £ 400.000.000), che avrebbe, inoltre, dovuto considerare le due compravendite immobiliari effettuate nell’arco di un triennio e la decisione dell’ex moglie di rimanere a vivere in Liguria anche quando il loro figlio, ormai maggiorenne, aveva deciso di andare a studiare a Milano, ove ella invece avrebbe potuto usufruire dell’abitazione da lui acquistata per il figlio ed approfittare di migliori occasioni lavorative; che errata era anche la quantificazione dell’assegno in questione, giacché non si era considerato il deterioramento della sua situazione economica, in ragione dell’onere annuale di £ 8.600,00, per, spese condominiali, utenze, imposte, assicurazioni, cui dovevano aggiungersi le personali, né tenuto conto delle componenti del suo reddito, costituito da una parte fissa ed una variabile, corrisposta solo al raggiungimento degli obiettivi annualmente prefissati.
Tanto anche premesso, i giudici d’appello ritenevano tra l’altro e per quanto ancora possa rilevare che:
– il tenore di vita familiare poteva essere desunto dal reddito dei coniugi;
– il notevole reddito ed il patrimonio immobiliare del F., ingegnere, dirigente aziendale, reddito documentato dalle dichiarazioni fiscali, avevano consentito alla famiglia un elevato tenore di vita;
– la consistente somma data dal marito alla moglie all’atto della loro separazione, in gran parte costituiva il valore della quota di lei su bene in comunione;
– l’acquisto della casa attuato dalla R. con il danaro corrispostole dal marito aveva risolto soltanto il suo problema abitativo, mentre dato il divario economico esistente tra le parti ed anche l’età di lei, doveva escludersi che la medesima R. fosse in grado di procurarsi introiti atti ad assicurarle il tenore della pregressa vita coniugale, considerando pure che l’attività di intermediazione per conto di un’agenzia immobiliare era stata da lei svolta per un solo anno e non era indice di capacità di procurarsi mezzi adeguati, al pari dell’ammessa prestazione retribuita di assistenza ad anziani, trattandosi di attività modeste e non prevedibili come continue;
– di contro le cospicue spese lamentate dall’appellante provavano le potenzialità economiche dello stesso, così come l’investimento immobiliare a favore del figlio, che non poteva però pregiudicare il dovere nei confronti dell’ex moglie;
– in conclusione, l’evidenziate voci positive a favore della R. non erano tali da escludere il suo diritto a percepire l’assegno divorzile, ma andavano tenute presenti nella determinazione del relativo importo, per cui era infondato l’appello incidentale volto ad ottenere il notevole aumento richiesto, apparendo, al contrario congruo un assegno di € 300,00 mensili, annualmente rivalutabile.
Avverso questa sentenza la R. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo e notificato il 19.02.2009 al F., che il 30.03.2009 ha resistito con controricorso e proposto ricorso incidentale fondato su un motivo, cui la prima ha resistito con controricorso del 6.05.2009. La R. ha anche depositato memoria.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso principale la R. denunzia “Violazione e falsa applicazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) dell’art. 5 della legge n. 1.12.1970 n. 898, nonché degli artt. 132, comma 2, 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 118 disp. att.. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto controverso o decisivo per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.).”.
Formula i seguenti quesiti ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis «Dica l’Ill.ma Corte Suprema di Cassazione se l’art. 5 della legge n. 898/1970 debba essere interpretato nel senso che il giudice, al fine di determinare l’entità dell’assegno di divorzio, a) debba tenere conto di tutti i parametri di riferimento indicati dalla citata disposizione legislativa, ivi compreso il possesso di redditi in capo ai coniugi e l’apporto offerto dal coniuge che richiede l’assegno alla famiglia e gli effetti dello stesso, valutando, in particolare, se il coniuge che richiede l’assegno abbia dovuto lasciare l’attività lavorativa per avere cura dei figli, con conseguente difficoltà di reperire un altro lavoro e pregiudizio pensionistico; b) debba dare adeguata giustificazione della propria decisione con riferimento a tutti i criteri indicati dalla disposizione stessa. ». «Dica inoltre l’Ill.ma Corte di Cassazione se il giudice, nel determinare l’entità dell’assegno di divorzio ex art. 5 della legge n. 898/1970 e nell’applicare a tal fine i precetti e le regole procedimentali di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c., debba valutare e tenere conto delle allegazioni delle parti, nonché dei documenti dagli stessi prodotti in giudizio e delle risultanze istruttorie di causa, dando adeguata giustificazione della propria decisione anche con riferimento agli stessi».
La ricorrente censura anche per il profilo motivazionale la riduzione dell’entità assegno divorzile ed il rigetto del suo appello incidentale inerente all’aumento del medesimo apporto, dolendosi conseguentemente pure dello statuito regime delle spese processuali relativo ad entrambi i gradi di merito del giudizio.
Con il ricorso incidentale il F. deduce “Violazione e falsa applicazione dell’art. 5 L. 1.12.1970 in relazione all’art. 2697 c.c. (art. 360, n. 3 c.p.c.).”.
Formula il seguente quesito «Dica l’Ill.ma Corte Suprema di Cassazione se la verifica circa l’adeguatezza dei mezzi ovvero l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive richiesta dall’art. 5 L. 898/70 ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno divorzile possa prescindere, in caso di accertata prestazione di attività lavorativa da parte del coniuge richiedente, dall’accertamento circa l’entità della retribuzione da quest’ultimo percepita e dalla allegazione – e correlativa prova – di elementi attestanti l’intervenuto apprezzabile deterioramento delle sue precedenti condizioni economiche.».
Sia il ricorso principale che quello incidentale, suscettibili di esame congiunto, non meritano favorevole apprezzamento.
L’impugnata sentenza si è ineccepibilmente attenuta al dettato normativo ed alla relativa, consolidata, elaborazione giurisprudenziale in tema di presupposti per l’attribuzione dell’assegno divorzile e per la relativa quantificazione. In particolare appaiono irreprensibilmente applicate le note regole secondo cui:
a) l’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto. A tal fine, il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali, laddove anche l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi (cfr. tra le numerose altre cass. n. 4617 del 1998 e da ultimo cass. n. 11686 del 2013);
b) in tema di determinazione dell’assegno di divorzio, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione, da parte del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione di tutti, contemporaneamente, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5, comma 6, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (nel testo modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74), potendo valorizzare quello basato sulle condizioni economiche delle parti, in particolare apprezzando la deteriore situazione del coniuge avente diritto dall’assegno (cfr tra le altre, cass. n. 9876 del 2006; n. 7601 del 2011);
c) ai fini della quantificazione dell’assegno di divorzio a favore dell’ex coniuge – che è il risultato di un apprezzamento discrezionale del giudice di merito incensurabile in cassazione, ove immune da vizi di motivazione – i redditi dei coniugi non devono essere accertati nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle rispettive posizioni patrimoniali complessive, dal rapporto delle quali risulti l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio (cfr tra le altre, cass. n. 8057 del 1996)
d) ai sensi dell’art. 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile deve essere effettuato non limitandosi a prendere in esame le condizioni economiche del coniuge richiedente, essendo necessario mettere a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore, raffrontandole con lo stile di vita mantenuto dai coniugi in costanza di matrimonio (cfr da ultimo cass. n. 16598 del 2013).
Anche alla luce di tali principi la Corte di appello appare avere giustamente ed argomentatamente apprezzato e confrontato le condizioni economiche di ciascuna delle due parti, desunte anche in via presuntiva dalle risultanze istruttorie d’indole pure fiscale ed evolutesi nel tempo, nonché presunto l’elevato livello della vita coniugale e considerato, pure in funzione sintomatica, sia le elargizioni e gli investimenti economici da entrambi attuati e rivelatisi anche atti al soddisfacimento delle esigenze abitative dell’ex moglie e del figlio della coppia, nonché ancora debitamente parametrato le sue valutazioni e determinazioni a detto tenore di vita, segnatamente verificando rispetto ad esso l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione della R., seppure incrementati dopo la separazione personale dal F., conclusivamente, attendibilmente quantificando discrezionalmente l’importo differenziale a lei dovuto per superare almeno tendenzialmente il riscontrato squilibrio economico, al riguardo debitamente non mancando nemmeno di valorizzare l’emerso fatto che la stessa potesse ritenersi non del tutto priva di attitudine e possibilità lavorative ma in grado di assumere occupazioni non stabili e di garantirsi connessi, modesti introiti.
D’altra parte inammissibili si rivelano le censure con cui la ricorrente ulteriormente impugna la sentenza d’appello per vizi argomentativi, perché, in violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis esse si risolvono in irrituali generici e non decisivi rilievi critici, non riassunti in specifica sintesi dei fatti controversi in relazione ai quali la motivazione si assume viziata.
Pertanto il ricorso principale e quello incidentale devono essere respinti, con conseguente compensazione per intero delle spese del giudizio di legittimità, attesa la reciproca soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi principale ed incidentale e compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.
Ai sensi dell’art. 52, comma 5, del D.Lgs n. 196 del 2003, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 15 aprile 2013, n.17285


MASSIMA

La condotta di induzione richiesta per la configurabilità del delitto di cui all’art. 319 quater c.p. (introdotto dalla legge n. 190 del 2012) è integrata da un’attività di suggestione, di persuasione o di pressione morale, posta in essere da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio nei confronti del privato, il quale – percepita come illecita da quest’ultimo – non ne condiziona gravemente la libertà di autodeterminazione, essendo possibile non accedere alla pretesa del soggetto pubblico; diversamente sarebbe configurabile la fattispecie di concussione di cui all’art. 317 c.p. a carico del pubblico ufficiale o quella di estorsione aggravata di cui agli artt. 629 – 61, n. 9, c.p. a carico dell’incaricato di un pubblico servizio.

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Il caso

La Corte territoriale di Palermo – in riforma parziale della sentenza emessa in primo grado ma solo in relazione alla pena – condannava i prevenuto per i delitti di cui agli artt. 110 – 317 c.p. perché, in concorso tra loro ed in qualità di funzionari, inducevano un imprenditore agricolo a promettere loro indebitamente una somma di denaro per ottenere l’esito positivo di un’istanza avente ad oggetto il contributo comunitario per favorire i metodi di agricoltura e di allevamento a regime biologico. La vittima, accortosi della stranezza della richiesta, si confrontava con il suo tecnico che gli consigliava di rivolgersi alla Polizia. Così è stato. All’incontro successivo con i funzionari l’imprenditore si presentava munito di registratore e i due funzionari ribadivano la richiesta di soldi. La corresponsione effettiva del denaro non avveniva solo perché i due funzionari si rifiutavano di riceverla. Tuttavia, i Giudici di merito condannavano gli imputati, atteso che tale ultimo comportamento si era verificato in un momento successivo alla consumazione del reato avvenuta con la promessa di denaro accettata dai due funzionari. Avverso tale pronuncia, proponeva ricorso per Cassazione la difesa dei prevenuti, eccependo vizio motivazionale in relazione alla ricostruzione dei fatti nonché violazione degli artt. 317 -319 – 56 c.p., atteso che il fatto doveva essere qualificato come tentata corruzione. Da ultimo, con memoria difensiva ex art 121 c.p.p., la difesa prospettava – in subordine – la configurabilità del delitto di cui all’art. 319 quater c.p. introdotto con la novella legislativa di cui alla Legge 190/2012.

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GUIDA IN STATO DI EBBREZZA

Alcol, anche il tamponamento preclude la pena sostitutiva
Corte costituzionale
ubriaco

Non si può accedere alla pena sostitutiva del lavoro socialmente utile se condannati per aver guidato in stato di ebbrezza si sia causato un incidente, anche senza esiti letali o con danni alle persone. Lo ha stabilito la Corte costituzionale, rigettando per manifesta infondatezza l’eccezione di costituzionalità sollevata dal tribunale di Prato in un caso, appunto, di incidente stradale causato da un uomo alla guida sotto effetto di alcol, “con l’aggravante – si legge – di aver commesso il fatto dopo le ore 22 e prima delle ore 7”.

Il motivi del ricorso
Il tribunale aveva espresso dubbi sulla costituzionalità dell’articolo 186 nella parte in cui consente, per il reato di guida sotto l’influenza dell’alcool, la sostituzione della pena pecuniaria e detentiva con quella del lavoro di pubblica utilità “solo al di fuori -si legge – dei casi previsti dal comma 2-bis del presente articolo”.  In particolare, il rimettente riteneva che la norma impugnata violasse l’art. 3 Cost., “in quanto, precludendo l’accesso al lavoro di pubblica utilità in ogni caso in cui il conducente in stato di ebbrezza abbia cagionato un incidente stradale, equipara e disciplina in modo eguale fattispecie diverse, come quella in cui la condotta imprudente abbia determinato un lieve tamponamento con danni alle cose o, al limite, alla sola persona dello stesso conducente e quella di un grave sinistro stradale con esiti letali o con danni arrecati alle persone”.

La motivazione della Consulta
La Corte, invece, rileva che “non si riscontra alcuna irragionevolezza intrinseca nella scelta del legislatore di escludere la possibilità di sostituire la pena detentiva e pecuniaria irrogata per il reato di guida in stato di ebbrezza con quella del lavoro di pubblica utilita’”.

Secondo la Consulta “la ratio dell’aggravante è da ricercarsi nella volontà del legislatore di punire più gravemente qualsiasi turbativa delle corrette condizioni di guida, in quanto ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione a causa della strutturale pericolosità connessa alla circolazione dei veicoli che richiedono una particolare abilitazione alla guida”; e, infine, “la previsione di limiti all’applicazione di sanzioni sostitutive è, come si è detto, valutazione che spetta al legislatore, e che la scelta di non distinguere, ai fini dell’operatività della preclusione, in funzione della gravità dell’incidente sembra corrispondere a un criterio di prevenzione generale non irragionevole”.

Dimissioni e disoccupazione: tutti i casi in cui spetta l’indennità dell’Inps

dimissioni badante

’indennità di disoccupazione ordinaria, agricola e non agricola, con requisiti normali o ridotti, così come l’Assicurazione sociale per l’impiego ASPI o Mini-Aspi dal 2013, sono riconosciute anche per le dimissioni volontarie per giusta causa da parte del lavoratore. Vediamo tutti i casi in cui il recesso dà diritto alla percezione dell’assegno da parte dell’Inps.

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Pensionati e debiti. É pignorabile solo il quinto della quota di pensione netta mensile che eccede il minimo vitale.

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Cass. civ. 18755

Diversa la disciplina in materia di pignorabilità degli stipendi anche dopo la decisione della Corte Costituzionale: tocca al giudice dell’esecuzione, caso per caso, stabilire l’importo che non può essere pignorato, perché il legislatore non ha stabilito i criteri. E la Cassazione auspica un intervento per coprire il vuoto normativo.

Un piccolo sospiro di sollievo contro i famelici creditori per i pensionati ed in particolare per quelli in maggiore difficoltà e sono tanti, tantissimi in questo grave momento di recessione, arriva dall’importante precedente stabilito dalla sentenza della Corte di Cassazione 18755/13, pubblicata il 7 agosto.

Con la decisone in questione i giudici della terza sezione civile hanno stabilito il principio che :  la pensione può essere pignorata soltanto nella misura di un quinto della quota di pensione netta mensile che eccede il minimo vitale. E ciò anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale 506 del 2002: le differenze con l’esecuzione sullo stipendio sono tuttora vigenti.

Mentre non é possibile stabilire a priori la somma che non può essere oggetto della procedura di espropriazione in assenza di una normativa ad hoc. In tal senso, gli ermellini segnalano il vuoto normativo sottolineando «l’inerzia» del legislatore. Tocca, quindi, al giudice dell’esecuzione decidere caso per caso.

Nel caso di specie, è stato rigettato il ricorso del creditore procedente, che aveva avviato la procedura di pignoramento presso terzi, in particolare nei confronti dell’istituto previdenziale che eroga la pensione alla debitrice.

Rigettata l’eccezione secondo cui il Tribunale avrebbe dovuto ritenere pignorabile l’intera somma residua risultante dalla differenza tra l’importo della pensione e l’importo minimo assolutamente impignorabile (fermo restando che in ogni caso questa parte, ritenuta pignorabile, non possa superare i limiti del quinto dell’importo netto della pensione).

È giusto invece il calcolo del Tribunale che di fronte alla pensione di reversibilità pari a 620,61 euro, ne ritiene intangibili 525,89 a titolo di minimo vitale, prendendo come parametro quello della legge finanziaria dell’epoca, e poi dichiara pignorabile nei limiti del quinto la differenza fra i due importi. Pochino rispetto al credito vantato pari a quasi 18 mila euro. Ma dura lex sed lex e il creditore procedente non può andare oltre. I giudici di legittimità ricordano che la Corte Costituzionale, con la sentenza sopra menzionata, ha voluto mantenere netta la differenza nell’ambito dell’espropriazione forzata fra retribuzioni e pensioni, laddove il trattamento previdenziale risulta comunque connotato dal principio di solidarietà sociale stabilito dall’articolo 38 della Costituzione.

Novità per i contratti a tempo determinato

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Il Decreto Legge n. 101, in vigore dal 1° settembre, contiene disposizioni urgenti per il perseguimento diobiettivi di razionalizzazione della spesa nelle pubbliche amministrazioni e nelle società partecipate.

Limitazioni alle proroghe dei contratti

L’art. 4 si sofferma sull’incentivo all’uso del lavoro flessibile nel pubblico impiego, limitando d’altro canto il ricorso ai contratti a termine.
L’adozione potrà avvenire solamente “Per rispondere ad esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale”;è poi necessario che il contratto a tempo determinato contenga le causaliex D.Lgs. n. 368/2001, con esclusione del contratto “acausale”, e inoltre non risulta percorribile la conversione in tempo indeterminato.
A tal proposito il D.L. ricorda che i contratti di lavoro a tempo determinato posti in essere in violazione del presente articolo sono nulli e determinano altresì responsabilità erariale in capo all’amministrazione.

Posizione centrale delle procedure concorsuali

Un’altra via per di ridurre presso le pubbliche amministrazioni l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato è quella di favorire l’avvio di nuove procedure concorsuali e l’assunzione di coloro che sono collocati in posizione utile in graduatorie vigenti per concorsi a tempo indeterminato, sempre in coerenza con il fabbisogno di personale delle P.A. e dei principi costituzionali sull’adeguato accesso dall’esterno.

Il patteggiamento non rende automatica la liquidazione dei danni civili

Corte di cassazione – Sezione III civile –

Sentenza 29 agosto 2013 n. 19871

La sentenza di patteggiamento non fa stato in sede civile, sicché per chiedere il risarcimento del danno ne va innanzi tutto dimostrata l’esistenza e poi la riconducibilità al soggetto che ha chiesto l’applicazione della pena. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 19871/2013, rigettando il ricorso di un uomo che chiedeva di essere ristorato dai danni subiti ad un proprio veicolo.

Secondo gli ermellini il Tribunale ha correttamente ritenuto che il patteggiamento unito alla sola deposizione testimoniale della moglie del ricorrente, “non poteva integrare gli estremi di una prova sufficiente, tanto più che la documentazione prodotta dall’odierno ricorrente a dimostrazione dell’entità dei danni asseritamente subiti era successiva di circa quattro anni rispetto ai fatti di causa”.

“Ne consegue – conclude la sentenza – che l’impugnata sentenza, avendo compiuto una valutazione globale delle prove esistenti, è anche rispettosa del principio affermato da questa Corte secondo cui la sentenza penale di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen. (cosiddetto patteggiamento) – pur non implicando un accertamento capace di fare stato nel giudizio civile – contiene pur sempre un’ipotesi di responsabilità di cui il giudice di merito non può escludere il rilievo senza adeguatamente motivare”.

E questo è proprio ciò che il Tribunale ha fatto, tenendo conto della sentenza di patteggiamento ma ritenendola insufficiente a far ritenere dimostrato l’illecito civile. 

L’anticipazione del Tfr per spese sanitarie, acquisto prima casa e congedi

I lavoratori dipendenti con almeno 8 anni di servizio possono chiedere al datore di lavoro un anticipazione del trattamento di fine rapporto fino al 70% nei seguenti casi: spese sanitarie per terapie e interventi straordinari; acquisto della prima casa, anche per i figli; astensione facoltativa per maternità; congedi per la formazione. Necessaria una richiesta, vediamo tutti gli aspetti e quando l’azienda può negare l’anticipo.

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Un’amnistia per i reati sociali

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Negli ultimi mesi, fra alcune realtà sociali, politiche e di movimento, ma anche singoli attivisti e avvocati, è nato un dibattito sulla necessità di lanciare una campagna politica sull’amnistia sociale e per l’abrogazione di quell’insieme di norme che connotano l’intero ordinamento giuridico italiano e costituiscono un vero e proprio arsenale repressivo e autoritario dispiegato contro i movimenti più avanzati della società.

Da tempo l’Osservatorio sulla repressione ha iniziato a effettuare un censimento sulle denunce penali contro militanti politici e attivisti di lotte sociali. Ora abbiamo la necessità, per costruire la campagna, di un quadro quanto più possibile completo, che porterà alla creazione di un database consultabile on-line. Ad oggi sono state censite 17 mila denunce.

Il nuovo clima di effervescenza sociale degli ultimi anni, che non ha coinvolto solo i tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale ma anche ampie realtà popolari, ha portato a una pesante rappresaglia repressiva, come già era accaduto nei precedenti cicli di lotte. Migliaia di persone che si trovavano a combattere con la mancanza di case, la disoccupazione, l’assenza di adeguate strutture sanitarie, la decadenza della scuola, il peggioramento delle condizioni di lavoro, il saccheggio e la devastazione di interi territori in nome del profitto, sono state sottoposte a procedimenti penali o colpite da misure di polizia. Così come sono stati condannati e denunciati militanti politici che hanno partecipato alle mobilitazioni di Napoli e Genova 2001 e alle manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.

Il conflitto sociale viene ridotto a mera questione di ordine pubblico. Cittadini e militanti che lottano contro le discariche, le basi militari, le grandi opere di ferro e di cemento, come terremotati, pastori, disoccupati, studenti, lavoratori, sindacalisti, occupanti di case, si trovano a fare i conti con pestaggi, denunce e schedature di massa.

Un “dispositivo” di governo che è stato portato all’estremo con l’occupazione militare della Val di Susa. Una delle conseguenze di questa gestione dell’ordine pubblico, applicato non solo alle lotte sociali ma anche ai comportamenti devianti, è il sovraffollamento delle carceri, additate dalla anche comunità internazionale come luoghi di afflizione dove i detenuti vivono privi delle più elementari garanzie civili e umane. Ad esse si affiancano i CIE, dove sono recluse persone private della libertà e di ogni diritto solo perché senza lavoro o permesso di permanenza in quanto migranti, e gli OPG, gli ospedali di reclusione psichiatrica più volte destinati alla chiusura, che rimangono a baluardo della volontà istituzionale di esclusione totale e emarginazione dei soggetti sociali più deboli.

Sempre più spesso dunque i magistrati dalle aule dei tribunali italiani motivano le loro accuse sulla base della pericolosità sociale dell’individuo che protesta: un diverso, un disadattato, un ribelle, a cui di volta in volta si applicano misure giuridiche straordinarie. Accentuando la funzione repressivo-preventiva (fogli di via, domicilio coatto, DASPO), oppure sospendendo alcuni principi di garanzia (leggi di emergenza), fino a prevederne l’annichilimento attraverso la negazione di diritti inderogabili. È ciò che alcuni giuristi denunciano come spostamento, sul piano del diritto penale, da un sistema giuridico basato sui diritti della persona a un sistema fondato prevalentemente sulla ragion di Stato. Una situazione che nella attuale crisi di legittimazione del sistema politico e di logoramento degli istituti di democrazia rappresentativa rischia di aggravarsi drasticamente.

Non è quindi un caso che dal 2001 a oggi, con l’avanzare della crisi economica e l’aumento delle lotte, si contano 11 sentenze definitive per i reati di devastazione e saccheggio, compresa quella per i fatti di Genova 2001, a cui vanno aggiunte 7 persone condannate in primo grado a 6 anni di reclusione per i fatti accaduti il 15 ottobre 2011 a Roma, mentre per la stessa manifestazione altre 18 sono ora imputate ed è in corso il processo.

Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future urtando quelle presenti. Le organizzazioni della classe operaia, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alle campagne per l’amnistia per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Oggi sollevare il problema politico della legittimità delle lotte, anche nelle loro forme di resistenza, condurre una battaglia per la difesa e l’allargamento degli spazi di agibilità politica, può contribuire a sviluppare la solidarietà fra le varie lotte, a costruire la garanzia che possano riprodursi in futuro. Le amnistie sono un corollario del diritto di resistenza. Lanciare una campagna per l’amnistia sociale vuole dire salvaguardare l’azione collettiva e rilanciare una teoria della trasformazione, dove il conflitto, l’azione dal basso, anche nelle sue forme di rottura, di opposizione più dura, riveste una valenza positiva quale forza motrice del cambiamento.

[…]

Aprire un percorso di lotta e una vertenza per l’amnistia sociale – che copra reati, denunce e condanne utilizzati per reprimere lotte sociali, manifestazioni, battaglie sui territori, scontri di piazza – e per un indulto che incida anche su altre tipologie di reato, associativi per esempio, può contribuire a mettere in discussione la legittimità dell’arsenale emergenziale e fungere da vettore per un percorso verso una amnistia generale slegata da quegli atteggiamenti compassionevoli e paternalisti che muovono le campagne delegate agli specialisti dell’assistenzialismo carcerario, all’associazionismo di settore, agli imprenditori della politica. Riportando l’attenzione dei movimenti verso l’esercizio di una critica radicale della società penale che preveda anche l’abolizione dell’ergastolo e della tortura dell’art. 41 bis.

Chiediamo a tutti e tutte i singoli, le realtà sociali e politiche l’adesione a questo manifesto, per iniziare un percorso comune per l’avvio della campagna per l’amnistia sociale.

Prime firme: Acad, Associazione contro abusi in divisa onlus, Blocchi Precari Metropolitani, Roma, Coordinamento regionale dei Comitati NoMuos, Comitato Piazza Carlo Giuliani – Genova, Confederazione Cobas, Unione sindacale di base, Legal Team Italia. Movimento No Tav, Osservatorio sulla repressione, Rete 28 aprile Fiom-opposizione Cgil, Consiglio Metropolitano di Roma, Cpoa Rialzo, Cosenza, Csa Depistaggio, Benevent, Csa Germinal Cimarelli, Terni, Csoa Angelina Cartella, Reggio Calabria

La lista integrale delle adesioni su: http://www.osservatoriorepressione.org, insorgenze.wordpress.com e sulla pagina Facebook.com/amnistiasociale

Arriva il Dlgs sulla filiazione

Il Consiglio del ministri ha approvato il decreto legislativo in materia di filiazione che elimina qualsiasi forma di discriminazione tra figli legittimi e naturali, ossia nati fuori dal matrimonio.

“Scompare la distinzione tra le diverse categorie di figli, non ci sono piu’ figli di serie A e serie B, sparisce l’aggettivo accanto alla parola figli, una grande segno di civilta’”, ha detto il presidente del Consiglio, Enrico Letta.

Giuseppe Luigi Palma, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, saluta come un fatto “molto positivo” la decisione dell’esecutivo di “riconoscere ai bambini un diritto importante, fino ad ora negato”.

“I bambini – sottolinea Palma – hanno diritto al pieno riconoscimento, senza alcuna differenza”. “Le disuguaglianze hanno inevitabili ripercussioni dal punto di vista psicologico – conclude Palma – Se i figli non sono tutti uguali anche dal punto di vista educativo puo’ esserci un trattamento differenziato, con ovvie implicazioni negative”. “Eguaglianza giuridica” di tutti i figli, nati nel matrimonio o fuori da esso “nel pieno rispetto dei principi costituzionali e degli obblighi imposti a livello internazionale”.

Questo il punto centrale del decreto legislativo, che era stato predisposto nella precedente legislatura da un’apposita commissione, presieduta dal professor Cesare Massimo Branca, istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Queste le novità della riforma, che riguarda anche modifiche al codice penale, a quelli di procedura penale e civile e alla legge consolare.

Viene introdotto il principio per cui la “filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti, allo stesso modo in cui li produce la filiazione nel matrimonio”: viene così eliminato in tutta la legislazione vigente ogni riferimento ai figli “legittimi” e a quelli “naturali”.

Stop alle discriminazioni per i figli adottivi: nei casi di adozione piena, ossia che riguardi persona minorenne, si acquisisce lo stato di figlio “nato nel matrimonio”. Esclusa, invece, l’equiparazione per gli adottati maggiorenni, per i quali non sorge alcun vincolo di parentela con i parenti degli adottanti.

Viene superata la nozione di “potestà genitoriale” e introdotta quella di “responsabilità genitoriale”: una diversa visione che “privilegia il superiore interesse dei figli minori”.

Viene prevista la “legittimazione degli ascendenti”, ossia i nonni a far valere il “diritto di mantenere rapporti significativi con i minori”, ferma restando la “valutazione delle istanze alla luce del superiore interesse del minore”.

Viene specificata la nozione di abbandono, con la previsione della segnalazione ai Comuni da parte dei tribunali per i minorenni delle situazioni di indigenza dei nuclei familiari.

Tribunale civile di Caltanissetta, è emergenza: sei giudici lasciano l’Ufficio

È la giustizia civile a lanciare il grido d’allarme. E lo fa per voce del presidente dell’ordine degli avvocati, Giuseppe Iacona. Sei giudici del tribunale civile nelle prossime ore andranno via. Rimarranno soltanto tre loro colleghi. E per i nuovi arrivi – ne sono previsti tre a fronte delle sei partenze – si dovrà attendere fino alla primavera del 2014. Non c’è di che stare allegri. «Si parla tanto di arretrato nel civile – ha spiegato l’avvocato Iacona – ma a pieno organico il tribunale ha funzionato egregiamente, con lo svolgimento dei processi mediamente entro tre anni. Adesso non sarà più così». E sono i «numeri» che si prospettano a rendere tutt’altro che roseo l’immediato futuro. Nella sezione civile lasciano, per trasferimento in altra sede, i giudici Ilenia Micciché, Giulio Corsini, Claudio Camilleri, Fabrizio Lo Forte, Patrizia Mirenda e per la sezione lavoro Valentina Maria Scardillo. A loro si aggiunge Alfio Fragalà appena andato via. «Nella sezione civile – ha aggiunto il presidente dell’ordine degli avvocati – rimarranno come giudici togati solo in tre».

Sono i magistrati Maria Lucia Insinga, Calogero Domenico Cammarata e Gaetano Sole. Mentre sono due nella sezione lavoro, ovvero Ivana Francesca Mancuso ed Angela La Torre. Ma all’esiguità di organico si aggiungono altri fattori che finiscono per acuire l’emergenza. «Molti tra i giudici – ha aggiunto Giuseppe Iacona – vengono spesso chiamati per comporre collegi penali, distogliendoli così così dal civile». Come dire, piove sul bagnato. «E – ha proseguito Iacona – i giudici ordinari di tribunale (noti come Got) possono essere applicati per cause che non superano i 25mila euro e, ad ogni modo, non possono occuparsi dei procedimenti più importanti». E per l’immediato non si prospetta nulla di buono. «Si va incontro – ha rimarcato in tal senso l’avvocato Iacona – a uno stato di paralisi e una situazione di arretrato»

L’avviso di pagamento non costituisce titolo per l’emissione esattoriale Niente «cartelle» per l’acqua

 L’avviso di pagamento non costituisce titolo per l’emissione esattoriale .

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Con la sentenza appena emessa dal presidente della sezione unica civile del tribunale Antonino Liberto Porracciolo è stato ribadito l’importante principio secondo il quale gli avvisi di pagamento recapitati da enti e società private, e non pagati, anche se si riferiscono alla prestazione di servizi indispensabili come l’acqua, non costituiscono titolo per l’iscrizione nei ruoli e per l’emissione della cartella esattoriale perché l’emissione della cartella esattoriale può essere effettuata solo a seguito del titolo esecutivo che ne legittima l’efficacia; diversamente la cartella esattoriale è annullabile appunto perché illegittima.
Nel caso specifico è successo che la Meccanotecnica Riesi srl ha impugnato la cartella esattoriale emessa dalla Serit per la fornitura di acqua non pagata dopo il recapito dell’apposito avviso.
Nell’opposizione al pagamento, l’avv. Maria Giovanna Floridia ha eccepito che il debito della sua assistita (la Meccanica Riesi srl) non poteva essere iscritto a ruolo e la cartella di pagamento emessa dalla Serit doveva ritenersi nulla perché la riscossione dei canoni e della fornitura idrica non rientra tra i crediti che possono essere oggetto di pagamento a mezzo della concessionaria Serit in attuazione della sentenza 14628/11 della Cassazione che prevede: “le entrate previste dall’articolo 17 aventi causa in rapporti di diritto privato sono iscritte a ruolo quando risultano da titolo avente efficacia esecutiva”.
Il giudice dott. Porracciolo ha rilevato che “è pacifica la natura privatistica del rapporto tra il gestore del servizio idrico integrato e l’utente; è altresì pacifico, anche a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 335/2008, che le tariffe corrisposte al gestore del servizio idrico integrato dall’utente costituiscono dei corrispettivi di diritto privato”. Per cui afferma che “emerge con evidenza che la riscossione della tariffa mediante ruolo è assoggettata alle disposizioni generali in materia e, pertanto, a norma del decreto legislativo n. 46 del 1999, art. 21, al presupposto che il relativo credito, da riscuotere attraverso l’iscrizione a ruolo, risulti da titolo avente efficacia esecutiva”.
Ha ribadito successivamente in sentenza che “per l’iscrizione a ruolo della tariffa del servizio idrico integrato, che costituisce un’entrata di diritto privato, è necessario che la stessa tariffa risulti da titolo avente efficacia esecutiva”.
Per cui non costituendo titolo esecutivo l’avviso di pagamento recapitato “non si poteva procedere all’emissione né del ruolo né della successiva e conseguente cartella di pagamento”. Pertanto, in accoglimento della richiesta avanzata dall’avv. Maria Giovanna Floridia, ha disposto l’annullamento della cartella di pagamento emessa dalla Serit Sicilia, agente per la riscossione della provincia di Caltanissetta, alla Meccanotecnica Riesi srl ed ha conseguentemente condannato la stessa Serit al pagamento delle spese di giudizio.

Litigio per un radio mobiletto: gli gesticola a pochi centimetri dalla faccia e gli dice: «basta, mo m’hai rutti li cuiuni». Per la Cassazione non c’è reato

 

 

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 19223/13; depositata il 3 maggio)

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 dicembre 2012 – 3 maggio 2013, n. 19223
Presidente Ferrua – Relatore Guardiano

Ritenuto in fatto

Con sentenza pronunciata il 24.11.2011 il tribunale di Lecce in composizione monocratica in qualità di giudice di appello, in riforma della sentenza con cui il giudice di pace di Casarano, in data 23.11.2010, aveva condannato F.W. , imputato dei reati di cui agli artt. 81, cpv., 594, co. 1 e 4, 612, c.p., “per aver offeso, alla presenza di più persone, l’onore ed il decoro di S.C. , nonché minacciato allo stesso un danno ingiusto, proferendo nei suoi confronti le seguenti espressioni: “basta, mo m’hai rutti li cuiuni, gesticolando contestualmente con fare minaccioso ad un centimetro circa dalla sua faccia”, alla pena ritenuta di giustizia ed al risarcimento dei danni derivanti da reato in favore della persona offesa costituita parte civile, assolveva il F. dai reati ascrittigli con la formula perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Avverso tale sentenza proponevano ricorso, con atti formalmente distinti ma sostanzialmente sovrapponibili, avendo il medesimo contenuto, sia la costituita parte civile, ai soli effetti civili, sia il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Lecce, prospettando un unico articolato motivo di ricorso, con cui eccepivano l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 594, 612 e 599, c.p.; violazione di norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione agli artt. 111, Cost., 125, co. 3, 546, co. 1, lett. e), e 3, 192, co. 1, c.p.p.; la mancanza, la manifesta illogicità e la contraddittorietà della motivazione, nonché il travisamento delle risultanze processuali. In particolare, ad avviso dei ricorrenti, il giudice di secondo grado sarebbe venuto meno all’obbligo di motivazione rafforzata che grava sul giudice di appello quando procede alla riforma totale della sentenza di primo grado, ritenendo priva di valore offensivo l’espressione pacificamente proferita dall’imputato nei confronti della parte civile “basta, basta mo m’hai rutti li cuiuni”, che il tribunale, tenuto conto del contesto in cui era stata utilizzata (una discussione sorta tra il F. e lo S. in ordine alla reiterata richiesta di quest’ultimo di avere notizie relativamente al mancato rinvenimento di un mobiletto in legno, con radio incorporata, in alcuni locali dove erano stati depositati beni mobili appartenenti a F.T. , sorella incapace dell’imputato, la cui tutrice era T.R. moglie della costituita parte civile, locali di cui era in corso lo sgombero su richiesta dello stesso F. ), anche a fronte del complessivo comportamento dello S. , ritenuto dallo stesso tribunale gratuitamente petulante, qualificava, da un lato equivalente all’espressione “non infastidirmi”, quindi, come si diceva, inidonea, oggettivamente e soggettivamente, ad offendere l’onore ed il decoro della persona offesa, dall’altro scriminata in presenza della causa di non punibilità della provocazione di cui all’art. 599, c.p.. I ricorrenti, invece, evidenziano che, sulla base delle risultanze processuali, consistenti nell’escussione dibattimentale della persona offesa e di numerosi testi, non risponde al vero che il comportamento dello S. sia stato petulante, essendosi egli limitato a chiedere solo due volte e con modi garbati, notizie sul mobile innanzi indicato; che l’espressione utilizzata, come affermato dalla Corte di Cassazione in casi analoghi, ha un incontestabile significato offensivo; che non ricorrono gli estremi della provocazione non potendosi considerare fatto ingiusto altrui la richiesta di notizie sulla sorte del mobiletto-radio. In relazione poi al reato di minaccia che il tribunale non riteneva configurabile in quanto la natura assolutamente generica ed indeterminata dei gesti attribuiti al F. nel capo d’imputazione non consente di valutarne l’effettiva portata intimidatrice, che non si può ricavare indirettamente dall’espressione utilizzata, di cui è stato chiarito il carattere non offensivo, i ricorrenti osservano che, viceversa, essi (consistenti con i gesti delle due mani ovvero col gesto di entrambe le mani che accompagnava le parole ingiuriose), tenuto conto della natura di reato di pericolo del delitto di minaccia, ad integrare il quale è sufficiente qualsiasi comportamento idoneo ad incutere timore ed a diminuire l’altrui libertà morale, appaiono tali da integrare la suddetta ipotesi criminosa.

Considerato in diritto

I ricorsi appaiono infondati e, pertanto, non possono essere accolti, difettando, nel caso in esame, la sussistenza degli elementi costitutivi delle fattispecie di reato escluse, con motivazione approfondita ed immune da vizi, dal giudice di appello.
Ed invero, premesso che in tema di delitti contro l’onore, il giudice di legittimità può e deve apprezzare se il decidente di merito abbia assunto la corretta determinazione con riferimento al valore sociale delle espressioni utilizzate (cfr. Cass., sez. 5, 26/06/2012, n. 30719, G.A.), deve rilevarsi che correttamente il tribunale ha ritenuto l’espressione “basta, basta mo m’hai rutti li cuiuni”, rivolta dall’imputato alla parte civile nelle particolari circostanze di fatto in precedenza indicate, come priva di reale contenuto offensivo, equivalendo essa, in sostanza, ad una manifestazione della volontà del F. , non di offendere l’onore o il decoro dello S. , ma di non essere più oggetto delle sue reiterate richieste sul mancato rinvenimento del mobiletto in legno di cui si è fatta menzione.
L’indubbia volgarità dei termini utilizzati dal F. , in altri termini, non determina automaticamente la lesione del bene protetto dalla fattispecie di cui all’art. 594, c.p., proprio perché la frase incriminata non si è tradotta in un oggettivo giudizio di disvalore sulle qualità personali dello S. , ma ha rappresentato una reazione, sicuramente scomposta e non giustificabile sul piano della ordinaria educazione, alle richieste della parte civile, evidentemente vissute dall’imputato come assillanti. Tale approdo interpretativo appare assolutamente conforme alla elaborazione della giurisprudenza di legittimità al riguardo, secondo la quale, in tema di tutela penale dell’onore, la valenza offensiva di una determinata espressione, per essere esclusa (o comunque scriminata con il riconoscimento di una causa di non punibilità) deve essere riferita al contesto nel quale è stata pronunciata (cfr., Cass., sez. 5, 21/06/2012, n. 39979, J.G.P.A., nonché, nello stesso senso, Cass., sez. V, 30.6.2011, n. 32907, D. e altro, rv. 250941; Cass., sez. 5, 16.6.2011, n. 38297, D.S.F.; Cass., Sez. 5, 2.7.2010, n. 30956, C, rv. 24797.), per cui può ben dirsi, conclusivamente, che i criteri cui fare riferimento ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 594, c.p., sono da individuare sia nel contenuto della frase pronunziata e nel significato che le parole hanno nel linguaggio comune, prescindendo dalle intenzioni inespresse dell’offensore, come pure dalle sensazioni puramente soggettive che la frase può aver provocato nell’offeso (cfr. Cass., sez. 1, 06/12/2006, n. 7157, M.L.), sia nelle concrete circostanze in cui la frase viene pronunziata.
Del resto, come rilevato dalla Suprema Corte in un arresto, in tema di diffamazione, condiviso da questo Collegio, l’utilizzo di un linguaggio più disinvolto, più aggressivo, meno corretto di quello in uso in precedenza caratterizza oggigiorno anche il settore dei rapporti tra i cittadini, derivandone un mutamento della sensibilità e della coscienza sociale: siffatto modo di esprimersi e di rapportarsi all’altro, infatti, se è certamente censurabile sul piano del costume, è ormai accettato (se non sopportato) dalla maggioranza dei cittadini.
In questa prospettiva, appare opportuno ribadirlo, l’unico limite che non va superato, anche in materia di ingiuria, è ravvisabile nell’esigenza di evitare l’utilizzo di espressioni e argomenti che trascendano in attacchi diretti a colpire l’onore o il decoro altrui (cfr. Cass., sez. 5, 05/06/2007, n. 34432), evento non verificatosi nel caso in esame.
Condivisibile è anche la valutazione espressa dal tribunale in ordine alla impossibilità di valutare la effettiva dimensione intimidatoria dei gesti delle mani, con cui, secondo quanto dichiarato dalla persona offesa, l’imputato accompagnava le frasi in precedenza riportate, in considerazione della “natura assolutamente generica ed indeterminata dei gesti attribuiti al F. “, che risalta in maniera ancor più evidente dopo avere escluso il carattere offensivo delle frasi in questione. Nel reato di minaccia, infatti, elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente (cfr. Cass., sez. 5, 23/01/2012, n. 11621, G.A.).
Ne consegue che la fattispecie di cui all’art. 612 c.p. è integrata solo quando sia adottato un comportamento univocamente idoneo ad ingenerare timore, sicché possa essere turbata o diminuita la libertà psichica del soggetto passivo (cfr. Cass., sez. 5, 26/11/1984, Montedoro), che richiede, nel caso in cui la minaccia si concretizzi in un gesto, l’esecuzione di uno o più gesti esplicito, chiari ed inequivocabilmente utilizzati per ingenerare timore in chi risulta esserne il destinatario.
Sulla base delle svolte considerazioni, in cui risultano assorbiti gli altri motivi di impugnazione (ed a prescindere dalla correttezza della formula assolutoria utilizzata, apparendo più consona alla motivazione seguita dal giudice di appello, quella per insussistenza del fatto), i ricorsi proposti dal pubblico ministero e dallo S. vanno, dunque, rigettati, con condanna di quest’ultimo, ai sensi dell’art. 616, c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

rigetta i ricorsi e condanna la parte civile al pagamento delle spese processuali.

Aspi (ex indennità di disoccupazione): aumentano i beneficiari

Emanato il decreto per i soggetti che non usufruivano della disoccupazione.

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Ammortizzatori sociali. È stato finalmente emanato il decreto ministeriale che determina la misura di liquidazione dell’Aspi e mini-Aspi: da ora la liquidazione spetta a una platea di soggetti che, fino al 2012, non usufruivano della indennità di disoccupazione e che ora, invece, possono contare su una nuova forma di sostegno al reddito introdotta dalla legge Fornero.

 

Tra i beneficiari, per esempio, figurano anche i soci operai delle cooperative e gli artisti dipendenti. In pratica, per l’anno in corso, la legge consente la corresponsione della mini-Aspi a lavoratori non precedentemente assoggettati alla contribuzione per disoccupazione.

 

Per il 2013, l’indennità è stabilita nella misura pari al 20% del trattamento base in busta paga. Per esempio: chi può contare su una retribuzione di 1.000 euro, la prestazione spettante sarà di 150 euro (infatti l’Aspi viene calcolata sul 75% della retribuzione di riferimento).

 

Condizioni

Per accedere alla nuova misura è necessario che i lavoratori:

 

– abbiano perso involontariamente il proprio lavoro;

– si trovino in stato di disoccupazione;

– vantino almeno 13 settimane di contribuzione da lavoro dipendente negli ultimi 12 mesi precedenti l’inizio della disoccupazione.

 

L’indennità si richiede in via telematica all’Inps entro il termine di 68 giorni dalla data di spettanza del trattamento.

Caltanissetta.Prevista la chiusura delle sedi di Mussomeli, Santa Caterina, Sommatino e Mazzarino Giudici di pace «dimezzati»

Post tratto da pagina 31 del giornale ” LA SICILIA ” di sabato 03.03.2013, Caltanissetta: CL0203-PCL1-31

un ufficio del giudice di pace

Se i Comuni interessati vogliono mantenere gli uffici dei giudici di pace a suo tempo istituiti e tuttora funzionanti ma inclusi tra quelli da chiudere, debbono accollarsi le spese necessarie per il loro funzionamento compresi i costi del personale amministrativo ed hanno 60 giorni di tempo per decidere.

Entro lo stesso termine debbono comunicare l’impegno assunto al Ministero della giustizia.
Questo è quanto previsto con il riordino degli uffici giudiziari.
Nella provincia di Caltanissetta le sedi degli uffici di giudice di pace destinate alla chiusura sono 4, e precisamente: Mussomeli, Santa Caterina Villarmosa, Sommatino e Mazzarino.
Per cui rimarranno in attività soltanto gli uffici del capoluogo e di Gela ai quali gli altri 4 fanno capo.
E’ previsto che i giudici di pace assegnati agli uffici da sopprimere vengono assorbiti dagli altri uffici che rimangono.
Per cui 3, ossia quelli di Mussomeli, Santa Caterina Villarmosa e Sommatino, (ma in effetti sono 2 perché a Santa Caterina Villarmosa è distaccato un giudice dell’ufficio di Caltanissetta) saranno trasferiti all’ufficio del capoluogo, e 1 (quello di Mazzarino) a Gela.
Il personale di cancelleria e di segreteria rientrerà, invece, al palazzo di giustizia di Caltanissetta.
Ma c’è la possibilità che giudici e personale amministrativo rimangano nelle sedi dove sono tuttora a condizione, però, che i rispettivi Comuni si accollino le spese per il loro funzionamento.
Sinora i 4 Comuni interessati non si sono pronunciati.
Ma ora hanno tempo sino al prossimo 30 aprile per dire cosa vogliono fare.
Debbono quantificare l’ammontare delle spese occorrenti, che comprendono anche i locali degli uffici, per poi decidere.
Se i 4 uffici chiuderanno, sarà un brutto colpo e grandi disagi per i cittadini dei rispettivi Comuni che si rivolgono al giudice di pace per chiedere giustizia: tra l’altro, gli abitanti di Mussomeli e della zona del Vallone dovranno recarsi a Caltanissetta.
Gli uffici del giudice di pace svolgono attività in materia civile e penale e hanno tempi più brevi per lo svolgimento dei procedimenti rispetto agli altri uffici giudiziari.
Recentemente, comunque, il numero di procedimenti trattati è diminuito.
E’ avvenuto a seguito dell’innovazione che per l’iscrizione della causa (prima non si pagava) è previsto ora il pagamento di una marca da bollo che varia da un minimo di 38 euro per poi aumentare ed essere rapportata all’importo del procedimento.
Sono diminuiti soprattutto i ricorsi per le contravvenzioni al Codice della strada che sinora hanno costituito la “magna pars” dei procedimenti avviati negli uffici del giudice di pace.
Praticamente i ricorrenti debbono pagare la marca da bollo di 38 euro per la contravvenzione di pari importo.
Luigi Scivoli

GLI ABUSI EDILIZI; CLASSIFICAZIONE DEI REATI EDILIZI; CRITERI DI EMANAZIONE DELLE SANZIONI PREVISTE IN CASO DI VIOLAZIONE DI NORME

La presente relazione, si prefigge di argomentare se non di chiarire, la tematica dell’illecito urbanistico – edilizio e dei rimedi sanzionatori all’uopo previsti dall’ordinamento, al fine di delinearne i principi di fondo, alla luce delle novità di cui al Testo unico dell’edilizia n.380/02 come innovato dal d.l.gs. 27.12.2002 n.301 e degli orientamenti giurisprudenziali più significativi.

Sin da ora va chiarito che la vastità e complessità della materia, caratterizzata dal concorso di sanzioni aventi natura e finalità differenti, implicante difficoltà interpretative ed applicative nonché problemi di ricognizione normativa della disciplina della fattispecie, non consentirà una trattazione analitica ed esaustiva dei singoli aspetti che pur importanti verranno solo accennati creando degli spunti di riflessione di notevole interesse.

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Precari, sentenza storica del Tribunale di Trapani. Il MIUR costretto a risarcire una precaria

Rsarcimento record da 150.385 euro per “mancata stabilizzazione”, riconosciuto dal giudice del lavoro di Trapani a un docente precario di educazione fisica, sostenuto dall’Anief. 
Il Miur dovrà pagare scatti e mensilità estive per gli anni pregressi (2005-2011) e per gli anni futuri fino all‘età pensionabile, con un’addizionale del 10% in via equitativa per i possibili mancati contratti. 
”La necessità dell’assunzione per pubblico concorso non può giustificare deroghe alle disposizioni che limitano il potere di abuso del datore di lavoro nello stipulare contratti a termine, né autorizzare comportamenti contra legem della pubblica amministrazione”. 
Il docente precario di educazione fisica e sostegno aveva ottenuto dal 2005 diversi contratti da supplente su posti vacanti e disponibili, ma insegnava già dal 2001. 
Per il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, si tratta di “una giusta condanna che risarcisce in maniera adeguata i precari danneggiati dai comportamenti illegittimi del Miur”.
In questo senso, prosegue, la sentenza del giudice del lavoro di Trapani “può fare scuola dopo la recente pronuncia della Cassazione che paventava un possibile grave danno erariale alle casse dello Stato fissando dei nuovi criteri risarcitori.
In ogni caso, è confermata la dottrina secondo cui non vi possono essere trattamenti economici diversi tra lavoratori precari e di ruolo mentre il contratto al 31 agosto deve essere sempre riconosciuto se il posto è vacante e disponibile”. 
Sono almeno due precedenti di riconoscimento di un risarcimento per docenti precari.
Nel luglio del 2011 il tribunale di Trani aveva accolto il ricorso presentato da una docente, precaria da oltre 7 anni che chiedeva la conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato a indeterminato, oltre ad un risarcimento a compensazione dei disagi e dei danni subiti a causa della precarietà prolungata nel tempo. Il giudice aveva ordinato al Miur di riammettere immediatamente in servizio l’insegnante e risarcirle il danno.
Nel giugno del 2009 il giudice del lavoro di Viterbo aveva condannato il ministero della Pubblica Istruzione a pagare da 4 a 6 mensilità ai 63 tra docenti e personale Ata precari, in servizio nelle scuole viterbesi di ogni ordine e grado, ai quali, dal 2007, a seguito dei tagli degli organici, non era stato rinnovato il contratto.

Annullate le multe seriali al proprietario del veicolo che è stato ripreso dalla telecamera sulla corsia preferenziale senza contestazione dei vigili

vendesi immobile

Il tribunale di Verona ha sentenziato che tali apparecchiature elettroniche sono utilizzabili “in automatico” solo nelle zone a traffico limitato

A stabilirlo una sentenza della quarta sezione civile del tribunale di Verona (giudice unico Massimo Vaccari) che rileva come occorra la contestazione dei vigili urbani per la validità del verbale in quanto la legittimità “in automatico” della violazione del codice della strada è consentita solo per gli impianti di videoripresa che si trovano all’interno delle zone a traffico limitato.
Nel caso di rilevazioni al di fuori della ZTL, al contrario, la polizia municipale ha l’obbligo di contestare immediatamente l’infrazione. Ciò vuol dire che se la contestazione non avviene in questo modo le multe “seriali” notificate al proprietario dell’autovettura devono essere tutte annullate.
Nel caso di specie, il proprietario di un motociclo sanzionato aveva proposto appello alla sentenza del giudice di pace che aveva ritenuto valide le multe.

Il tribunale ha riformato la decisione di prime cure ed annullato nove dei dieci verbali elevati sulla corsia preferenziale esterna alla ZTL nei quindici giorni successivi all’installazione dei sistemi di videoripresa da parte del Comune (uno solo rilevato nella ZTL).
Secondo il togato, le apparecchiature elettroniche che riprendono i veicoli, in virtù della normativa vigente, offrono garanzie di attendibilità soltanto rispetto alle rilevazioni sulle corsie preferenziali che corrispondono o sono ricomprese nelle zone cittadine per il cui controllo questi impianti siano stati concepiti e realizzati, e quindi in particolari nei centri storici.

È necessaria, al contrario, un’autorizzazione specifica per le telecamere che sono localizzate nelle corsie riservate ai mezzi del trasporto pubblico su strade che non danno accesso a zone a traffico limitato.