Appello: in sintesi tutte le nozioni essenziali sul procedimento di impugnazione

 

NORMATIVA APPLICABILE E SENTENZE APPELLABILI: nei procedimenti d’appello, sia di fronte alla corte d’appello che al tribunale, si osservano, in quanto applicabili e purché non incompatibili, le disposizioni previste per il procedimento di primo grado di fronte al tribunale (art. 359 c.p.c.).

Per quanto riguarda, invece, i provvedimenti suscettibili di appello (art. 339, comma primo, c.p.c.) sono appellabili le sentenze pronunciate in primo grado, purché l’appello non sia escluso dalla legge o dall’accordo delle parti (art. 360, comma secondo, c.p.c.).

Il secondo caso è quello del ricorso in cassazione cd. per saltum, ammissibile, qualora vi sia un accordo delle parti successivo alla pubblicazione della sentenza di primo grado, esclusivamente nei confronti delle sentenze appellabili emesse dal tribunale.

Altra ipotesi assimilabile alla precedente – in quanto la non appellabilità è in sostanza legata a una scelta, seppur indiretta, delle parti – è quella che si riferisce alle sentenze emesse, ex art. 114 c.p.c., secondo equità su richiesta delle parti (art. 339, comma secondo, c.p.c.).

IPOTESI DI ESCLUSIONE: Vi sono poi una serie di casi in cui l’appellabilità è esclusa per espres­sa previsione di legge.

Alcune sono previste dal codice di rito: si fa riferimento alle sentenze emesse dal tribunale all’e­sito dei processi di cognizione incidentali al processo di esecuzione (opposizioni all’esecuzione, agli atti e di terzo) nonché alle sentenze emesse dal tribunale, in funzione di giudice del lavoro, in controversie di valore non superiore a euro 25,82.

A esse vanno aggiunte i provvedimenti (non più sentenze ma, a seguito delle modifiche introdotte con la L. n. 69/2009, ordinanze) che abbiano a oggetto la sola competenza, (non appellabili ma) ricorribili in cassazione attraverso il regolamento necessario di competenza.

In altre ipotesi, invece, previste in legge speciali, l’inappellabilità è legata al fatto che il giudice competente per l’emissione del provvedimento è la corte d’appello.

Si fa riferimento, in particolare, alle sentenze rese: in tema di determinazione dell’indennità di espro­priazione ex art. 54 D.P.R. n. 327/2001 (testo unico in materia di espropriazioni per pubblica utilità); in materia di giudizi di nullità o risarcimento dannoex L. n. 287/1990 (disciplina della concorrenza e dell’antitrust); nei giudizi di riconoscimento ed esecuzione di sentenze straniere (art. 67 L. n. 218/1995); in materia di riconoscimento ed esecutività delle sentenze ai sensi dei Regolamenti comunitari.

COMPETENZA: l’appello contro le sentenze del giudice di pace e del tribunale si propone, ri­spettivamente, al tribunale (ovvero alla sezione distaccata dello stesso) e alla corte d’appello nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha pronunciato la sentenza (art. 341 c.p.c.).

Unica eccezione è quella prevista per le controversie in cui è parte lo Stato, difeso dalla propria avvocatura (art. 25 c.p.c.); in tal caso tutte le controversie di competenza dei tribunali del distretto della corte d’appello si radicano presso il tribunale dove ha sede l’avvocatura dello Stato, con la conseguenza che gli appelli avverso le sentenze del giudice di pace dovranno essere proposte di fronte al predetto tribunale.

Le regole relative alla competenza sono estremamente lineari, per cui appare improbabile che si verifichino errori in materia. Peraltro, qualora ciò accada, è da ritenere che l’impugnazione pro­posta a giudice incompetente abbia come conseguenza la dichiarazione non di inammissibilità dell’appello ma di incompetenza del giudice adito, con la conseguente possibilità per la parte di riassumere la controversia, nel termine perentorio stabilito dal giudice, dinanzi al giudice compe­tente, con salvezza retroattiva degli effetti dell’atto.

ATTI INTRODUTTIVI: l’appello è un mezzo di gravame, così che il giudice ha la possibilità di decidere nuovamente quanto è stato già deciso dal giudice di primo grado; tuttavia l’oggetto del giudizio d’appello non necessariamente corrisponde per intero a quello di primo grado, perché è possibile sia che la sentenza di primo grado abbia pronunciato su una pluralità di domande, delle quali solo alcune oggetto dell’impugnazione, sia che all’interno del pur singolo oggetto non ne­cessariamente siano censurate tutte le questioni affrontate nella sentenza impugnata. L’appello si propone con citazione, da notificare, nel rispetto dei termini di comparizione (art. 163-bisc.p.c.), alla parte vittoriosa in primo grado presso il difensore domiciliatario. La controparte, a sua volta, si costituisce tramite comparsa di risposta.

CONTENUTO DELL’ATTO DI APPELLO: la citazione in appello deve contenere l’esposizione sommaria dei fatti e dei motivi dell’impugnazione (art. 342 c.p.c.).

L’esposizione sommaria dei fatti consiste della descrizione del processo di primo grado.

Con l’espressione motivi, invece, si indicano non soltanto gli argomenti giuridici alla base dell’im­pugnazione, ma anche l’oggetto dell’appello e le singole questioni che l’appellante intende ripro­porre in sede di impugnazione.

A tal proposito, si sottolinea in giurisprudenza che l’atto di appello non solo deve contenere l’og­getto (necessario per individuare quanto devoluto al giudice dell’impugnazione), ma anche l’indi­cazione delle ragioni di fatto e di diritto in base alle quali viene richiesta la riforma della pronuncia di primo grado (Cass. 19.10.2009, n. 22123).

OGGETTO: la corrispondenza tra l’oggetto del processo di primo grado e quello del processo d’appello è solo eventuale, dal momento che, come già accennato, è possibile sia un giudizio con un ambito oggettivo più limitato sia, all’interno di uno stesso oggetto, la proposizione al giudice di appello di alcune soltanto delle questioni affrontate dal giudice di primo grado.

Quanto al primo punto, il problema si presenta nell’ipotesi in cui la parte in primo grado sia rima­sta soccombente su una pluralità di domande, così che si rende necessario identificare su quali, tra quelle domande, si vuole che decida il giudice dell’impugnazione.

Ma il carattere devolutivo dell’appello viene in gioco anche quando oggetto del processo di pri­mo grado è stata un’unica domanda, all’interno della quale sono state affrontate una pluralità di questioni differenti. Infatti anche in tale ultimo caso la cognizione del giudice di gravame non è automaticamente estesa a tutte le questioni affrontate nella sentenza di primo grado, ma esclusi­vamente a quelle individuate e censurate nell’atto di appello.

ONERE DI RIPROPOSIZIONE DI DOMANDE ED ECCEZIONI NON ACCOLTE: in modo analogo per l’appellante e l’appellato, le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate (art. 346 c.p.c.).

Secondo parte della dottrina, per evitare una sovrapposizione tra gli art. 329, comma secondo e 346 c.p.c. e al fine di rendere omologa, all’interno di tale ultima disposizione, la disciplina di do­mande ed eccezioni, il termine “domande” deve essere interpretato come facente riferimento a questioni inerenti a singoli fatti costitutivi, ma non individuatori, di una delle domande proposte, fra i vari allegati dall’attore in primo grado; in tal modo si riporterebbe l’onere di riproposizione all’interno di un unico oggetto di giudizio.

Secondo altri autori, l’espressione “domande non accolte” si riferisce invece, oltre che alle do­mande non accolte in senso letterale, alle domande assorbite, cioè a quelle proposte in via subor­dinata (nell’ipotesi in cui venga accolta la domanda principale) ovvero in via alternativa (qualora venga accolta una qualunque di quelle proposte).

Quanto alla posizione dell’appellato, devono essere riproposte sia le eccezioni respinte che le eccezioni assorbite (dovendosi ritenere entrambe “non accolte”). Il principio de quo trova ap­plicazione anche nei riguardi dell’appellato rimasto contumace in sede di gravame, in coerenza con il carattere devolutivo dell’appello, così ponendo appellato e appellante su un piano di parità – senza attribuire alla parte, rimasta inattiva ed estranea alla fase di appello, una posizione sostan­zialmente di maggior favore – sì da far gravare su entrambi, e non solo sull’appellante, l’onere di prospettare al giudice del gravame le questioni (domande ed eccezioni) risolte in senso ad essi sfavorevole (Cass. 12.11.2007, n. 23489).

Nel novero delle domande ed eccezioni non accolte devono essere ricomprese quelle relative a questioni rilevabili d’ufficio che siano state esaminate e rigettate.

Infatti la possibilità di rilevare d’ufficio una questione sussiste, in grado di appello, esclusiva­mente per le questioni che non siano già state rilevate e decise, in quanto, nel caso opposto, la questione deve essere riproposta dalla parte soccombente, pena il formarsi del giudicato sulla stessa.

Allo stesso modo, devono essere riproposte, vuoi dall’attore che dal convenuto, le istanze istrut­torie rigettate dal giudice in sentenza, purché espressamente riproposte al momento della pre­cisazione delle conclusioni dell’udienza di primo grado. L’obbligo di riproposizione non sussiste invece, in relazione alle istanze istruttorie, per quelle attinenti ad allegazioni assorbite, in quanto, con la riproposizione del fatto allegato, il giudice d’appello viene automaticamente reinvestito del potere di ammettere le istanze istruttorie collegate.

Quanto ai termini della riproposizione, secondo la giurisprudenza (Cass. 12.01.2006, n. 413) la stessa è ammissibile fino all’udienza di precisazione delle conclusioni, ma non nella memoria conclusio­nale (Cass. 15.12.1999, n. 14070).

Opinioni discordi si ravvisano in dottrina, in quanto, mentre alcuni autori hanno un’opinione con­forme a quella della giurisprudenza, la dottrina maggioritaria è invece del contrario avviso che la riproposizione delle questioni debba essere effettuata, a pena di decadenza, nella memoria di costituzione tempestivamente depositata.

APPELLO INCIDENTALE: Se, pertanto, secondo la migliore opzione interpretativa, le domande assorbite devono essere oggetto di riproposizione, oggetto di appello incidentale sono le domande respinte, con l’ovvia conseguenza che per aversi appello incidentale devono, di regola, essere state proposte più domande, delle quali alcune decise favorevolmente all’attore e altre al convenuto.

Non devono, invece, così come chiarito nel paragrafo precedente, essere fatte valere tramite di appello incidentale – ma con mera riproposizione – le eccezioni disattese.

L’appello incidentale si propone nei confronti di una domanda distinta da quella oggetto di ap­pello principale.

Essendo, peraltro, necessario che abbia a oggetto una domanda, l’appello incidentale non può es­sere proposto nei confronti delle parti di sentenza che si pronuncino su questione pregiudiziale di rito ovvero su questione preliminare di merito, a meno che, in tale ultimo caso, sulla questione di merito sia stata fondata, anziché un’eccezione, un’autonoma domanda, in quanto, in questo caso, il soccombente ha l’onere di proporre l’impugnazione incidentale per far esaminare la questione dal giudice del gravame.

DIFFERENZE CON LA RIPROPOSIZIONE: da un punto di vista pratico, la distinzione tra ripro­posizione e appello incidentale perde parte del suo significato qualora si aderisca alla interpre­tazione secondo la quale anche la riproposizione delle questioni debba essere fatta, a pena di decadenza, nella memoria di costituzione tempestivamente depositata; in tal caso la distinzione assume rilievo in ordine all’ipotesi in cui l’appellante sia rimasto contumace, in quanto, mentre in caso di riproposizione il contumace non deve essere avvertito, in caso di appello incidentale deve essergli notificata la memoria contenente l’appello, allo stesso modo in cui, in primo grado, il contumace deve essere avvertito della modificazione dell’oggetto del processo a seguito della proposizione di una domanda riconvenzionale.

Se invece si aderisce alla tesi opposta, la distinzione tra attività che devono essere poste tramite riproposizione, da un lato, e appello incidentale, dall’altro, assume rilievo anche dal punto della scansione cronologica, essendo possibile procedere alla riproposizione fino all’udienza di preci­sazione delle conclusioni.

Discorso a parte deve essere fatto in relazione alle sentenze non definitive.

Le sentenze non definitive, per definizione, hanno a oggetto una questione (di rito o di merito) astrattamente idonea alla definizione della causa ma, nel caso concreto, decisa in modo sfavore­vole al convenuto, con conseguente prosecuzione del processo fino alla sentenza definitiva.

Se il convenuto propone riserva di appello (art. 340, comma primo, c.p.c.) nei confronti della sentenza non definitiva, ha la possibilità, qualora sia soccombente anche sulla definitiva, di impugnare entrambe le sentenze (ovvero una soltanto, a sua scelta); in caso di mancata riserva, si forma il giudicato sulla non definitiva e potrà impugnare esclusivamente la sentenza definitiva.

Qualora invece il convenuto, soccombente sulla sentenza non definitiva, sia vittorioso nella defi­nitiva, non ha la possibilità di impugnare in via principale. Se però l’attore soccombente impugna la sentenza definitiva, il convenuto può investire il giudice d’appello della questione decisa con la sentenza non definitiva indipendentemente dal fatto che abbia fatto riserva, in quanto l’appel­lo proposto dal soccombente principale rende ammissibile l’impugnazione incidentale (tardiva) anche nei confronti della sentenza passata in giudicato; e – questo è il punto – secondo la giurisprudenza deve farlo tramite appello incidentale, sebbene la medesima questione, se fosse stata decisa assieme alla sentenza definitiva, sarebbe stata esaminabile in appello mediante semplice riproposizione (Cass. 14.11.2002, n. 16022).

NOVA IN APPELLO: sono stati analizzati (v. retro) modi e termini attraverso i quali è possibile portare nel giudizio d’appello questioni già facenti parte del processo, in quanto proposte di primo grado.

Esattamente opposta è la questione delle novità introducibili per la prima volta in appello.

A tal proposito, è stata sensibilmente ridotta la possibilità di introdurre novità nel processo di gravame (art. 345 c.p.c.), avvicinando sempre di più l’appello a una revisio prioris instantiae dall’o­riginale configurazione di novum iudicium.

Niente è cambiato, in sostanza, a seguito della riforma, in relazione alle nuove domande, essendo rimasto il generale divieto di proposizione.

Per domanda nuova si intende una nuova situazione sostanziale, non previamente dedotta di fronte al giudice di primo grado. Mentre tutte le nuove domande comportano l’allegazione di nuo­vi fatti, non tutte le allegazioni di nuovi fatti integrano una nuova domanda: con la conseguenza che, di fronte all’allegazione in appello di un fatto non previamente allegato, occorre di volta in volta chiedersi se integra o meno una nuova domanda, essendo l’allegazione inammissibile nella prima ipotesi e ammissibile nella seconda (cd. emendatio libelli).

Quanto alla sanzione relativa alla domanda proposta nonostante il divieto, vi è inammissibilità da dichiararsi d’ufficio (art. 345 c.p.c.), con conseguente irrilevanza dell’eventuale accettazione del contraddittorio sul punto a opera della controparte.

Unica eccezione ammessa – così come avveniva già ante riforma 1990 – è quella relativa alle domande relative agli interessi, frutti e accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché al risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa.

Si tratta delle domande cd. di aggiornamento, la cui proponibilità in sede di giudizio di appello – con il conseguente spostamento del referente temporale per il calcolo dall’udienza di precisazione del primo grado a quella del secondo – presuppone che la richiesta sia già stata effettuata in primo grado (Cass. 19.1.2006, n. 1054) e permette di evitare che si celebri un separato processo esclusiva­mente finalizzato all’aggiornamento delle domande già proposte.

È vietata la proposizione di nuove eccezioni, che non siano rilevabili anche d’ufficio (art. 345, comma secondo, c.p.c.): si tratta delle cd. eccezioni in senso stretto, le qualidevono essere proposte, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata venti giorni prima dell’u­dienza di trattazione in primo grado (art. 167, comma secondo, c.p.c.).

A contrario devono ritenersi proponibili le eccezioni in senso lato (quelle, cioè, rilevabili anche d’ufficio). A tal proposito si discute se il potere di rilevare l’eccezione comporti la possibilità di allegare il fatto alla base dell’eccezione stessa ovvero se, in senso restrittivo, vi sia esclusivamente la possibilità di porre in evidenza un fatto già acquisito al processo in primo grado ma “sfuggito” alla parte e al giudice.

La migliore opzione interpretativa appare la prima, anche perché, se si aderisce all’opposta tesi, il potere di rilevare eccezioni in appello si sostanzierebbe nella censura dell’operato del giudice di primo grado, per omessa pronuncia su un fatto, appunto rilevabile d’ufficio, già presente agli atti.

Pertanto, sia in caso di emendatio (ovvero precisazione) della domanda che in caso di rilevazione dell’eccezione entrano nel processo nuovi fatti, con la conseguenza che, in attuazione del princi­pio del contraddittorio, deve essere data alla controparte la possibilità di adeguatamente contro­dedurre. Deve inoltre aggiungersi la possibilità di nuove allegazioni in appello nell’ipotesi in cui, in primo grado, il giudice, contravvenendo all’obbligo di sottoporre all’attenzione delle parti una questione rilevabile d’ufficio sul quale intenda basare la decisione, abbia fondato la sentenza su una tale questione.

Quanto infine alle nuove prove (intendendosi per tali sia quelle che si riferiscono a un nuovo fatto da provare che mezzi di prova differenti rispetto a quelli già utilizzati in relazione al medesimo fat­to), devono anzitutto ritenersi ammissibili mezzi di prova relativi a fatti legittimamente allegati per la prima volta in appello.

Al di là di tale implicita deroga, vale in generale il principio di inammissibilità di nuovi mezzi di prova (ivi compresi i documenti), fatta eccezione:

– per il giuramento decisorio, sempre deferibile per la sua natura di strumento idoneo alla decisione della controversia;

– per i mezzi di prova che il collegio ritenga “indispensabili”. A tal proposito differenti sono le interpretazioni che si danno, in dottrina, della nozione di indispensabilità mentre, in giurisprudenza, si è precisato, da un lato, che possono essere considerati indispensabili anche quei mezzi di prova dotati di un’influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove rilevanti hanno sulla decisione finale della controversia (Cass. 16.10.2009 n. 21980) e, d’altro lato, che in ogni caso l’indispensabilità non può servire a superare la preclusione nella quale sia incorsa la parte in primo grado (Cass. 19.10.2007 n. 22014);

– per i mezzi di prova che la parte dimostri di non aver potuto produrre nel giudizio di primo grado per causa a lei non imputabile, in applicazione del principio generale sancito dal nuovo art. 153, comma secondo, c.p.c.

È ammesso infine, l’intervento in appello di quei terzi che sarebbero autorizzati a proporre opposizione di terzo ai sensi dell’art. 404, commi 1 e 2, c.p.c. (art. 344 c.p.c.). Dal momento che i terzi potrebbero esperire opposizione nei confronti della sentenza d’appello, è consentito il loro inter­vento nel processo di gravame, in modo che nella sentenza il giudice possa tener conto delle loro ragioni.

INAMMISSIBILITÀ E IMPROCEDIBILITÀ: prima di passare ad analizzare il procedimento, occorre un breve cenno alle questioni di rito proprie dei mezzi di impugnazione.

Quanto all’inammissibilità, non esiste una disposizione che provveda a definirla e a disciplinarla, essendo esclusivamente richiamata, in relazione all’appello, assieme all’improcedibilità, dall’art. 358 c.p.c., al fine di stabilire che l’appello dichiarato inammissibile (ovvero improcedibile) non può essere riproposto, pur nell’ipotesi in cui non siano ancora decorsi i termine di legge per proporre il gravame.

Secondo l’opinione generalmente accolta in dottrina, deve dichiararsi inammissibile il mezzo di impugnazione che sia carente di un elemento nel proprio atto introduttivo, a causa di un vizio insanabile ovvero anche di un vizio sanabile ma in concreto non sanato.

Quanto all’improcedibilità, il codice di rito individua due ipotesi:

1) in caso di mancata costituzione nei termini dell’appellante (art. 348, comma primo, c.p.c.);

2) in caso di mancata comparizione dell’appellante, tempestivamente costituito, alla prima udienza, qualora l’appellante non si presenti neppure all’udienza successiva, appositamente fissata dal collegio e comunicata all’appellante dalla cancelleria (art. 348, comma secondo, c.p.c.).

In entrambi i casi la dichiarazione di improcedibilità deve essere dichiarata d’ufficio e la mancata dichiarazione non impedisce la questione sia sollevata per la prima volta nel giudizio di cassazione.

PROCEDIMENTO. FASE INTRODUTTIVA: regola fondamentale in ordine al procedimento è la clausola di rinvio che sancisce, nei limiti della compatibilità, l’applicazione al giudizio d’appello delle norme previste nel processo di primo grado (art. 359 c.p.c.).

In relazione alla costituzione delle parti, vengono richiamate espressamente le forme e i termini per i procedimenti di primo grado di fronte al tribunale (art. 347 c.p.c.), fatta salva l’importante diffe­renza che la mancata costituzione dell’appellante nel termine di dieci giorni dalla notifica dell’atto di appello comporta (v. retro) l’improcedibilità dell’appello (art. 348, comma primo, c.p.c.).

Quando il procedimento si svolge davanti alla corte d’appello (id est: quando è impugnata una sentenza del tribunale), trattazione e decisione sono collegiali, mentre, quando il procedimento si svolge di fronte al tribunale a seguito dell’impugnazione di una sentenza del giudice di pace, trattazione e decisione sono rimesse al giudice monocratico (art. 350, comma primo, c.p.c.).

Alla prima udienza, il giudice compie anzitutto una serie di attività prodromiche alla trattazione del merito: verifica la regolare costituzione del giudizio e, quando occorre, ordina l’integrazione del contraddittorio (art. 331 c.p.c.) ovvero la notificazione della citazione (art. 332 c.p.c.) oppure dispone che sia rinnovata la notificazione dell’atto di appello, se viziata e non vi sia stata sanatoria tramite costituzione dell’appellato.

Inoltre il giudice dichiara – una volta accertata la regolarità della citazione e della notifica della stessa – la contumacia dell’appellato, provvede alla riunione degli appelli proposti nei confronti della stessa sentenza e procede al tentativo di conciliazione ordinando, quando opportuno, la comparizione personale delle parti (art. 350, comma 3 c.p.c.).

PROVVEDIMENTI SULL’ESECUZIONE PROVVISORIA: la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva (art. 282 c.p.c.) e, di conseguenza, è prevista la possibilità che il giudice d’appello, su istanza della parte proposta con l’impugnazione principale o incidentale, sospenda in tutto o in parte l’efficacia esecutiva ovvero, se questa è iniziata, l’esecuzione della sentenza, ordinando, qualora lo ritenga opportuno, il versamento di una cauzione (art. 283 c.p.c.).

Ciò è possibile quando sussistono gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti: il giudice dovrà pertanto tener conto, da un lato, della probabile fondatezza dell’impugnazione proposta e, dall’altro lato, dei pregiudizi che potrebbero derivare dall’adempimento della sentenza, bilanciando i due elementi.

La riforma del 2005/2006 ha introdotto tra i motivi che il giudice deve tenere in considerazione, la possibilità di insolvenza di una delle parti.

Pertanto, se il vincitore in primo grado, qualora soccomba in appello, rischia di non poter resti­tuire quanto ottenuto in ottemperanza del provvedimento impugnato, il giudice d’appello dovrà sospendere l’esecutività della sentenza ovvero, in subordine, mantenerla previo ordine di versa­mento di cauzione e, al contrario, qualora sia il soccombente in primo grado a rischiare di divenire insolvente nelle more del processo d’appello, dovrà essere mantenuta l’esecutività della sentenza impugnata, a meno che lo stesso non versi cauzione.

Sull’istanza di sospensione il giudice provvede alla prima udienza, con ordinanza non impugnabile (né revocabile o modificabile e neppure reclamabile al collegio).

Qualora vi siano ragioni di urgenza, la parte può, tramite ricorso, chiedere al giudice (ovvero, in caso di procedimento di fronte alla corte d’appello, al presidente del collegio) che la decisione sulla sospensione sia pronunciata prima dell’udienza di comparizione delle parti.

Il giudice fissa con decreto in calce al ricorso la data di apposita udienza, ordinando alle parti la comparizione in camera di consiglio e, se ricorrono giusti motivi di urgenza, con lo stesso decreto può provvisoriamente disporre l’immediata sospensione dell’efficacia esecutiva o dell’esecuzione della sentenza, con provvedimento che sarà confermato, modificato o revocato all’udienza in camera di consiglio.

TRATTAZIONE E DECISIONE: esaurita l’attività di cui all’art. 350 (ed eventualmente 351) c.p.c., il giudice può anzitutto pronunciare un’ordinanza relativa alle prove (art. 356 c.p.c.): ammettendo una prova nuova, disponendo la rinnovazione totale o parziale dell’assunzione già avvenuta in primo grado ovvero anche ammettendo una prova illegittimamente non ammessa dal giudice di primo grado; se competente è la corte d’appello l’assunzione delle prove è collegiale, a pena di nullità.

In questi casi – così come in tutti gli altri casi in cui dà disposizioni per effetto delle quali il proce­dimento deve continuare – si applicano le disposizioni sull’istruzione probatoria (artt. 191 ss. c.p.c.).

Quando invece non devono essere assunti nuovi mezzi di prova, il giudice, senza essere obbligato a fissare una nuova udienza, invita le parti a precisare le conclusioni e dispone lo scambio delle memorie conclusionali e delle repliche ai sensi dell’art. 190 c.p.c.

La sentenza, con la firma del presidente del collegio e del giudice estensore (ovvero del giudice monocratico se competente per l’appello è il tribunale), è depositata in cancelleria nel termine (ordinatorio) di sessanta giorni dalla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica e va in ogni caso (id est: non solo quando riforma, ma anche quando conferma) a sostituire la sentenza impugnata.

Di fronte alla corte d’appello ciascuna parte ha il diritto di chiedere che la causa sia discussa oral­mente di fronte al collegio, dovendo in tal caso formulare una doppia istanza, dapprima in sede di precisazione delle conclusioni e poi al momento del deposito delle memorie di replica alle conclu­sionali. Il presidente del collegio, con decreto, fissa la data dell’udienza di discussione – da tenersi entro sessanta giorni – e designa il relatore. La discussione è preceduta dalla relazione della causa e la sentenza è depositata in cancelleria nei sessanta giorni successivi.

Se invece l’appello è proposto al tribunale, ciascuna parte può chiedere che, successivamente allo scambio delle conclusionali, sia fissata udienza di discussione non oltre sessanta giorni dalla scadenza del termine per il deposito delle comparse medesime; la sentenza viene depositata in cancelleria entro i sessanta giorni successivi.

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